Stralcio di un articolo di Anna Politkovskaja
03.04.2007
In uno degli ultimi articoli scritti da Anna Politkovskaja prima di essere assassinata, dal titolo Il mio lavoro ad ogni costo e pubblicato in Italia da Internazionale, la giornalista della Novaja Gazeta scriveva: “Non sono un vero animale politico. Non ho aderito a nessun partito perché lo considero un errore per un giornalista […]. Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone. Ho scritto e, più raramente, ho parlato. Pubblico pochi commenti perché mi ricordano le opinioni imposte nella mia infanzia sovietica. Penso che i lettori sappiano interpretare da soli quello che leggono. Per questo scrivo soprattutto reportage, anche se a volte, lo ammetto, aggiungo qualche parere personale. Non sono un magistrato inquirente, sono solo una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo. I servizi trasmessi in tv e gli articoli pubblicati sulla maggior parte dei giornali sono quasi tutti di stampo ideologico. I cittadini sanno poco o niente di quello che accade in altre zone del paese e a volte perfino della propria regione”.
Sono riflessioni di una semplicità estrema, quasi disarmante.
Ma non bisogna lasciarsi ingannare: dietro ogni frase della Politkovskaja si nasconde una questione, che la giornalista russa – secondo quello che è stato il suo stile- ha in qualche modo sciolto o affrontato lavorando. Anzi: lavorando ad ogni costo.
E sono questioni che da sempre chiamano in causa prima di tutto chi si dedica a alcune specifiche professioni e attività. Certo: i giornalisti, ma in generale chi scrive.
Non voglio certo chiosare frasi già del tutto chiare ma vorrei soffermarmi su alcune delle affermazioni presenti in questo breve stralcio, e mostrare molto brevemente tutta la complessità che ci sta dietro.
Non sono un vero animale politico.
Negli articoli della Politkovskaja non c’è mai una parola usata a caso. Talvolta le sue frasi, nella loro semplicità, alludono a riflessioni ulteriori: una convinzione, una valutazione ben ponderata che non viene mai resa esplicita ma che viene dichiarata attraverso un semplice aggettivo, una battuta veloce, una mera ed evidente constatazione.
In quel vero c’è un giudizio di merito, che riguarda tanto la professione della politica, quanto il giornalismo che utilizza la politica come mezzo della propria professione. In quel vero è contenuta, in modo non sguaiatamente dichiarato ma perfettamente rintracciabile, la distinzione ben chiara all’autrice tra politica intesa come partecipazione appassionata al tempo che viviamo e che attraversiamo accanto ai nostri simili e che ci chiama in causa qualsiasi sia il nostro mestiere (politica come istanza di verità); e la professionalizzazione della politica come strumento del potere, come persecuzione e difesa di un interesse economico, come affarismo e familismo, come ricerca e difesa di un privilegio. Modo di considerare l’azione politica che non è certamente prerogativa della sola Russia di Putin, ma che anzi credo costituisca una sorta di modello diffuso in molte delle cosiddette democrazie mature attuali, prima fra tutte l’Italia, e non solo quella berlusconiana.
Non ho aderito a nessun partito perché lo considero un errore per un giornalista.
È come se l’autrice stesse dicendo: per fare veramente politica a un giornalista non rimane che essere fino in fondo giornalista. Sposare la politica come tensione alla testimonianza veritiera. Sposare la politica come opera di controllo dei professionisti della politica e delle loro opere. Quella frase non sono un vero animale politico, in pratica, non fa altro che rimarcare come la vocazione eminentemente politica del lavoro di giornalista possa attuarsi solo al di fuori dei sistemi di potere e di selezione del professionismo dei politici. Solo sposando la più genuina vocazione del giornalismo di inchiesta.
Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone.
Una cosa da nulla!
Innanzi tutto per essere testimone di fatti, non casualmente e in modo fortuito, devi organizzare tutta la tua vita e il tuo lavoro per riuscire a essere, in quel momento, presente a quel fatto. Provatevi voi! O meglio: proviamoci noi!
Secondo: devi intessere relazioni con persone che si fidano di te e la cui fiducia ti devi conquistare nel tempo. Devi stare per strada, incontrare persone, attraversare luoghi, spenderti per le persone, farti benvolere da loro. Fino al momento in cui ti affidino quanto sanno. Fino al momento in cui decidano di realizzare attraverso la tua penna la loro, per quanto timida o spaventata , tensione a ristabilire le verità.
