Come una postilla a 'San Martino del Carso'
03.04.2007
di Gianfranco F.
a R., a E., a quello che insieme potranno 'misurare'
a Tina, alla sua voce
Le case non sono 'lontane'. Sono vicine, prossime. Sono le case che si sono co-abitate: quelle che abbiamo 'abitato insieme'.
Sono le case che abbiamo saputo, la cui distanza abbiamo infinite volte misurato, dietro o dentro le quali ci siamo rifugiati, come per rispondere meglio alle raffiche che da ogni parte giungevano. Come inseguiti, o inseguendo. Le case sono il 'mondo umano' cresciuto con i nostri occhi, le costruzioni che meglio sanno narrare dei transiti. Nelle assenze di cui testimoniano nella loro continua e ossessiva 'presenza'. Le case che ci portiamo dietro dopo esservi entrati una sola volta. Le case che trasferiamo di città in città. Le case che sanno dei nostri amori più segreti, degli sguardi che pensiamo 'perduti'. Le case che ci ricreiamo ogni volta, e ogni volta di nuovo, e ogni volta di nuovo, come sappiamo, ammobiliandole con tutti, tutti i mobili che ci portiamo dietro. Le case e le voci, gli odori che continuano ad abitarvi.
Non sappiamo poi del resto chi o cosa effettivamente abiti le nostre case. Sappiamo appena, quasi per 'sentito dire' che le case ci sopravviveranno. E però già, proprio mentre le vediamo, proprio mentre le stiamo guardando, le case sembrano come 'perdere pezzi'. Le nostre case, le case che abbiamo abitato, sembrano scomparire insieme a noi. Quasi col venire meno della luce dei nostri occhi. Continuiamo come a sapere, tuttavia, che qualcosa persiste insieme alla luce degli occhi, finché avremo 'occhi'. E mani per tutti i libri, tutti gli amori e tutti gli sguardi che ci 'portiamo dietro'. Chiamiamo 'casa' questo persistere insieme alla luce dei nostri occhi e alle nostre mani. Questo. Sono le 'case' a creare le città, gli incroci, l'intersezione di fondamenta nuove e fondamenta meno nuove, persino di tetti, di pareti sconnesse. Non importa. Si 'getta' il cemento e si 'tira su' la casa. In un secondo momento ci si stupisce che la casa possa essere stata tirata su così in fretta. Ma, quello delle 'case', è il sapere più lento ed è insieme il sapere più vivo. Una casa la si 'proietta'. E tuttavia non la si possiede. E' fragilissima come fragile è la relazione che la 'casa' tiene con i nostri occhi e le nostre mani.
La casa è 'carne'. In italiano, nell'italiano di Ungaretti, questa 'carne' può essere detta senza tirarvi dentro a forza un 'corpo'. E' nella carne che si 'incide': è la carne che 'porta segno'. Nell'assenza o nella sparizione delle fondamenta delle case - il Novecento, tutto il Novecento è l'approssimarsi di questa consapevolezza, come la 'vista' violenta e poi insieme tutto un lento tornare a vedere la troppa violenza di questa 'sparizione' - che è poi ciò a partire da cui oggi misuriamo, senza poi 'poterlo', le nostre 'case', noi sappiamo di misurarci con una 'carne', anzi, con 'della carne'. La carne porta le incisioni. Ulteriormente, dobbiamo aggiungere che la 'carne' si costituisce, si dice tale a partire dall'incisione. Non si incide un corpo. L'incisione focalizza membra, pezzi, frantumi. Brandelli. L'incisione trascina anche la questione del 'vivo'. Dove si arresta il 'vivo' sul luogo determinato dall'incisione? Che ne è del 'vivo' sulla 'carne'? 'Cosa' esattamente 'resta', nella carne? E' questo lo spostamento cui un pensiero teologico è obbligato nel novecento: è uno 'spiazzamento'. Pure, tuttavia, come presto ci racconteranno, prevedibile. E' un errore di prospettiva, cercare nella 'carne' il 'resto' di qualcosa, di un 'corpo'. La 'vita' del corpo, quasi potremmo dire, la vediamo nella pratica dell'incisione. E' l'incisione, la prossimità della 'carne' alla fine del corpo nell'evento del suo finire, il luogo in cui più sembra di poter 'misurare' la vita del corpo. La carne, a partire dunque dalla sua costituzione, porta e insieme non porta questa vita: questa vita tuttavia sembra non poter essere rinvenuta, approssimata che nella pratica dell'incisione. La carne è un rimanere, un tuttavia, un eppure, di cui non si sa bene cosa fare. E' lì. Non 'testimonia' neanche. Certo, preme contro il linguaggio, che tenta a sua volta una sua 'pratica'. Il 'rito' è una delle pratiche più poderose con cui il linguaggio umano tenta l'approssimazione alla 'carne'. Rivela esso la sua vanità quando, nel suo onnipresente tentativo di ricomposizione e di riassunzione, perde la visione della 'carne'. Se ne distanzia.
