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06.05.08 - luce / buio V - I mostri? della Bassa Austria

06.05.2008

24 anni e la verità

 [gf - 06.05.08]

 
“En Austria todo puede pasar” dice la giovane austriaca con cui discuto in terra spagnola. “En qué sentido?” chiedo, volendo sembrare ancora più banale di quanto probabilmente già non appaia, in questo inizio di cena italiana in terra spagnola. E dunque, “Todo, TO-DO – scandisce l’austriaca – la gente hace cosas increìbles. No se sabe lo que pasa”. Pasar. Accadere. Traduco: passieren, geschehen, succedere, accadere. Evento improvviso, trascurabile e superabile – sempre e comunque – nel primo caso. Evento cruciale, insuperabile, di cui è impossibile discutere, parlare, operare linguisticamente, nel secondo. Il “qualcosa”, in questo caso, atterrisce, sgomenta. Lo spagnolo nasconde bene la linea sottile che divide semanticamente i due verbi tedeschi. La mia amichetta austriaca si nasconde: lo fa bene. In Austria tutto può accadere, in Austria non si sa cosa stia accadendo, si potrebbe pensare.
E invece “Tutto può succedere [e] qualcosa accade” occorre tradurre.
Thomas Bernhard, suppongo, non avrebbe avuto troppa difficoltà a sottoscrivere questa frase, pronunciata dalla giovane austriaca a una cena italiana in terra spagnola, fattasi improvvisamente seria seria. Tranne che in una cosa: Bernhard sapeva certamente, credo che abbia sempre saputo cosa “poteva”, “sarebbe potuto” accadere in Austria. Lo sapeva bene come probabilmente lo sapevano e lo sanno bene tutte le Austriache e tutti gli Austriaci.
Lo sapevano bene, e lo sanno, senza però riuscire a pronunciarla, questa cosa, banale, che è la schifosa verità sul proprio Paese. “Si sa”, il punto nevralgico del cattolicesimo austriaco. Oltre che del nazionalsocialismo.
Questo il punto nevralgico dell’ODIO intorno al quale, sul quale Bernhard ha costruito la propria “letteratura”, come la chiamano le società austriache sorte a suo nome, i propri “libri” come diceva, probabilmente, lui. Il proprio “teatro”. Il proprio “pubblico” e gli sputi con cui dimostrava a questo suo “pubblico” tutto il proprio più incancellabile e non travisabile “schifo”.
Dunque: tutti in Austria sanno, hanno sempre saputo “cosa” può succedere e sempre sanno cosa “accade”: cosa “sta”, “stava” accadendo. Tutti.
Questa è la “verità”: ed è se vogliamo il groppo in gola costante di Bernhard, o di Haneke / Jelinek, formidabile coppia regista / scrittrice. La verità sul “proprio” Paese: o meglio, su di “loro”, su di “voi”, tra cui sono nato. E che mi fanno/fate “schifo”.
Poi – la Cacania prende tutto, tutto nasconde e di tutto si compiace – c’è il “male”. Che non è “altro”, un’altra cosa, solo perché esso in tedesco-austriaco non si pronuncia, se non per ellissi, come “qualcosa”: il “male”, il “qualcosa che accade” è il terminale maestro della linea di verità. Ma proprio questa linea appare offuscata, messa in questione, lì dove nel Novecento essa confina col silenzio possibile, con la possibile “decezione” della parola. Il “male” è, nel Novecento, intricato, si innesta sulla comparsa o sull’assenza della parola.
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Il “male” nascosto nella vicenda di quello che in Austria si affrettano subito a chiamare, a isolare come “mostro”, dopo esserci andati in vacanza, essercisi fermati a bere, questo “male” non è l’antitesi “luce/buio”, non è la presenza “sotto” la presenza, non è l’assenza, la scomparsa “vicina”. È la compresenza. 24 anni non sono, non costituiscono una “scissione”, uno scarto. 24 anni è una vita. 8000 giornate di vita umana: è nascita e morte.
In Austria, l’incommensurabile che è accaduto sono questi 24 anni: non la mente “diabolica”, non l’infermo di mente, non la “figlia sequestrata e violentata per anni e anni”. Il “male”, il fondo di cui l’Austria (non) ci parla – non può parlarci – ma che si presenta, è questo essere-presente della vita come “impossibile”, lì dove non può essere e invece è.
Senza denti, rattrappita, invecchiata di venti anni, giovane-decrepita, adolescente senza libertà, padre-nonno-compagno: tutto. E, sempre, di più: il “male” è il tempo di cura, il tempo impegnato nella “cura” quotidiana. Il “male” è la cura. Il “lasciare in vita” il “musulmano” che diventa, nei laboratori dei campi come adesso, un “portare alla vita”. È il gioco arbitrario non sulla morte o sull’assenza, sul fantasma o sulla bugia, ma su ciò che esiste e non fugge, non può fuggire. E su ciò che è “lì sotto” comunque e che lì conduce forma umana. E’ la persistenza nel tempo. Il mutamento nel tempo. È la traccia che abita i corpi: che li segna, li rende riconoscibili o irriconoscibili al “prossimo” che si avvicina. È il segno della “vecchiaia”, della “crescita”: è la vita che “nonostante…” accade. Una “svolta di fiato” è qui necessaria per rendere possibile la parola, e cioè la verità sul “male”: altrimenti vi è solo fiato, “sottovoce”, fantasma. E tutto ritorna a essere “possibile”. La forma di vita è il male.
