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Apologo, apologia e caduta di Pisa

14.10.2026

ad Antonella

e al suo sorriso


Le città accolgono o respingono. Una la si incrocia, la si vive, la si vorrebbe conoscere, la si vorrebbe afferrare e succhiare, come si succhia la linfa di ciò che vuoi fare tuo. Ma, come sanno coloro le quali e i quali hanno traversato e abitato molte città, le città non solo sfuggono a qualsiasi presa – la prima quella di chi è nato lì – ma, in più, cambiano e si trasformano, E, dunque, quando pensi di averla conosciuta, è il momento di riprendere da zero, e ricominciare.

Esiste una sola città che, per me, è sempre immobile: Pisa.

E sarebbe sciocco affermare che non sia cambiata, come sono cambiato io. Ovviamente.

Per me è sempre uguale a sè stessa.

E, anche qui, sarebbe impreciso e superficiale immaginare di potere sostenere che, come città, è ferma nella mia immaginifica rappresentazione, come quando ero giovane. Come se, nella mia mente si potesse essere conservata come il luogo ‘della prima ora’, quel luogo in cui ho incrociato le amicizie, le amiche e gli amici che, in grande parte, per versi strani, indiretti, e con effetti nella lunga distanza, hanno in parte determinato come sono.

Le amiche gli amici ‘della prima ora’, certo che sono legati a quella città: è la città che, in parte, in parte, però, anche non è legata a loro.

Perché, per me, loro continuano ad esserci, mentre la vera caratteristica fondamentale di questa (quella?) città che io amo di più, Pisa, è il fatto di sfuggire.

Loro non sono né sfuggiti, né fuggiti: Pisa, per me, sempre.

Ogni luogo di Pisa, infatti, per me, è, nello stesso tempo, denso e sfuggente, presente e stratificato, è stato amato e detestato, più che mi sia capitato in un’altra delle tantissime città che ho vissuto.

Venezia è la mia città d’elezione.

Nei colori che dipingono, in questo periodo, Pisa, che, in apparenza sono simili a quelli veneziani, c’è quella sfuggevolezza che, anche qui per paradosso, per me, non si presenta a Venezia e che io rivivo tutte le volte che torno a Pisa.

Che cosa sarebbe questa città che continuo ad amare? Una città universitaria, una città cattolica, una città dagli amori meravigliosamente nascosti nelle pieghe del suo centro medievale, nelle distese di una periferia amplia che sconfina nell’indistinto, in un pisanume che si rivela più persistente di ogni radicale trasformazione che l’ha attraversata? Cosa sarebbe, un simbolo del passato, un segno del nostro degrado, una vittoria postuma di un modo di vivere collocato ai margini, per non dire in via d’estinzione? Un modo di vivere ‘politico’, cioè degno? O la plastica rappresentazione delle torbe di turisti in visita alla torre?

Così numerosi si presentano i momenti bellissimi che ho vissuto in questa (quella?) città – quella che chiamerei ‘la nostra Pisa’ - che non è mai stata di sé stessa, ma di tutte quelle e quelli che l’hanno amata – sino ad avere un sindaco nato in Dalmazia -, eventi pubblici e privati, così tanti questi eventi che, appunto, per tre volte ci sono venuto ad abitare, e per tre volte me ne sono andato via. Segno di un amore e di una persistenza unica nella mia vita, segno affollatissimo non solo di eventi che sono accaduti o di persone incontrate per caso, come mi è accaduto nelle altre città che ho abitato, ma di densità di senso prodotte che, appunto, rimangono legate, inscindibilmente, alle persone con cui ho, abbiamo ‘costruito cose’ in questa che è una città di costruzione di eventi e fatti e senso e densità.

Per questo, tutte le volte che ‘accade qualcosa’ – e qualcosa accade sempre, come diceva Celan, sia nell’insensato (come la morte di Antonella Del Prete), come nel denso di senso, qualcosa di bello, una laurea di uno dei figli e delle figlie delle mie amiche e dei miei amici ‘della prima ora’ - torno, tutte le volte, a pensare a ‘Pisa’.

Come al luogo che, per fortuna mia, ‘si è sfuggita da me’, mi ha fatto vivere, e dove vorrei sempre tornare, da vecchio, ad attraversare, passeggiando per i meravigliosi lungarni con la luce di settembre, o nei greti delle Piagge, come fossero, quei lungarni, e quei greti, anche solo per un attimo, l’ennesima possibilità di abitarci. Abitare. Abitarla. Per poi tornare nella città che mi ha scelto, Venezia. Perché solo chi mi accompagna a Venezia, conosce, sino nel profondo, conosce il ‘segreto di quell’altra’.

Solo Venezia conosce i segreti altrui.

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