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"E' un dramma...". Le elezioni e la scomparsa della sinistra parlamentare - 15.04.08 -

05.05.2008
È un dramma.
Non ancora misurabile, non ancora quantificabile. Non si tratta qui solo di “politica”. A sinistra la “politica”, sia quando si è fatta “personalmente”, sia quando – soprattutto negli ultimi anni – sia stata consegnata a semplici transiti di deleghe d’opinione, incrocia sempre – ha incrociato sempre – le vite, le esperienze singolari: le ha messe in relazione, le ha poste in pubblico, ha dato loro voce. La cancellazione della Sinistra dagli emicicli parlamentari italiani è dunque un evento nel quale la “politica” italiana si misura con le esperienze esistenziali dei singoli, con le biografie, con i ricordi, con le “messe in comune”, anche solo tentate, provate, negli anni, nella vita “pubblica”.
Ho molti amici più grandi di me. Grandi amici più grandi di me. Di poco, di molto, non importa. Penso a loro: per questo parlo di “dramma”. Perché so come la “vita pubblica” di chi ha oggi trentatré, trentasei, quarantacinque anni, se c’è stata, ha avuto, a sinistra, dei luoghi, nei quali comparire, rendersi presente. Improvvisamente, qualunque sia la posizione che si sia assunta nei suoi confronti, qualunque cosa si sia fatto col, nel suo nome, qualunque cosa si sia pensato e detto, qualunque ritrazione si sia avuta, il fatto è che quel luogo di “messa in pubblico”, di operabilità di voci, è sparito. È una sparizione pubblica terribile, che chiude nei fatti il dopoguerra italiano e apre il Paese a una storia che non avrà più il suo perno obbligato, il suo ceppo, nella Costituzione nata con la Resistenza.
È “finito tutto”? Non mi sottraggo: certo ci saranno nuove occasioni elettorali. Si può salvare ancora qualcosa. Certo è che in Italia Pdl e Pd non si lasceranno scappare un’occasione così ghiotta per farla finita, con la sinistra. Il comunismo è finito molto tempo prima che Rifondazione abbandonasse il suo simbolo, in queste elezioni, né risorgerà appena un partito con lo stesso nome lo ripresenterà prossimamente. Siamo seri: è finito tutto? Non siamo finiti, noi. Noi, no. Certo, non avrei mai immaginato che il verbo “finire” comportasse così tanto. E più tremenda ancora è questa “fine” quando non riguarda per nulla le agonie di corpi singoli, ma la pensabilità relazionale di esistenze “in vita”: quando è fine culturale, collettiva. Mai così buio. Eppure, vedere: il futuro, il possibile, l’impossibile. Una responsabilità condivisa, non per ciò che è, ma per ciò che viene. Opera difficile: nei contraccolpi la politica interroga l’esistenza, la sua fragilità, la sua intrinseca necessità di mediazione. Pensare il potere che ci sporge oltre questo Novecento, che ci è “precipitato addosso”. Pensarlo insieme. Da donne, innanzitutto. Da questo non recedo di un passo: da donne, con le donne. Fare pratica femminile, dare voce, mettere in pubblico, in comune, non un “pensiero femminista”, ma un pensiero femminile della politica.
Vedere, vedere il futuro, un futuro. E’ tutto finito? Sporgere il pensiero oltre noi, sporgerlo insieme: farne uscire qualcosa. Da questo tempo, questo disastro. Fare uscire qualcosa. Non tutto, non lasciare tutto alla “fine”. Fare passare. Operare, da artigiani. Con ciò che abbiamo, tutto ciò che abbiamo.
Uno schianto.
Se fosse stata solo una sconfitta, si avrebbe ancora la voce per chiedere le dimissioni di tutti i dirigenti che hanno guidato i partiti di sinistra, e Rifondazione in particolare, in questi anni. Ce l’avremo, forse, questa voce: nei prossimi giorni.
Questa sera non abbiamo cuore, come dice Bertinotti. Ha ragione. Né di bere, né di mangiare, né di parlare l’uno/l’una con l’altro. Scusate compagni, ma è così.
