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La forza e la violenza della libertà dottorale

29.11.2007
È tardi, lo so. È tardi per rivendicare un altro percorso, un'altra 'politica della ricerca', un'altra potenza. È tardi. Eppure, continua ad indignarmi, in fondo, questa moneta per i poveri, quest'elemosima, di poche centinaia di euro, che la potenza e la forza dei giovani ricercatori, oggi, accetta e riceve come riconoscimento di diritti che gli sono stati sottratti per statuto, negli anni, e che oggi gli sono riconosciuti come scambio di un ruolo di cui loro stessi sono servi, di cui non riescono a vedere il giogo che si nasconde dietro qualche moneta gettata - almeno a parole - dallo Stato.
Cominciamo dall'inizio: gli stipendi dei dottorandi italiani sono i più poveri del mondo occidentale, da sempre. Questa sarebbe, tra le altre, una delle motivazioni per cui i 'cervelli' fuggirebbero fuori Italia. Falso. Falso. Falso tre volte e molte volte. Falso in radice: nella forma e nel senso.
In Italia, i dottorati si vincono grazie al rapporto costruito prima. In Italia, il dottorato, a concorso, si vince grazie al lavoro svolto prima del concorso dottorale, durante la tesi. È falso che la 'fuga dei cervelli' avviene per la penuria economica della borsa dottorale. Al contrario, è l'accesso al dottorato che funge da prima selezione classista per puntare alla carriera accademica. L'accesso al dottorato, che in Italia è regolato da un concorso, è legato dalla servitù - dalla relazione - che si è creata durante la tesi di laurea, qualsiasi sia la materia, la disciplina, la facoltà in cui ci si muove. Non è possibile, nella maggioranza dei casi, un accesso al terzo ciclodi studi che non si leghi alla scelta di un docente che sappia 'portare', dopo, il proprio studente al concorso dottorale. In questo senso, nessuno di coloro i quali, in Italia, abbia vinto un concorso dottorale, è immune da questo 'colera' che attiene all'Univerisità italiana.
Nè più nemmeno questo 'colera' attiene a tutti i coloro che hanno vinto i concorsi dottorali, come a coloro i quali lo abbiano vinto nelle istituzioni di studio superiore: la 'Normale', il 'San Carlo', il 'Sant'Anna'. È divertente leggere come il Ministero della Ricerca si affanni a riconoscere a questi istituti, come anche l'istituto di Fiesole, uno statuto che va da sè per gli addottorati delle facoltà ordinarie.
In nessun caso, in nessuno di questi casi, si leva una voce per mettere in questione la radice fondamentale della servitù accademica italiana: l'accesso, per concorso, al dottorato. In nessuna parte del mondo questa selezione di accesso al terzo ciclo di studi avviene per 'concorso': non in Francia o in Germania, nè in Spagna nè nella Gran Bretagna (per limitarci alle nazioni di un Occidente culturale in cui, certamente, lasciamo altri riconoscersi).
Ovunque, esiste una doppia selezione non esclusiva: la prima per quanto riguarda il valore ed il contenuto del progetto dottorale, il secondo per le poche borse.
La prima non è numericamente definita, non limita, non esclude; la seconda esclude e sceglie. Ma non limita. Non si incardina in una violenza sistematica, che tutti gli studenti italioti, come me, conosce.
Avviene, ovunque, una selezione per la borsa, mai per l'accesso.
La selezione avviene su 'progetti', non su 'servitù'.
Non una volta, nemmeno questa volta, si è levata una voce per dichiarare che la selezione di accesso dottorale che avviene in Italia, proprio perchè sottoposta alla regola concorsuale, è legata a doppio filo alla violenza accademica, al peso concorsuale dei docenti, alla capacità di condizionare, convincere o aspettare. Alla potenza accademica dei propri professori. Per due, tre, quattro volte si può provare l'accesso al dottorato, per poi essere scelti solo grazie al turno che spetta al docente che ti sponsorizza. Questa infamia, che non tiene conto nè della qualità del dottorando nè della qualità del docente che porta avanti qualcuno nella carriera accademica, è ciò che fa del dottorato il primo 'collo di bottiglia' attraverso cui l'accademia italiana sceglie i suoi fidi scudieri, coloro i quali sanno aspettare, sanno scegliere i propri docenti sin dalla tesi di laurea.
È ciò che fa, nelle facoltà umanistiche, l'inutilità del 'progetto' e l'importanza della 'borsa', l'inutilità del valore, la forza del servaggio.
Non una volta, nemmeno questa volta, di fronte la compra-vendita fatta da Fabio Mussi, nemmeno questa volta, per pochi soldi gettati in faccia, qualcuno ha alzato la voce, ha detto la verità.
Nessuno ha messo in questione il dispositivo di selezione.
Nemmeno questa volta, nessuno dei miei amici si è indignato, ha vomitato, ha sputato IN PUBBLICO su questa fogna a cui si paga pegno per il riconoscimento.
Si sguazza, ognuno per quello che può, un po' più, un po' meno.
Non una voce, nemmeno questa volta, per chiamare per nome una cosa che si conosce bene.
Si conosce bene per i titoli dati due sere prima, per i concorsi dottorali vinti per la presenza dei propri docenti, per i dottorati vinti senza borsa per l'assenza dei propri professori.
Mai, dico mai, una volta si parlasse, si dichiarasse, si scrivesse, si sputasse su questa merda. IN PUBBLICO.
Nemmeno quando, con quattro soldi, vogliono continuare a coprire questa merda: quando è merda è merda.
Anche quando la merda copre i miei amici, rimane merda.
Io vengo dalla politica, non dagli studi.
E la politica è feroce. A volte chiama le cose per nome. A volte.
A volte fa anche male. E chiama, personalmente, a dire la verità.
Fa male.
La forza e la violenza della libertà dottorale, sganciata finalmente da questa servitù silente, attenderà ancora un attimo.

[27.11.07 - millepiani]


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