Ho guidato sino all'estenuazione - 16.04.08
16.04.2008
Ho guidato. Fino all’estenuazione, di sera.
Nella città dove risiedo, dove non ho scelto di nascere ma dove ho scelto di risiedere, finora, e pur vivendo altrove ormai da anni, da dove me ne sono andato pur senza andarmene, dove mi si chiede a volte “quando torni?”, a volte “quando vieni?”, in questa città dove il “mio Paese” mi verrebbe a cercare qualora, per un motivo o per l’altro, dovesse farlo, in questa città che è l’unica del mio Paese, e del pianeta, in grado di testimoniare, nei suoi uffici, la mia “identità”, in questa città le direzioni geografiche – il nord, il sud, innanzitutto – non sono semplicemente delle vocazioni verbali, dei segni stradali. In questa città “sapere” dove si va è tutto sommato semplice. È il “paesaggio” stesso a guidarti: o sali sui Colli, o scendi verso il mare, o prosegui lungo la linea di costa o arrivi fin dove questa si interrompe e “gira”. A Messina non si può “andare senza sapere dove” o “girare in tondo”. Tutto ti dice dove sei. E i “punti panoramici” della città, quelli “famosi”, quelli meno conosciuti, quelli conosciuti solo da alcuni e quelli che “conosco solo io” – ogni messinese, da buon “buddace buccazzaro” ne ha uno, e anch’io, in verità – questi punti panoramici sono quelli orientati in modo tale, da contenere, in uno stesso campo visivo, la falce del porto e lo Stretto tra Scilla e Cariddi, la sottile lingua di terra che si sporge verso il mare, la “punta”, Capo Peloro, il “limite”, dove un vecchio messinese non dirà mai che la Sicilia è più vicina alla Calabria, se non per spiegarsi meglio, preferendo invece affermare, perché così pensa, così ha sempre pensato, che un mare (lo Jonio) incontra l’altro (il Tirreno). Punto panoramico è dunque un luogo da cui questo incontro, continuo e inesausto, risulta visibile, seppur a distanza. Perché è a partire da quel luogo che Messina, la sua linea di costa, scende, curvandosi, sino al Porto, e lì si arriccia. A Messina è la pendenza della strada o l’avere il mare alla tua destra o alla tua sinistra a permetterti di sapere sempre, comunque, dove sei.
Non è quindi una città che conosce estenuazione. Persino il suo vento, lo scirocco, è un vento che potrebbe estenuare chiunque, sullo Stretto, tranne chi vi è nato.
Solo in un punto Messina conosce estenuazione: mai allontanarsi troppo dalla spiaggia lì, “che il mare ti porta”, si dice. È più che altro un fare i conti con l’estenuazione geologica. Con l’estinzione della terra sotto i piedi, dove “si incrociano i due mari”, a… “Torre Faro” – appunto.
Ho guidato, da solo, fin lì. E lì mi sono fermato.
Faccio una grande fatica, una fatica enorme a scrivere, a pensare del “mio Paese”, questa sera.
Mi fa una grande fatica parlare a chi, in quanto ne parlo la lingua e in quanto ne “penso” il destino, mi “chiede conto”.
Resistenza civile, mi scrive il mio amico, in un messaggio da un treno notturno. Lungo verso la Toscana.
Resistere non è oggi, come non è stato nel ’43, rivendicare un’appartenenza al presente.
Il presente è spacciato. Il presente è sempre spacciato. Oggi più di- di sempre.
Appartenere al futuro, rivendicare questa appartenenza. Resistere, anche non per scelta, anche solo per necessità, per “esistenza”, per “poter esistere”, come ci insegna Fenoglio, per fare che “si esista diversamente” – Guadalajara, Hemingway… - resistere è questo declinare al futuro la propria identità. Inscrivere nelle “carte d’identità” di impensabili singoli a venire, la propria esistenza, il presente del proprio fare. “Repubblica, Repubblica italiana”. C’è questa condensazione, ci sono quelle montagne, quegli spari, in quella scritta, in questi “nomi” di uffici pubblici, c’è il Teatro Goldoni, la fuga di Pertini e padre Pappagallo. Io li vedo. In ombra, ma li vedo. Ma sono, come pochi di voi, tra gli ultimi.
Sulle montagne. Anche Lenz, con Büchner, va tra le montagne. Andarci gravidi di futuro, lucidi.
Negli anni che vengono, anni bui, inquietanti, ci si dividerà tra quanti “vedranno” il futuro, e quanti no.
Questo è il filo della trasformazione. Filo cosmico, apocalittico. Innanzitutto, prima ancora che “politico”.
Nel presente ci sono occhi che vagano inquieti. Mi si risponde: “Io non voglio figli”. “Beato – si sarebbe detto in quel tempo – è chi pur non volendo figli del proprio presente, sa vedere quelli del futuro”. Limite, per x tendente a infinito, una strizzata d’occhi: pensare la terrestricità della pianta uomo/donna.
Tre spettri. Tre epoche. Tre generazioni.
Ci si tocca, ci si può sfiorare progressivamente fino a riconoscersi: il tempo si piega, spezza il continuum della sua rappresentazione, disegna costellazioni vicine, prossime, le più lontane – l’unico passo che una filosofia “politica” abbia fatto nel ’900 per assumere la relatività einsteiniana è quello di Deleuze. Non basta ancora: quando la filosofia politica smetterà di essere in ritardo sulla “fisica” che nell’ultimo secolo ha già oltrepassato il “moderno” si aprirà un nuovo cosmo, anche per gli “umani”. I tempi si visitano, si riconoscono, pensava Benjamin. Anche i tempi filosofici.
