06.05.08 - luce / buio VI - Qualcosa accade
06.05.2008
A colpi d'ascia: omaggio a Thomas Bernhard
Qualcosa accade
[millepiani - 06.05.08]
Non
fosse per altro, la parola di Celan salverebbe già l'Austria. Come il
rifiuto, insistito, reiterato, inappellabile sino alla morte, il
divieto bernhardiano di rappresentazione delle proprie opere teatrali
in Austria. O il bruciare viva, in un letto di Roma, di Bachmann,
lontano dalla sua pretesa, tutta austriaca, di abbattere Heidegger con
la sua tesi di laurea: come un fiammifero, come volesse, per un attimo,
da lontano, illuminare questo gorgo scuro, senza fascismo e nazista,
che porta questo nome: finis Austriae. Un vuoto, un abisso.
***
Non è nuova la mia polemica senza parola contro l'Austria e il nulla che rappresenta, il vuoto che costituisce e che ci portiamo dietro come bagaglio di un novecento tagliato prima di nascere. Per dire: non ho mai amato Riccardo Muti anche solo per un banale motivo: ha comprato una villa vicino a quella del 'Maestro' - il 'Meister'- nelle campagne salisburghesi.
Tutto, in Austria, si riduce allo schifo provato da Mozart e alla sua solitudine; oggi adorato, crocifisso, venduto, inculato. Inculato tra sacher e Festival, ninnoli e cd, musiche e case: qui ha mangiato, qui ha fottuto, qui ha ruttato, qui ha scritto, qui ha pianto, riso, vomitato. Non c'è - non ci può essere - una sola parola che dica: qui è morto, qui è sepolto. Gli austriaci hanno sepolto Mozart in una semplice fossa comune. Bale, si sa, meglio così, faccia al filisteismo psicanalitico che li attanaglia. Ma.
***
La Mitteleuropa siamo noi. Tutto ciò che essa nasconde 'sotto' di sé è nostro. Ricordo il primo corso a Parigi, all'Alliance Francaise: una donna austriaca fece una piccola conferenza, in francese scolare, sulle begonie. Chiesi se trattava i fiori come avevano trattato gli ebrei: successe il finimondo, mi espulsero da quella classe, retrocedendomi tra i giapponesi. I francesi....
***
Il male accade dentro 'dio': Pareyson lo sapeva. È più semplice che esso accada di quanto possa essere presente il bene. In questo io vengo dalla grande tradizione nera, fredda e realista dei pensatori politici che non scambiano la speranza con la realtà. È sempre, sempre, solo e solamente, semplicemente, una questione ontologica, la questione ontologica fondamentale. E cioè: accadendo dentro 'dio', presentandosi questo 'drama' all'origine, perchè esso debba avere questo conato sul mondo. Che non è '...un'etica', né 'una morale', ma semplicemente la domanda, scandalosa, sul perchè del male.
***
È solo da questa tradizione che il male più acuto - che, ovviamente, non attiene agli uomini, ma, certamente, agli dei e al loro 'mancare' - è solo da questa tradizione che la portata metafisica di ciò che attraversa il mondo, incidendone la carna viva, può essere interrogata. Dove più intensa si fa la vertigine dell'insensato e del male, più insistente, senza pace, acuminata, storta e incessante, soffocante, sola e feroce si fa l'interrogazione, si declina la domanda, si coniuga l'insistenza del chiedere non tanto 'perchè', ma, bensì, 'da dove?'
***
Perchè è lo spazio che il male si ritaglia che fa problema, è lo spazio che si conquista, che si scava, in cui si nasconde per poi balzare fuori, alla luce, dal buio alla luce. Perchè proprio questa spazializzazione che l'andare e il tornare della luce e del buio pone, questa divisione del mondo a metà - la notte e il giorno, il buono e il cattivo, l'impossibile ed il reale -, questa separazione non pensa quello spazio che il male conserva, in silenzio per anni - metafisicamente 'eternamente' - dentro di noi. Spazio che chiama 'tutte le potenzialità di dio' ad esporsi (non posson non dirsi d'accordo i credenti, pensando il 'dio' nella storia, pensandolo radicalmente)
***
Per questo la Mitteleuropa siamo noi. E Karl Kraus, una volta e per sempre, ne ha decretato l'apogeo e la fine: "Gli ultimi giorni dell'umanità", della Mitteleuropa e dell'umanità per come tutto il moderno ha pensato questa 'cosa'. Risulta scandalosa tutta questa melina che ha attraversato il '900, questo vedere per vedere altro, non vedere per immaginare altro, questo immaginare vedendo altro.
