una cosmesi filosofica
17.09.2011
di Anita.Porrellesi
(16.01.10)
“La cosmetica è la scienza del cosmo della donna”, diceva Kraus. (E vedo insorgere un esercito di donne armate di altezzoso e orgogliosissimo femminismo, offese da tanta maschia insolenza). Alcune donne, specie quelle dedite a un certo intelligente militante engagement, tendono a non voler confessare, neppure a loro stesse, la sensualissima gioia della ‘superficialità cosmetica’ che raggiunge la sua massima espressione nel gesto più femmineo e di più assoluta carnalità: il rito-del-rossetto
Il rito-del-rossetto è l’essenza stessa della cosmesi, così come la cosmesi è l’essenza stessa del cosmo, ché troppi dimenticano che per i greci κÏŒσμος e κÏŒσμÎσις significano essenzialmente, prima che “mondo”, bellezza, armonia, ornamento. E i greci non ‘chiacchieravano’, non dicevano nulla tanto per dire, ma in ogni loro discorso - logos è identità tra parola e pensiero, tra parola ed essere - tutto ha una limpidezza sillogistica e consequenziale. E se per loro l’essere si dà nella parola, lo stesso essere si dà in κÏŒσμος e κÏŒσμÎσις. E, quindi, Kruas ha detto una incantevole verità. E mi viene in mente Eschilo, ricordi da liceale s’intende, che magnificamente nelle Eumenidi usa κÏŒσμος a proposito dell’ornatus, dell’abitus delle Erinni (e quale immagine è più femmina di quella delle Erinni?). Insomma, era il ‘trucco’ delle Eumenidi, come dire: uso un lipstick della Guerlain o un gloss di YSL per perseguitare Oreste?
E per tutta la grecità presocratica, filosofia pitagorica ed eraclitea specialmente, il cosmo e la cosmesi sono essenzialmente questa armonica bellezza, che nasce dalla sterminata radura del χάος, che si “orna” dell’esserci, bellezza che viola il nulla ed “esiste”, che si tocca, che si manifesta. Ma presto il cosmo diventa qualcos’altro, diventa un plasmato e poi un creato, che riceve ‘l’ornamento’ da altro, un ordo universalis e, quindi, universus (tralascio le considerazioni sul significato dell’uni-vertere latino, ché non son storica, né filosofa, ma stolta appassionata di cosmetici). E il cosmo come creato diventò tutt’al più manifestazione della grandezza divina, ove Christian Dior e Chanel non c’entrano alcunché. In breve, tutta colpa di Socrate!
Pertanto, mi pare indubitabile - e già rintracciabile in qualche passo del “Crepuscolo degli idoli” di Nietzsche - che il mancato riconoscimento e la banalizzazione del valore di un rossetto sia riconducibile alla tradizione platonica prima e a quella cristiana poi. Tradizione che riduce il rito-del-rossetto a fenomenico uti apparent, negando che è invece consustanziale del sicuti sunt di donna, ovvero del noumeno femmineo. Ma seppure Nietzsche in parte riconosca questo, si ferma, come giustamente potremmo notare con Heidegger, a una visione riduttiva in cui l’appagamento-da-rossetto diventa semplice manifestazione della volontà di potenza e, quindi, espressione di quella ‘strumentalizzazione’ dove la sacralità del rito-del-rossetto è perduta, deprivata, in ultima analisi, del suo originario valore ontologico. Valore che i Sumeri e gli Egizi conoscevano benissimo, così come fino a un certo punto i Greci e i Romani, non solo come abbellimento, ma come rituale, gesto liturgico e solenne, ‘svelamento’ di una sacralità antica e primordiale, che ha una storia lunga cinquemila anni. E mi batto e rivendico codesto valore, io! O che forse Novalis non notò, sollevando il velo della dea Sais, il rosso purpureo delle sue labbra, seppure non lo disse espressamente? Il rito-del-rossetto è desiderio e se il desiderio è, come dice Hegel spinta all’azione, riconoscimento dell’Io autocosciente, è in esso che avviene l’affermazione rigeneratrice e dialettica del cosmico femmineo. Infatti, se si pone come desiderio di riconoscimento implica, naturalmente, un altro soggetto che riconosca e che desideri a sua volta, oggetto e soggetto di desiderio e, nello stesso tempo, metafora stessa del divenire della storia e della vita.