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"L'ho aiutato a portarla su - dichiara agli agenti - e l'abbiamo adagiata su un divano. Dietro la porta ho sentito delle voci. Mia madre, i miei figli che vivevano sulla terra, parlavano sottovoce. Mi è parso che capissero cosa stava succedendo. Non ho avuto il coraggio di chiamarli. Poi mi ha riportato di sotto" [da Repubblica]. Gli “altri”. L’uomo riproduce due famiglie perfettamente uguali, nel numero. È l’unico che, mentalmente, può non dover dire “gli altri”. Sempre, quelli di sotto avranno detto, pensato, degli “altri”. E anche quelli di sopra avranno pensato, non detto, degli altri. Per un momento, un lampo, forse. I movimenti sono fantasmatici: con il corpo del malato di “sotto” che deve emergere alla luce, gli uni cercano di non fare rumore (“adagiata”), mentre gli altri “parlavano sottovoce”. La questione essenziale che abita tutta la modernità occidentale, il “rêvenant”, colui / o colei che “torna” e che non può che tornare, e che dirà la verità su ciò che, appunto, “accade” è stata spazzata via dal “male” comparso nel Novecento.
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Noi abbiamo questo “male”. “Was ist das?”, dove “das” non è il “buio”. È ciò che ci rende visibile questa linea tra “luce” e “buio”. È il tratto di separazione, nella Genesi così come nella nostra scrittura: “/”. È la sospensione leggera del nostro flusso di parole “luce…. buio”. Esso, “das”, è una svolta linguistica: che è tale solo in quanto è tra due emissioni significanti. Il nostro “male”, il male che dobbiamo guardare, dire, senza riuscire a farlo, è, nel Novecento, la “compresenza”, il “sapere degli altri”. La cenere e il fumo, la mandorla come segno d’occhi. Non “ricordo”, reminiscenza, “simbolo”, ma come “tutto ciò che si può dire” non tanto su ciò che è accaduto, piuttosto “in quanto è accaduto qualcosa”. Il “male” è la frazione di fiato: è come noi sappiamo parlare, siamo riusciti a parlare in occidente dell’“altro”.
Di ciò che ha reso possibile questa “frazione”, questa “espressione” se ne è fatto, in Occidente, il Signore degli uomini.
“Lei” e “lei”: tra le due il “Maestro”. È il “Maestro”, o anche il “Mastro” (Meister), che “separa” il mondo degli uomini, e delle donne. Che opera la possibilità degli “altri”, rendendola impronunciabile. Ma per il “Maestro” non esistono “due” mondi. Il “Maestro” non ha una “doppia vita”. Non è “prima” una cosa, “poi” un’altra: alla luce “qualcosa”, di notte “qualcos’altro”. In Austria tutto avviene alla luce al sole, così come di notte. Il “Maestro” non vede l’espressione “luce/buio”, non ha necessità di pronunciarla. È il suo mondo, la creazione, l’opera. La “verità” spetta a noi, la “leggibilità” del male attiene a quanti “non possono che” operare il linguaggio. Il “male” è nel Novecento “senza ritorno”: non si ritorna “dalla neve”. Tutto la neve copre. La lingua si fa combattimento serrato contro la “neve”. Oltre il Novecento, la verità verso cui la “lingua” preme porta ancora il segno del “Non vi crederà nessuno” e del “Non rimarrà nulla”: vi passa attraverso e trafora. Oltre il Novecento la lingua si esaurisce, e si sporge, su “Avevano tutto per un mese”. Un mese ancora. È ciò verso cui preme il pensiero di Foucault, oltre Heidegger, come hai detto tu.
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Non è, il male, il “Maestro”.
Come non è, il male, Eichmann.
È “banale” tutto l’affaire del “Dio”.
Il “male” è l’opera, la creazione, di cui “Dio” è movimento.
La “verità” o la “giustizia” sono, in quest’opera, espressioni della lingua. La “poesia” si fa carico di entrambe. La “parola” è, in questo, “anti-mondo”, “contromondo”, “Gegenwelt”: è “opera per la fine”, “tutto ciò” e nient’altro che gli altri hanno tra le mani per mettere fine, principiare la catastrofe.
La forma di vita è il male. È il mondo. “Dire” la “forma di vita” è opera della sua fine, che essa contiene. È risposta rabdomantica, cieca, e senza salvezza propria, all’interrogazione che sorge da un futuro. “Ho sempre atteso”: come dice la figlia-madre.
 
[gf]
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