***
Tutto ciò che accade in Austria accade dentro di noi. Sotto di noi. Sotto i nostri occhi. A volerlo vedere.
***
Ne 'Il Maestro e Margherita', Bulgakov immagina il più bel volo del mondo, sopra la città. Dopo avere attraversato ad occhi aperti il male, la sua espressione, le sue forme, il suo tempo, la sua irruzione, Bulgakov non arresta il tempo, il suo volo non è un'astrazione, ma il contrappunto apocalittico al mondo per come si dà. Questo contrappunto, questo volo, non è una fuga, ma una resa dei conti tra spazi temporali, è una resa dei conti per determinare il 'da dove?' Le figure che animano 'Der Meister und Margarita' occupano spazi, e così tutto il romanzo, sono una decostruzione degli spazi che il male occupa nel mondo. Il volo stesso è, insieme, portare 'altrove' tutte le forme del male, riportarle alla propria origine, al proprio luogo, vederle e riderne. Il giardino, per quanto possa sembrare un luogo immoto, è lo specchio del manoscritto dello scrittore che, certamente, si muove da sé, per forza interiore. Che spinge la primavera ad occupare lo spazio-tempo del gelo interiore ed esterno con cui si apre il romanzo.
***
Thomas Bernhard ha visto tutto questo - il di sopra e il di sotto - della patria dov'è nato. A lui dobbiamo lo sguardo lucido sul male, l'amore per la musica, l'amicizia con la verità, l'odio per l'ipocrisia, la violenza contro i maestri, la tensione verso la morte come desiderio del 'da dove?', la durezza ed il rifiuto, lo sputo sul pubblico applaudente come la philia dell'amicizia, la cura e la strafottenza, la devastazione che viene dall'amore, la violenza della vicinanza come la tenerezza del silenzio, la semplicità e la lettura, la vertigine della lettura, soffocare la scrittura, la ripetizione ossessiva come l'invenzione improvvisa. E, soprattutto, la violenza contro ciò che ci fa essere come siamo, quello che siamo, senza pietà e misericordia, contro di noi, sempre, contro la nostra origine, la nostra storia e la nostra memoria. Contro la nostra identità. A colpi d'ascia.
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Non è nuova la mia polemica senza parola contro l'Austria e il nulla che rappresenta, il vuoto che costituisce e che ci portiamo dietro come bagaglio di un novecento tagliato prima di nascere. Per dire: non ho mai amato Riccardo Muti anche solo per un banale motivo: ha comprato una villa vicino a quella del 'Maestro' - il 'Meister'- nelle campagne salisburghesi.
Tutto, in Austria, si riduce allo schifo provato da Mozart e alla sua solitudine; oggi adorato, crocifisso, venduto, inculato. Inculato tra sacher e Festival, ninnoli e cd, musiche e case: qui ha mangiato, qui ha fottuto, qui ha ruttato, qui ha scritto, qui ha pianto, riso, vomitato. Non c'è - non ci può essere - una sola parola che dica: qui è morto, qui è sepolto. Gli austriaci hanno sepolto Mozart in una semplice fossa comune. Bale, si sa, meglio così, faccia al filisteismo psicanalitico che li attanaglia. Ma.
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La Mitteleuropa siamo noi. Tutto ciò che essa nasconde 'sotto' di sé è nostro. Ricordo il primo corso a Parigi, all'Alliance Francaise: una donna austriaca fece una piccola conferenza, in francese scolare, sulle begonie. Chiesi se trattava i fiori come avevano trattato gli ebrei: successe il finimondo, mi espulsero da quella classe, retrocedendomi tra i giapponesi. I francesi....