E che sia chiaro: il rito-del-rossetto non è semplice esteriorità, assenza di Io, ma è ‘dissipazione’ di sé, una apertura dell’essere e, in quanto tale, comunicazione, linguaggio, ‘evento’. E questo evento si dà a ogni ingresso di una donna in profumeria, in ogni gesto davanti a un espositore. Un orizzonte di senso riconquistato, rintracciabile nell’aria stessa che si respira in una profumeria: avvolgente come una sottana di raso di seta, fresca e morbida, liscia fino alla cremosità, o come uno shantung rigido, apparentemente grezzo, ma sensuale. Il filo d’Arianna di questo ‘svelamento’ è d’argento, talvolta dorato, tal’altra di strass, spesso corposamente kitsch. Straordinario amalgama di pigmenti brillanti, oli e cera, che veste le labbra, che informa, che parla, che dichiara, che avvisa o minaccia. E’ un linguaggio prelogico. Lo puoi adattare al blush o al foulard, non importa, lo puoi scegliere tra infinite tonalità e pastosità, ti puoi perdere nei giochi con le matite e ne puoi sovrapporre due o tre, per ottenere un colore incomparabile. Non importa come usarlo, l’importante è smettere di non usarlo.
Il rito-del-rossetto ha la libertà di dire nel silenzio, è un evento ‘epocale’ nella vita di una donna, è il primato del presente sul futuro. E’ il limite sempre spostato in avanti e mai raggiunto, certo sarà sempre un infinito imperfetto e mai, per carità, mai fidarsi di quelli “indelebili”, seccano le labbra e perdono vivacità, rappresentano una meta ideale indecente. Avere un rossetto in borsa sempre e comunque, perché il rito-del-rossetto è continua attività ideatrice, giammai atto compiuto, ma agente, atto gentiliano, streben, la sua forza sta nell’attività creatrice di perfezionamento. Il rito-del-rossetto come emblema della vita activa di una donna, come infinita possibilità di sfumature esistenziali, come attesa dell’inatteso, giacché una donna capace di darsi alla ‘superficialità cosmetica’, senza remore e pregiudizi, “è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile”. E chi giudica tutto ciò massimamente insulso non ha capito che il rito-del-rossetto è un’arte della quale ogni donna dev’esser maestra e artista, poiché solo lei “sa fare della soluzione un enigma”. E guai a leggere in ciò “potere alle donne”, ché potere è sostantivo maschile e ogni donna farebbe cosa gradita a se stessa se si scrollasse di dosso l’ambizione di voler diventare come un qualunque potente impegnato cretino.
(16.01.10)
“La cosmetica è la scienza del cosmo della donna”, diceva Kraus. (E vedo insorgere un esercito di donne armate di altezzoso e orgogliosissimo femminismo, offese da tanta maschia insolenza). Alcune donne, specie quelle dedite a un certo intelligente militante engagement, tendono a non voler confessare, neppure a loro stesse, la sensualissima gioia della ‘superficialità cosmetica’ che raggiunge la sua massima espressione nel gesto più femmineo e di più assoluta carnalità: il rito-del-rossetto
Il rito-del-rossetto è l’essenza stessa della cosmesi, così come la cosmesi è l’essenza stessa del cosmo, ché troppi dimenticano che per i greci κÏŒσμος e κÏŒσμÎσις significano essenzialmente, prima che “mondo”, bellezza, armonia, ornamento. E i greci non ‘chiacchieravano’, non dicevano nulla tanto per dire, ma in ogni loro discorso - logos è identità tra parola e pensiero, tra parola ed essere - tutto ha una limpidezza sillogistica e consequenziale. E se per loro l’essere si dà nella parola, lo stesso essere si dà in κÏŒσμος e κÏŒσμÎσις. E, quindi, Kruas ha detto una incantevole verità. E mi viene in mente Eschilo, ricordi da liceale s’intende, che magnificamente nelle Eumenidi usa κÏŒσμος a proposito dell’ornatus, dell’abitus delle Erinni (e quale immagine è più femmina di quella delle Erinni?). Insomma, era il ‘trucco’ delle Eumenidi, come dire: uso un lipstick della Guerlain o un gloss di YSL per perseguitare Oreste?
E per tutta la grecità presocratica, filosofia pitagorica ed eraclitea specialmente, il cosmo e la cosmesi sono essenzialmente questa armonica bellezza, che nasce dalla sterminata radura del χάος, che si “orna” dell’esserci, bellezza che viola il nulla ed “esiste”, che si tocca, che si manifesta. Ma presto il cosmo diventa qualcos’altro, diventa un plasmato e poi un creato, che riceve ‘l’ornamento’ da altro, un ordo universalis e, quindi, universus (tralascio le considerazioni sul significato dell’uni-vertere latino, ché non son storica, né filosofa, ma stolta appassionata di cosmetici). E il cosmo come creato diventò tutt’al più manifestazione della grandezza divina, ove Christian Dior e Chanel non c’entrano alcunché. In breve, tutta colpa di Socrate!