L’esito del voto di questi giorni consegna di fatto il Paese alla sua parte peggiore, al ventre molle dei suoi egoismi, delle sue paure, al “lato oscuro della globalizzazione” – uso le parole del futuro ministro dell’Economia, Tremonti, che oggi ha detto delle cose per le quali io sono stato inseguito dalle polizie italiana e francese nel tunnel che collega Ventimiglia a Mentone, durante il vertice di Nizza: era il 2000, io avevo diciannove anni e c’erano i “movimenti”. Preistoria. Oggi lui può dire impunemente delle cose che per anni erano solo di “sinistra radicale”. Leggiamo Orwell, 1984. Tutto sparisce, tutto può sparire. Non solo una parola può essere trasformata, interpretata diversamente. L’interpretazione, l’autorialità, è un problema per vecchi: una parola può semplicemente non essere mai stata pronunciata. Non rimane nulla, tantomeno ciò che è scritto. Scorie.
Benvenuti nel XXI secolo, o nella Seconda Repubblica italiana. Fine della transizione, questa volta sì, veramente.
Come non avrei immaginato, creduto. Come non avrei mai, mai scelto, di vivere.
Il Paese è questo, quello che è uscito dalle urne. È spaventosamente irriconoscibile. Per noi. C’è chi lo conosce bene: e conoscendolo lo ha plasmato per anni. Con costanza, pazienza, denaro. Come sarà tra altri cinque anni, non riesco neanche a pensarlo. Mutato ancora di più nei suoi rapporti sociali, lo sarà in modo determinante, e senza freno alcuno, nelle sue istituzioni. Dominato dalle sindromi monomaniacali di un Presidente settantaduenne che si appresta a spadroneggiare sulla scena pubblica per dodici – dodici – anni, e senza alcuna scena pubblica per un’opposizione di sinistra.
È la fine di un certo modo di pensare la democrazia, di un certo modo di essere democratici, di un certo respiro di “opposizione”, di critica, di radicalismo. In questo senso, certo, l’esperienza illuministica, la pratica moderna della trasformazione, può dirsi non accantonata, ma conclusa.
Lo sappiamo, tornerà il simbolo, la falce e martello, torneranno i “comunisti”, per riconquistare terreno, lì dove possibile. Manovre tattiche: le capisco, forse le appoggerò persino, certo… Politica per rêvenants. Da un lato. E dall’altro, almeno, ricostruire relazioni, rapporti, messe in comune forse a qualcosa pur servirà. Scrivere, analizzare. Tornare insieme, a pensare.
Il Paese non vede futuro, tra cinque anni lo vedrà ancora meno. Bisogna pensare oltre, vedere oltre: non con un solo cervello, ma con molti. Questo è possibile.
Rideremo certo. Rideranno anche loro: di noi. Non riderà la sinistra tedesca, Lafontaine, Gysi, a vedere questo sfacelo. Non riderà Zapatero, che solo una certa micidiale spietatezza contro gli immigrati lega al Partito Democratico. Parole a caldo. La sparizione istituzionale della sinistra italiana è un dramma europeo.
Nostro, mio. Che mi taglia il fiato in gola.
Respirare allora, piano, lucidamente: scrivo queste righe facendo appello a tutto quello che so, che ho imparato. Non abbiamo neanche idea di quel che può accadere, nei prossimi mesi. Possiamo stupirci di poco, ormai: non è detto che non riescano a fare anche questo, a stupirci. Le nostre parole acquistano ora un peso diverso, enorme: pesiamole, misuriamole. Anche: senza pietà. Scrivo perché devo farlo, per me e per voi, sapendo del vostro respiro, del mio. Comuni. Come non mai questa notte. Scrivo perché vi conosco, perché sappiate, possiate dire domani che qualcuno di noi pensa, ha pensato, questa notte, perché il nostro pensiero comune è vivo, vigila. Non importa da dove, da chi provenga, né perché, né come faccia. Non importa il mio nome, il nostro nome: c’è, vi guardiamo.
Un deserto è il paesaggio in cui ci muoviamo: in cui parliamo, mangiamo insieme, facciamo l’amore. Insieme, nelle distanze. Camminare, sapete, potete fare altro? Praticare da subito la trasformazione: nel presente vedere i germi. Che ci oltrepassano, che proseguono oltre noi. Sapere questo, da subito, oggi: a ventisei, trentasei, quarantasei anni. Vedere ostinatamente, chiamare i contemporanei ad una correità, chiamare in causa. Fare. Fare questo.
[gf - 15.04.08 / 4.58]
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