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06.05.08 - luce / buio III - Note a margine della fine del tempo

06.05.2008

[millepiani - 06.05.08]
 
Ho ascoltato oggi, dopo pranzo, la Marsigliese. Mi riguarda come un pezzo etrusco ritrovato nell'alto medioevo. Si resta stupiti dall'indifferenza verso i vecchi amori: dove non rimane 'fondo', 'luogo', la materia del corpo è altrove da tempo. Forse dall'inizio.
La bocca si secca, diventa aspra, secca, acuminata, si rivolta come l'orecchio e i nervi. Ci si affanna a respirare, inutilmente cercando una via di fuga prima della fine.
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C'erano quattro bambini a Mosca ad ascoltare la storia dei burattini quasi morti ; eravamo sei con il burattinaio, otto con i burattini. Era metà gennaio e a nessuno passava in mente, in quel parco ghiacciato, quasi le undici del mattino, di voler tornare a casa: la storia ricordava lontanamente una fuga da casa, uno smarrimento, una salvezza, e di un ritorno. Nessuno voleva finisse. Il burattinaio ripetè per tre volte tutta la trama evitando il finale, prima che le madri ci soffiassero di sotto il naso i bambini, appena prima cominciasse per la quarta volta la storia. Era tutto bianco intorno. Era georgiano. Posò i due burattini. Eravamo rimasti in due. Abbiamo bevuto in francese, mia grande madre Russia.
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Ci sono sette figli e altri sette figli. E figli morti e bruciati e figli che non hanno visto mai la luce del sole e figli che hanno vissuto senza nulla sapere. Perchè anche il male ha le sue preferenze. E poi, soprattutto, c'erano delle donne. Forse, e la città. Morte, da vive, entrambe. Sembrava tutto senza fine. Come deve essere il male.
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Durante la notte dei cristalli (Reichskristallnacht, tra il 9 e il 10 novembre 1938), Lugi Pareyson era in Germania. Era andato a studiare Heidegger, con il quale s'incontrò. A mia conoscenza, in nessun rigo delle migliaia di pagine che ha scritto, Pareyson rievoca quella notte. È la vertigine dell'interrogazione del male in Dio, quella sull'apocatastasi e sulla rottura pleromatica che decide il movimento finale del pensiero di Pareyson, che 'ricorda' definitivamente quella notte. Poichè, in filosofia, la fine ha una dilazione non misurabile che irrompe nel tempo e disintegra la scansione cronologica del tempo, costituendo un positum ineliminabile - una sorta di fondo apocalittico - che ritorna, se solo ci fosse, si riuscisse ad avere il tempo di traversarlo sulla carne viva del passato, come scriveva Benjamin, è il passato che sarebbe liberato.
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Con precisione, non so dove fosse Martin Heidegger durante la Reichskristallnacht, tra il 9 e il 10 novembre 1938. Immagino a casa sua. Non ha scritto del male. Nemmeno dopo. Non ha scritto nemmeno dell'amore.
 
[millepiani - 06.05.08]
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