La 'corrispondenza' si ha alla luce di questa 'incisione' che fa 'carne'. La chiameremo 'corrispondenza della carne'. E' uno sguardo gettato insieme sull'incisione. Sull'incisione costituente.
Si ha, allo stesso tempo, corrispondenza di 'case'. In quanto 'abitata' (e la letteratura nera inglese e tedesca del secondo Ottocento, così come Cortazar, testimoniano di questo impulso innato che le case hanno di 'abitarsi', di rendersi abitate quasi...) la casa di ciascuno corrisponde a quella di chiunque altro esattamente come la carne corrisponde alla carne pur essendo sempre 'altra' e pur portando su di sé segni simili a quelli con cui il linguaggio tenta di 'praticarla', praticandola sul corpo linguistico che gli attiene, senza tuttavia riuscirvi del tutto.
Nelle 'corrispondenze', in queste 'corrispondenze' il linguaggio viene come 'scorticato'. Vivo, ovviamente. Perché è nel suo praticarsi che incide sul proprio corpo, rendendolo carne, rendendolo prossimo, giocandosi, all'evento della 'corrispondenza'. E' da questa pratica che ha luogo la poesia. Che si fa, e proprio mentre si fa, a guardar bene, sempre più 'sfatta'. Di muri e di corpi rimangono brandelli in un caso, 'neppure tanto' nell'altro, quasi che non si possa appunto neanche nominare che cosa rimanga di un 'corpo' e della vita che lo ha 'abitato'.
Dove cercare allora la persistenza di una 'corrispondenza' nel luogo in cui 'case' e 'corpi' sono 'brandelli', nel luogo in cui cioè il linguaggio può avvicinare la 'sparizione' solo nella visione della 'carne' e nella pratica dell'incisione che la costituisce? Per due volte, in due frasi che si stenta a definire 'strofe' Ungaretti ripete 'cuore'. E' una parola rubata. Una parola sottratta da Ungaretti a un altro tempo che non è più il suo e che sempre di meno potrà essere utilizzata nel corso del 'suo' secolo. E' una parola dell'ottocento: 'cuore'. Il linguaggio di Ungaretti strappa questa parola altrove e la innesta, attraverso una pratica sistematica di incisione. Questo 'cuore' è ciò che porta tutte le incisioni. Tutti i 'resti', tutte le tombe, tutte le 'corrispondenze'. Al contrario di Foscolo Ungaretti non può cercare corrispondenze sui marmi dei cimiteri, ma deve farlo, come voce, nella carne scavata da quell'incisione che è prossimità all'evento della 'fine'. Nessuna croce manca. La 'corrispondenza' non riguarda solo alcuni, neanche tanti. E' la corrispondenza della carne alla carne. E' l'incisione che segna la 'creatura' senza poterla, saperla 'dire'. Ogni 'creatura', la sua finitezza.
Delle case di cui si accennava sappiamo cosa è rimasto, alla fine.
Non si tratta però di un paese fantasma, alla fine.
Si tratta di un paese straziato. La cui cicatrice irrimarginabile porta, e porta 'tuttavia', il segno della 'corrispondenza'. Lo strazio è dato da questa 'corrispondenza'. Da questo continuare a ripetersi, a rivolgersi, della 'corrispondenza'. Stare al mondo è stare sotto il peso di questa 'corrispondenza' che continua a cercarsi sino al 'brandello'. Sino a ciò che 'resta' di un 'mondo', il brandello, la carne incisa, la creaturalità. E lì scavare, segnare.
Lo strazio della propria 'impossibilità' è ciò che la creatura porta, ciò che può portare, talvolta che non può portare, ciò che la estromette dalla sua solitudine.