Syracusa, Firenze, Londra. Tre luoghi, tre “lingue”.
Consegnare il proprio mondo. Consegnare la propria epoca: determinarla, tracciarla. Come finita.
Si può essere spietati verso i propri contemporanei. Tre scritture, città legate da ragnatele, prese in mezzo, dal filo delle esistenze, che le vivono in modo strabico. Qui, perché lì non è possibile. Qui, senza vincoli con ciò che qui è. Qui perché altrove sia altrimenti. Così, perché “così non sia” più. Contro l’amen con cui il presente si cosparge il capo. Il sorriso del vecchio Platone non deve essere stato così dissimile da quello beffardo (e “disperato”, dicono, segno esso stesso di tempi disperati e ottusi, i manuali) del segretario fiorentino che nelle sue notti pensava a come “consegnare”, portare oltre se stesse, oltre le meschinità del presente, le azioni “dello Duca Valentino nello serbare il suo imperio”, né da quello di Karl Marx, dopo il 1848.
Non che l’esistenza non conosca le notti di pianto: il pensiero precipita in queste. Ma si sporge oltre. Tocca. Medesima dinamica del pensiero dei singoli e delle epoche: sporgenza, contro la propria finitezza. Fa epoca il riconoscere comune dei singoli la sporgenza che si manifesta. Non voluta, impensata.
Pensare il futuro, vederlo, invece. Una costrizione, una necessità che si fanno pratica, disciplina progressiva. Immaginario.
Pensare l’immaginario di quelli che vengono. Insistere sulle parole, sul loro “dominio”. Sulla loro “tendenza”.
Vedere dove “tendono” le nostre parole, i nostri discorsi. Vedere nelle nostre stanze, al capezzale del letto “della morta” la luce dei “non ancora nati”. Parlare entre-nous: riconoscere nel filo dei nostri discorsi, della nostra scrittura, la frattura del non ancora pensato. Nel piacere dei nostri corpi, riconoscere, insieme, il non ancora amato, il non ancora vissuto: “certo è un peccato che tu non sia rimasta”.
“E’ insufficiente la vostra parola”. “E’ minima, banale”. Tutto viene coperto: le banalità finiscono con l’atrofizzare le orecchie. Non si ascolta. E la pratica del non ascolto atrofizza a sue volta le voci.
Epoca tristissima quella abitata da generazioni disperate. Anch’esse si toccano. Ma senza riconoscersi: il loro “entre-nous”, un mormorio sommesso sino alla morte. O una disciplina sistemica dell’afasia. Senza epitaffio alcuno. Farla finita con il ’68, suicidarlo: questa è vocazione, appartenenza al futuro. Rompere gli abbracci mortali tra le generazioni: mortali in quanto uccidono, col loro chiasso, le loro incapacità, quelle che vengono. Silenzio. Il balbettio è inquietante. La lingua sconosciuta non è “senza senso”. E’ straniera.
Vi si ricacci tre volte in gola la lingua e per tre volte torniate a sputarla: la “speranza” è una pratica. Che può farsi disciplina, mai costrizione. Conflitto. Rischio, esposizione tragica. All’impensato, al non “poter credere”, al doversi “ricredere”. La speranza è pratica di esistenza, non è sempre vero il contrario.
Pensare una controscrittura della nostra esistenza, interrogare gli infanti, nella loro lingua. Parlare, pensare il conflitto, nella loro lingua. Fermarli, purché capiscano, ti capiscano – tutto lo schifo di una espressione come “stavo assistendo all’allattamento di mio figlio”, detta “in politicis”, o di una carezza ai bambini, in campagna elettorale, è qui: nel fare dell’incomprensione, della disparità linguistica – garantita dal mezzo televisivo – uno strumento di potere. Di innalzamento del proprio “potere sugli altri”.
Parole. Strappate al silenzio. Estenuare la direzione di scrittura.
Ci sono momenti in cui la parola è “d’obbligo”, si dice. Momenti in cui le parole sono irrefrenabili.
L’autismo è la patologia che ci attraversa. Farci sani. Insistere su questo: la sanità del XXI secolo è una con-vivenza tecnica delle patologie: le patologie insistono sulla vita come le iperboli sugli assi. Un punto di intermediazione, di “espressione”, vi è sempre. Punti di “resistenza”. Wittgenstein in trincea. Imparare dalle matematiche, incrociare i saperi, i mondi. La politica abbia nuovi simboli: la filosofia li dica, li indichi. Grande epoca, quella che costruirà un intero cosmo sulle parole strappate al silenzio di epoche disperate e infami.
Incanto e tremore. Sapere che ci viene da un “certo sguardo” e un “certo nuovo stupore” sul mondo degli umani. Sapere di “amicizie stellari fra le generazioni”. Tra le “figure” e le forme dell’espressione: l’intimità tra il sorriso dell’Ignoto di Antonello e quello di Monna Lisa.
Senza paura, guardare il proprio tempo. Per quello che è. Preservare il proprio strabismo. Ontologico.
Sotto il segno di Venere il nostro dire, il nostro incrociarci – e grande amore, grande amicizia, sporgenza estrema di presente, è quella di quante, di quanti, nell’inesausto combinarsi di sguardi, finiscono come “giocati” dai propri occhi a vedere, stravolti, non più se stessi, bensì una stessa direzione.
[gf - 16.04.08]
