Appunti a margine di un tempo dottorale
1.
In pochi oggi riescono ad interrogare davvero lo statuto della filosofia. In pochi riescono a comprendere, e a dire, in che modo questa disciplina antica di duemilacinquecento anni almeno passi attraverso questo tempo. La questione, tragica, che investe però le fondamenta del suo stesso statuto, oggi, è data proprio dal fatto che questa disciplina si è da sempre strutturata in intimo legame con l’epoca che essa interroga. Lo statuto del presente, la sua interrogazione, si lega, nella ricerca filosofica, alla modalità con cui essa dispone questa interrogazione nel presente. Ora, se la ricerca filosofica non riesce a interrogare la modalità con cui essa attraversa un presente, lì è il suo stesso statuto ad essere in gioco. Radicalmente.
Non è superfluo, per la filosofia, pensare la propria modalità di interrogazione.
Le attiene, le è essenziale.
La filosofia è il suo dirsi.
Nel corso degli ultimi due secoli, la modalità di interrogazione della filosofia è stata strettamente intrecciata ad un certo dispositivo, storicamente determinato: quello universitario. Detto diversamente, la ricerca filosofica ha dovuto fare i conti, in questi due secoli, con questa modalità: Fichte, Humboldt, Schelling, Hegel, Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger, Derrida. La filosofia è passata, in questi due secoli, attraverso le forche di questa modalità di interrogazione, attraverso la sua creazione, il suo rifiuto, il compromesso, l’esaltazione destinale. Sempre, comunque, essa, questa modalità che è anche questa servitù, è stata fatta oggetto di interrogazione. Attraverso questa interrogazione, qualunque ne sia stato l’esito, la ricerca filosofica è tornata a stringere i suoi lacci con la “politica”, e con quella “forma” della politica moderna che è lo Stato. Nel rifiuto così come nel compromesso. È sulla croce del presente che filosofia e politica si annodano e rimandano, da sempre, l’una all’altra, quella corrispondenza che attiene ai loro statuti.
Quando la ricerca filosofica pretende di “chiudere gli occhi” di fronte a questa attinenza, non è davvero la filosofia che “chiude” gli occhi, ma è semplicemente la verità sul suo luogo che viene alla luce: la filosofia sta altrove, abita in un altro luogo rispetto a quello in cui si pretende che essa “chiuda gli occhi”. Semplicemente.
Ora, se una istituzione come quella universitaria ha consentito, fino ad oggi, alla filosofia di darsi una voce pubblica, un compromesso “al rialzo”, questo tuttavia non è più possibile lì dove il “presente” e la sua modalità filosofica di interrogazione non riescono ad essere a loro volta messi in questione nelle aule universitarie. Il “caso” universitario italiano è proprio per questo esemplare: l’università italiana è l’istituzione che più di tutte si è sottratta alla “pubblicità” del suo funzionamento. Detto diversamente: l’università è il luogo in Italia meno raggiunto da quello statuto democratico che il Paese si è dato dopo la Resistenza.
E’ tutto sommato abbastanza semplice dire, anche in pubblico, come funziona veramente l’università italiana. Come vengono decisi i dottorati, come si commissionano i concorsi a cattedra. Conosciamo anche – lo testimoniano le varie inchieste che si sono aperte – qual è la risposta pubblica dell’università: negare, negare sempre. Per poi isolare, distruggere professionalmente chi ha preso parola pubblica. Tutto sommato, una risposta abbastanza simile a quella data dentro la logge massoniche o durante il maxiprocesso dai vari capimafia che passavano accanto a Buscetta.
Negare. Chi prende a descrivere, dall’interno (?) i dispositivi accademici è equiparato a un pentito, né più né meno. Né più né meno, al ludibrio che tutto sommato tocca al “pentito” corrisponde spesso uno spirito di gregge da parte di chi ha deciso di stare, appunto, “dentro”.
Ed è dunque dentro questa università, quella italiana, che la ricerca filosofica trova il punto di rottura con la sua declinazione accademica. Qui, dove il “pubblico” rimane inevaso a causa di dispositivi di potere e di segretezza feudal-massonici, la questione non può che essere posta in termini risolutivi: non ci sono più margini per una ricerca filosofica all’interno dell’università. La filosofia, la forza della sua libertà chiede altri luoghi: i dipartimenti di filosofia, le loro cancrene, costituiscono al più un’ostruzione per la ricerca filosofica e il “nome” di questa ostruzione è la “legittimità” che essi riescono a dare, pubblicamente, ai “discorsi” della filosofia. Agire, dare un futuro alla filosofia, significa dare ad essa altri “luoghi di legittimità”.
La vera scommessa, oggi, è distinguere in modo netto la ricerca filosofica dal suo statuto universitario, è indicare la possibilità di altre strade a chi, a diciassette o diciotto anni, voglia formarsi filosoficamente. È far comprendere come lo statuto della propria ricerca filosofica, della propria libertà, della propria parola pubblica, non passa, non possa più passare, attraverso l’università. È mettere in chiaro come, in questa scissione che separa oggi la disciplina filosofica dallo statuto universitario dei saperi, solo da una parte si ponga l’interrogazione, gratuita e libera, della verità, e come, di fronte a un qualsiasi dispositivo di assoggettamento – anche economico – quest’ultima sia naturalmente spinta a rivendicare il proprio statuto sovrano.
Non è da escludere – falsa coscienza o giusto interrogativo, mi chiedo a mia volta – che lo statuto universitario dei saperi e il dispositivo di reclutamento che esso mette in gioco – dottorati, assegni di ricerca, concorsi a cattedra, ecc. – possa ancora essere utilizzato in qualche modo, intelligentemente e a patto di tenere ferma la diagnosi, per rendere possibile la costruzione di altri luoghi della filosofia, per quanto, non appena esso pretenda un radicale assoggettamento di quella sovranità disciplinare su cui si fonda la ricerca filosofica, lì essa non potrà che scegliere se mantenere o perdere il proprio statuto.
Il punto è qui. Se un certo lavoro, con cui si campa, impedisce di fare ricerca (e fare ricerca filosofica presuppone un certo statuto della verità), la scelta tra quel lavoro e la ricerca diventa sostanziale e impegnativa per lo statuto stesso della ricerca.
Quello che oggi, a partire da questa scissione, occorre fare, è dichiarare l’indifferenza, la marginalità filosofica dei saperi organizzati all’interno dello statuto universitario: la filosofia è lì dove essa è libera di disporre il proprio orizzonte. In questo, solo in questo, essa si riconosce tale.
[Gianfranco 27.11.07]