Non è una 'casa', quello che alla fine viene nominato. E' un 'paese'. Tracciato come biografia.
a R., a E., a quello che insieme potranno 'misurare'
a Tina, alla sua voce
Le case non sono 'lontane'. Sono vicine, prossime. Sono le case che si sono co-abitate: quelle che abbiamo 'abitato insieme'.
Sono le case che abbiamo saputo, la cui distanza abbiamo infinite volte misurato, dietro o dentro le quali ci siamo rifugiati, come per rispondere meglio alle raffiche che da ogni parte giungevano. Come inseguiti, o inseguendo. Le case sono il 'mondo umano' cresciuto con i nostri occhi, le costruzioni che meglio sanno narrare dei transiti. Nelle assenze di cui testimoniano nella loro continua e ossessiva 'presenza'. Le case che ci portiamo dietro dopo esservi entrati una sola volta. Le case che trasferiamo di città in città. Le case che sanno dei nostri amori più segreti, degli sguardi che pensiamo 'perduti'. Le case che ci ricreiamo ogni volta, e ogni volta di nuovo, e ogni volta di nuovo, come sappiamo, ammobiliandole con tutti, tutti i mobili che ci portiamo dietro. Le case e le voci, gli odori che continuano ad abitarvi.
Non sappiamo poi del resto chi o cosa effettivamente abiti le nostre case. Sappiamo appena, quasi per 'sentito dire' che le case ci sopravviveranno. E però già, proprio mentre le vediamo, proprio mentre le stiamo guardando, le case sembrano come 'perdere pezzi'. Le nostre case, le case che abbiamo abitato, sembrano scomparire insieme a noi. Quasi col venire meno della luce dei nostri occhi. Continuiamo come a sapere, tuttavia, che qualcosa persiste insieme alla luce degli occhi, finché avremo 'occhi'. E mani per tutti i libri, tutti gli amori e tutti gli sguardi che ci 'portiamo dietro'. Chiamiamo 'casa' questo persistere insieme alla luce dei nostri occhi e alle nostre mani. Questo. Sono le 'case' a creare le città, gli incroci, l'intersezione di fondamenta nuove e fondamenta meno nuove, persino di tetti, di pareti sconnesse. Non importa. Si 'getta' il cemento e si 'tira su' la casa. In un secondo momento ci si stupisce che la casa possa essere stata tirata su così in fretta. Ma, quello delle 'case', è il sapere più lento ed è insieme il sapere più vivo. Una casa la si 'proietta'. E tuttavia non la si possiede. E' fragilissima come fragile è la relazione che la 'casa' tiene con i nostri occhi e le nostre mani.
La casa è 'carne'. In italiano, nell'italiano di Ungaretti, questa 'carne' può essere detta senza tirarvi dentro a forza un 'corpo'. E' nella carne che si 'incide': è la carne che 'porta segno'. Nell'assenza o nella sparizione delle fondamenta delle case - il Novecento, tutto il Novecento è l'approssimarsi di questa consapevolezza, come la 'vista' violenta e poi insieme tutto un lento tornare a vedere la troppa violenza di questa 'sparizione' - che è poi ciò a partire da cui oggi misuriamo, senza poi 'poterlo', le nostre 'case', noi sappiamo di misurarci con una 'carne', anzi, con 'della carne'. La carne porta le incisioni. Ulteriormente, dobbiamo aggiungere che la 'carne' si costituisce, si dice tale a partire dall'incisione. Non si incide un corpo. L'incisione focalizza membra, pezzi, frantumi. Brandelli. L'incisione trascina anche la questione del 'vivo'. Dove si arresta il 'vivo' sul luogo determinato dall'incisione? Che ne è del 'vivo' sulla 'carne'? 'Cosa' esattamente 'resta', nella carne? E' questo lo spostamento cui un pensiero teologico è obbligato nel novecento: è uno 'spiazzamento'. Pure, tuttavia, come presto ci racconteranno, prevedibile. E' un errore di prospettiva, cercare nella 'carne' il 'resto' di qualcosa, di un 'corpo'. La 'vita' del corpo, quasi potremmo dire, la vediamo nella pratica dell'incisione. E' l'incisione, la prossimità della 'carne' alla fine del corpo nell'evento del suo finire, il luogo in cui più sembra di poter 'misurare' la vita del corpo. La carne, a partire dunque dalla sua costituzione, porta e insieme non porta questa vita: questa vita tuttavia sembra non poter essere rinvenuta, approssimata che nella pratica dell'incisione. La carne è un rimanere, un tuttavia, un eppure, di cui non si sa bene cosa fare. E' lì. Non 'testimonia' neanche. Certo, preme contro il linguaggio, che tenta a sua volta una sua 'pratica'. Il 'rito' è una delle pratiche più poderose con cui il linguaggio umano tenta l'approssimazione alla 'carne'. Rivela esso la sua vanità quando, nel suo onnipresente tentativo di ricomposizione e di riassunzione, perde la visione della 'carne'. Se ne distanzia.
