Un rutto in faccia, liberatorio
(seconda versione)
(considerazioni a margine dei saccheggi e della rivolta)
(Correzioni e integrazioni 25.10.2026)
La forza e la bellezza della rivolta, senza apparente senso, non si misura in vetrine spaccate, ma nel movimento del corpo.
La rivolta è, innanzitutto, un gesto del corpo.
La condanna della rivolta, ugualmente, non si misura nella spasmodica domanda di coerenza simmetrica tra i fini e i mezzi.
Lo spostamento, il disalliniamento, il disequilibrio, l'asimmetria, l'anomalia della rivolta non si misura dalle nostre case, dai nostri osservatori, dai nostri progetti (per noi e per chi viene dopo di noi).
*
Niente si misura con i vecchi criteri rispetto questo rutto in faccia nostra.
*
Un rutto non è uno sputo, che tocca, con la saliva, il corpo altrui.
Viene da un profondo maggiore.
E' un rutto. Liberatorio. E che ci libera.
E' riprendersi un respiro.
E' il corpo che lo vuole, che lo chiede.
*
Ed è in faccia alla nostra generazione.
Finalmente ce ne siamo andati, è finita. La nostra formazione che non ha formato, la nostra cultura che ci ha sformato, che ci ha fatto divenire vecchie e vecchi con qualche soldo, certi di certezze ripetute e imparate. Senza nemmeno saperle ripetere a livello dei maestri e delle maestre.
*
Finalmente c'hanno espulso dal loro corpo, che non è il nostro, e dove abbiamo risieduto per troppo tempo.
Un corpo morto: tutti i nostri insegnamenti, da madri, padri, insegnanti, ricercatori, docenti, universitari. Semplici artigiani, come la poesia o la pasticceria obbliga ad essere.
Un lunghissimo, infinito, interminabile - spero - rutto in faccia a tutto quello che abbiamo fatto finta di essere.
*
Questo rutto, come gesto di espulsione senza alcun fine, questa liberazione insensata - la rivolta tante volte non ha avuto senso apparente - è, finalmente, un gesto definitivo di separazione tra la modernità e ciò che verrà dopo, tra il corpo morto di quello che siamo e ripetiamo voler essere e la verità del tempo, dell'oggi.
*
Chi si attarda nel contare le vetrine devastate, o i porta-merda dello scarto capitalista (quello che Francesco Orlando avrebbe potuto chiamare 'gli scarti'), chi si attarda a invocare una rivoluzione con fini e mezzi definiti, contro una rivolta insensata e, finalmente, feroce nel non riconoscere nulla, non coglie questa forza pura - appunto: senza un fine - che abbiamo sotto gli occhi.
E che ci dichiara morti - finalmente - politicamente e culturalmente.
*
Un rutto ha abbattuto, definitivamente, i simulacri del ventesimo secolo, quali siamo.
Tutti noi, tutti voi.
Da tanto lo aspettavo. Non posso dire sia il mio (è impossibile appropriarsi del rutto altrui) senza cadere nel ridicolo.
Ma, come mi ha scritto un amico, nuovo, che conosco da tanto tempo, "[...] ciò dimostra, contro ogni speranza, che ha avuto luogo una digestione, quantomeno.".
Bisognerebbe, finalmente, festeggiare.
Auguri, Emilio
***
(prima versione: 23.10.2026)
(considerazioni a margine della rivolta)
La forza e la bellezza della rivolta, senza apparente senso, non si misura in vetrine spaccate, ma nel movimento del corpo.
La rivolta è, innanzitutto, un gesto del corpo.
La condanna della rivolta, ugualmente, non si misura nella spasmodica domanda di coerenza simmetrica tra i fini e i mezzi.
Lo spostamento, il disalliniamento, il disequilibrio, l'asimmetria, l'anomalia della rivolta non si misura dalle nostre case, dai nostri osservatori, dai nostri progetti (per noi e per chi viene dopo di noi).
*
Niente si misura con i vecchi criteri rispetto questo rutto in faccia nostra.
*
Un rutto non è uno sputo, che tocca, con la saliva, il corpo altrui.
Viene da un profondo maggiore.
E' un rutto. Liberatorio. E che ci libera.
E' riprendersi un respiro.
E' il corpo che lo vuole, che lo chiede.
*
Ed è in faccia alla nostra generazione.
Finalmente ce ne siamo andati, è finita. La nostra formazione che non ha formato, la nostra cultura che ci ha sformato, che ci ha fatto divenire vecchie e vecchi con qualche soldo, certi di certezze ripetute e imparate. Senza nememno saperle ripetere a livello dei maestri e delle maestre.
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Finalmente c'hanno espulso dal loro corpo, che non è il nostro, e dove abbiamo risieduto per troppo tempo.
UN corpo morto: tutti i nostri insegnamenti, da madri, padri, insegnanti, ricercatori, docenti, universitari.
Un lunghissimo, infinito, interminabile - spero - rutto di tutto quello che abbiamo fatto finta di essere.
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Questo rutto, come gesto di espulsione senza alcun fine, questa liberazione insensata - la rivolta tante volte non ha avuto senso apparente - è, finalmente, un gesto definitivo di separazione tra la modernità e ciò che verrà dopo, tra il corpo morto di quello che siamo e ripetiamo voler essere e la verità del tempo, dell'oggi.
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Chi si attarda nel contare le vetrine devastate, o i porta-merda dello scarto capitalista (quello che Francesco Orlando avrebbe potuto chiamare 'gli scarti'), chi si attarda a invocare una rivoluzione con fini e mezzi definiti, contro una rivolta insensata e, finalmente, feroce nel non riconoscere nulla, non coglie questa forza pura - appunto: senza un fine - che abbiamo sotto gli occhi.
E che ci dichiara morti - finalmente - politicamente e culturalmente.
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Un rutto ha abbattuto, definitivamente, i simulacri del ventesimo secolo, quali siamo.
Tutti noi, tutti voi.
Bisognerebbe, finalmente, festeggiare.
Auguri, Emilio