Pertanto, mi pare indubitabile - e già rintracciabile in qualche passo del “Crepuscolo degli idoli” di Nietzsche - che il mancato riconoscimento e la banalizzazione del valore di un rossetto sia riconducibile alla tradizione platonica prima e a quella cristiana poi. Tradizione che riduce il rito-del-rossetto a fenomenico uti apparent, negando che è invece consustanziale del sicuti sunt di donna, ovvero del noumeno femmineo. Ma seppure Nietzsche in parte riconosca questo, si ferma, come giustamente potremmo notare con Heidegger, a una visione riduttiva in cui l’appagamento-da-rossetto diventa semplice manifestazione della volontà di potenza e, quindi, espressione di quella ‘strumentalizzazione’ dove la sacralità del rito-del-rossetto è perduta, deprivata, in ultima analisi, del suo originario valore ontologico. Valore che i Sumeri e gli Egizi conoscevano benissimo, così come fino a un certo punto i Greci e i Romani, non solo come abbellimento, ma come rituale, gesto liturgico e solenne, ‘svelamento’ di una sacralità antica e primordiale, che ha una storia lunga cinquemila anni. E mi batto e rivendico codesto valore, io! O che forse Novalis non notò, sollevando il velo della dea Sais, il rosso purpureo delle sue labbra, seppure non lo disse espressamente? Il rito-del-rossetto è desiderio e se il desiderio è, come dice Hegel spinta all’azione, riconoscimento dell’Io autocosciente, è in esso che avviene l’affermazione rigeneratrice e dialettica del cosmico femmineo. Infatti, se si pone come desiderio di riconoscimento implica, naturalmente, un altro soggetto che riconosca e che desideri a sua volta, oggetto e soggetto di desiderio e, nello stesso tempo, metafora stessa del divenire della storia e della vita.
E che sia chiaro: il rito-del-rossetto non è semplice esteriorità, assenza di Io, ma è ‘dissipazione’ di sé, una apertura dell’essere e, in quanto tale, comunicazione, linguaggio, ‘evento’. E questo evento si dà a ogni ingresso di una donna in profumeria, in ogni gesto davanti a un espositore. Un orizzonte di senso riconquistato, rintracciabile nell’aria stessa che si respira in una profumeria: avvolgente come una sottana di raso di seta, fresca e morbida, liscia fino alla cremosità, o come uno shantung rigido, apparentemente grezzo, ma sensuale. Il filo d’Arianna di questo ‘svelamento’ è d’argento, talvolta dorato, tal’altra di strass, spesso corposamente kitsch. Straordinario amalgama di pigmenti brillanti, oli e cera, che veste le labbra, che informa, che parla, che dichiara, che avvisa o minaccia. E’ un linguaggio prelogico. Lo puoi adattare al blush o al foulard, non importa, lo puoi scegliere tra infinite tonalità e pastosità, ti puoi perdere nei giochi con le matite e ne puoi sovrapporre due o tre, per ottenere un colore incomparabile. Non importa come usarlo, l’importante è smettere di non usarlo.
Il rito-del-rossetto ha la libertà di dire nel silenzio, è un evento ‘epocale’ nella vita di una donna, è il primato del presente sul futuro. E’ il limite sempre spostato in avanti e mai raggiunto, certo sarà sempre un infinito imperfetto e mai, per carità, mai fidarsi di quelli “indelebili”, seccano le labbra e perdono vivacità, rappresentano una meta ideale indecente. Avere un rossetto in borsa sempre e comunque, perché il rito-del-rossetto è continua attività ideatrice, giammai atto compiuto, ma agente, atto gentiliano, streben, la sua forza sta nell’attività creatrice di perfezionamento. Il rito-del-rossetto come emblema della vita activa di una donna, come infinita possibilità di sfumature esistenziali, come attesa dell’inatteso, giacché una donna capace di darsi alla ‘superficialità cosmetica’, senza remore e pregiudizi, “è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile”. E chi giudica tutto ciò massimamente insulso non ha capito che il rito-del-rossetto è un’arte della quale ogni donna dev’esser maestra e artista, poiché solo lei “sa fare della soluzione un enigma”. E guai a leggere in ciò “potere alle donne”, ché potere è sostantivo maschile e ogni donna farebbe cosa gradita a se stessa se si scrollasse di dosso l’ambizione di voler diventare come un qualunque potente impegnato cretino.