La 'corrispondenza' si ha alla luce di questa 'incisione' che fa 'carne'. La chiameremo 'corrispondenza della carne'. E' uno sguardo gettato insieme sull'incisione. Sull'incisione costituente.
Si ha, allo stesso tempo, corrispondenza di 'case'. In quanto 'abitata' (e la letteratura nera inglese e tedesca del secondo Ottocento, così come Cortazar, testimoniano di questo impulso innato che le case hanno di 'abitarsi', di rendersi abitate quasi...) la casa di ciascuno corrisponde a quella di chiunque altro esattamente come la carne corrisponde alla carne pur essendo sempre 'altra' e pur portando su di sé segni simili a quelli con cui il linguaggio tenta di 'praticarla', praticandola sul corpo linguistico che gli attiene, senza tuttavia riuscirvi del tutto.
Nelle 'corrispondenze', in queste 'corrispondenze' il linguaggio viene come 'scorticato'. Vivo, ovviamente. Perché è nel suo praticarsi che incide sul proprio corpo, rendendolo carne, rendendolo prossimo, giocandosi, all'evento della 'corrispondenza'. E' da questa pratica che ha luogo la poesia. Che si fa, e proprio mentre si fa, a guardar bene, sempre più 'sfatta'. Di muri e di corpi rimangono brandelli in un caso, 'neppure tanto' nell'altro, quasi che non si possa appunto neanche nominare che cosa rimanga di un 'corpo' e della vita che lo ha 'abitato'.
Dove cercare allora la persistenza di una 'corrispondenza' nel luogo in cui 'case' e 'corpi' sono 'brandelli', nel luogo in cui cioè il linguaggio può avvicinare la 'sparizione' solo nella visione della 'carne' e nella pratica dell'incisione che la costituisce? Per due volte, in due frasi che si stenta a definire 'strofe' Ungaretti ripete 'cuore'. E' una parola rubata. Una parola sottratta da Ungaretti a un altro tempo che non è più il suo e che sempre di meno potrà essere utilizzata nel corso del 'suo' secolo. E' una parola dell'ottocento: 'cuore'. Il linguaggio di Ungaretti strappa questa parola altrove e la innesta, attraverso una pratica sistematica di incisione. Questo 'cuore' è ciò che porta tutte le incisioni. Tutti i 'resti', tutte le tombe, tutte le 'corrispondenze'. Al contrario di Foscolo Ungaretti non può cercare corrispondenze sui marmi dei cimiteri, ma deve farlo, come voce, nella carne scavata da quell'incisione che è prossimità all'evento della 'fine'. Nessuna croce manca. La 'corrispondenza' non riguarda solo alcuni, neanche tanti. E' la corrispondenza della carne alla carne. E' l'incisione che segna la 'creatura' senza poterla, saperla 'dire'. Ogni 'creatura', la sua finitezza.
Delle case di cui si accennava sappiamo cosa è rimasto, alla fine.
Non si tratta però di un paese fantasma, alla fine.
Si tratta di un paese straziato. La cui cicatrice irrimarginabile porta, e porta 'tuttavia', il segno della 'corrispondenza'. Lo strazio è dato da questa 'corrispondenza'. Da questo continuare a ripetersi, a rivolgersi, della 'corrispondenza'. Stare al mondo è stare sotto il peso di questa 'corrispondenza' che continua a cercarsi sino al 'brandello'. Sino a ciò che 'resta' di un 'mondo', il brandello, la carne incisa, la creaturalità. E lì scavare, segnare.
Lo strazio della propria 'impossibilità' è ciò che la creatura porta, ciò che può portare, talvolta che non può portare, ciò che la estromette dalla sua solitudine.
Non è una 'casa', quello che alla fine viene nominato. E' un 'paese'. Tracciato come biografia.
San Martino del Carso
(27 agosto 1916)
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
E' il mio cuore
il paese più straziato