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Il male accade dentro 'dio': Pareyson lo sapeva. È più semplice che esso accada di quanto possa essere presente il bene. In questo io vengo dalla grande tradizione nera, fredda e realista dei pensatori politici che non scambiano la speranza con la realtà. È sempre, sempre, solo e solamente, semplicemente, una questione ontologica, la questione ontologica fondamentale. E cioè: accadendo dentro 'dio', presentandosi questo 'drama' all'origine, perchè esso debba avere questo conato sul mondo. Che non è '...un'etica', né 'una morale', ma semplicemente la domanda, scandalosa, sul perchè del male.
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È solo da questa tradizione che il male più acuto - che, ovviamente, non attiene agli uomini, ma, certamente, agli dei e al loro 'mancare' - è solo da questa tradizione che la portata metafisica di ciò che attraversa il mondo, incidendone la carna viva, può essere interrogata. Dove più intensa si fa la vertigine dell'insensato e del male, più insistente, senza pace, acuminata, storta e incessante, soffocante, sola e feroce si fa l'interrogazione, si declina la domanda, si coniuga l'insistenza del chiedere non tanto 'perchè', ma, bensì, 'da dove?'
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Perchè è lo spazio che il male si ritaglia che fa problema, è lo spazio che si conquista, che si scava, in cui si nasconde per poi balzare fuori, alla luce, dal buio alla luce. Perchè proprio questa spazializzazione che l'andare e il tornare della luce e del buio pone, questa divisione del mondo a metà - la notte e il giorno, il buono e il cattivo, l'impossibile ed il reale -, questa separazione non pensa quello spazio che il male conserva, in silenzio per anni - metafisicamente 'eternamente' - dentro di noi. Spazio che chiama 'tutte le potenzialità di dio' ad esporsi (non posson non dirsi d'accordo i credenti, pensando il 'dio' nella storia, pensandolo radicalmente)
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Per questo la Mitteleuropa siamo noi. E Karl Kraus, una volta e per sempre, ne ha decretato l'apogeo e la fine: "Gli ultimi giorni dell'umanità", della Mitteleuropa e dell'umanità per come tutto il moderno ha pensato questa 'cosa'. Risulta scandalosa tutta questa melina che ha attraversato il '900, questo vedere per vedere altro, non vedere per immaginare altro, questo immaginare vedendo altro.
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Tutto ciò che accade in Austria accade dentro di noi. Sotto di noi. Sotto i nostri occhi. A volerlo vedere.
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Ne 'Il Maestro e Margherita', Bulgakov immagina il più bel volo del mondo, sopra la città. Dopo avere attraversato ad occhi aperti il male, la sua espressione, le sue forme, il suo tempo, la sua irruzione, Bulgakov non arresta il tempo, il suo volo non è un'astrazione, ma il contrappunto apocalittico al mondo per come si dà. Questo contrappunto, questo volo, non è una fuga, ma una resa dei conti tra spazi temporali, è una resa dei conti per determinare il 'da dove?' Le figure che animano 'Der Meister und Margarita' occupano spazi, e così tutto il romanzo, sono una decostruzione degli spazi che il male occupa nel mondo. Il volo stesso è, insieme, portare 'altrove' tutte le forme del male, riportarle alla propria origine, al proprio luogo, vederle e riderne. Il giardino, per quanto possa sembrare un luogo immoto, è lo specchio del manoscritto dello scrittore che, certamente, si muove da sé, per forza interiore. Che spinge la primavera ad occupare lo spazio-tempo del gelo interiore ed esterno con cui si apre il romanzo.
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Thomas Bernhard ha visto tutto questo - il di sopra e il di sotto - della patria dov'è nato. A lui dobbiamo lo sguardo lucido sul male, l'amore per la musica, l'amicizia con la verità, l'odio per l'ipocrisia, la violenza contro i maestri, la tensione verso la morte come desiderio del 'da dove?', la durezza ed il rifiuto, lo sputo sul pubblico applaudente come la philia dell'amicizia, la cura e la strafottenza, la devastazione che viene dall'amore, la violenza della vicinanza come la tenerezza del silenzio, la semplicità e la lettura, la vertigine della lettura, soffocare la scrittura, la ripetizione ossessiva come l'invenzione improvvisa. E, soprattutto, la violenza contro ciò che ci fa essere come siamo, quello che siamo, senza pietà e misericordia, contro di noi, sempre, contro la nostra origine, la nostra storia e la nostra memoria. Contro la nostra identità. A colpi d'ascia.
[millepiani - 06.05.08]