Terzo: quei fatti di cui sei venuto a conoscenza devi poi riferirli, al di là delle pressioni, dei calcoli opportunistici, delle minacce, delle paure, del timore di fronte all’esposizione pubblica e delle conseguenze che possono derivare da tale esposizione.
Una volta affrontato tutte queste difficoltà, che sono anche le difficoltà di un mestiere non facile da svolgere al meglio, puoi aanche dedicarti a ciò che forse riusciva meglio alla Politkovskaja: narrare. Con una lingua asciutta ma piena di umanità, essenziale ma che mira sempre a condurre il lettore al cuore delle vicende narrate, ponendo sempre al centro vicende di normale umanità, e ponendosi lei in prima persona come donna fra gli uomini. Come dice lei stessa con estrema efficacia nell’introduzione de La russia di Putin pubblicato da Adelphim nel 2005: “Le analisi politiche le fanno i politologi: Io sono un essere umano tra i tanti, un volto nella folla di Mosca, della Cecenia, di San Pietroburgo o di qualunque altra città della Russia. […] Io vivo la vita, e scrivo di ciò che vedo”.
Ho scritto e, più raramente, ho parlato
Perché scrivere era il suo mestiere. Più raramente ho parlato vuol dire, semplicemente: non ho superato mai il confine di quello che ho scelto come mestiere della mia vita, a cui mi sono votata con coerenza. A quel mestiere e ai suoi ambiti e strumenti mi sono attenuta, ma l’ho portato fino alle sue più estreme e logiche conseguenze Significa: ho usato sempre e solo i mezzi che tale mestiere consentiva di usare, senza snaturarlo, senza utilizzarlo per ottenere dell’altro. E’ in questo modo che ha potuto renderlo incorrotto.
Ma è anche la scelta di essere netti e scabri. L’uso di pochi commenti anche nello scrivere, la decisione di esprimere raramente opinioni (che hanno il sapore dell’infanzia sovietica) rappresentano una scelta stilistica, necessaria e coerente: per opporre a servizi in tv e articoli di stampo ideologico un giornalismo come testimonianza veritiera.
Da qui, la seguente definizione della propria professionalità:
sono solo una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo
Infine.
I cittadini sanno poco o niente di quello che accade in altre zone del paese e a volte perfino della propria regione.
Ciò che è vicino risulta altrettanto ignoto dell’esotico. Sono i paraggi ciò che più immediatamente bisogna indagare. Perché è ciò che prima di tutto possiamo osservare con i nostri occhi vivi (e di cui dunque possiamo misurare la verità). Ma anche perché le strategie di occultamento toccano e coprono già solo ciò che sta dietro l’angolo di casa nostra. E’ già da lì dietro, da dietro quell’angolo che bisogna cominciare a lavorare per portare alla luce. Non c’è bisogno di inseguire l’altrove per trovare qualcosa che occorre testimoniare. Basta cominciare a guardarsi intorno.
(26.03.07 Mario V.)
Sono riflessioni di una semplicità estrema, quasi disarmante.
Ma non bisogna lasciarsi ingannare: dietro ogni frase della Politkovskaja si nasconde una questione, che la giornalista russa – secondo quello che è stato il suo stile- ha in qualche modo sciolto o affrontato lavorando. Anzi: lavorando ad ogni costo.
E sono questioni che da sempre chiamano in causa prima di tutto chi si dedica a alcune specifiche professioni e attività. Certo: i giornalisti, ma in generale chi scrive.
Non voglio certo chiosare frasi già del tutto chiare ma vorrei soffermarmi su alcune delle affermazioni presenti in questo breve stralcio, e mostrare molto brevemente tutta la complessità che ci sta dietro.
Non sono un vero animale politico.
Negli articoli della Politkovskaja non c’è mai una parola usata a caso. Talvolta le sue frasi, nella loro semplicità, alludono a riflessioni ulteriori: una convinzione, una valutazione ben ponderata che non viene mai resa esplicita ma che viene dichiarata attraverso un semplice aggettivo, una battuta veloce, una mera ed evidente constatazione.
In quel vero c’è un giudizio di merito, che riguarda tanto la professione della politica, quanto il giornalismo che utilizza la politica come mezzo della propria professione. In quel vero è contenuta, in modo non sguaiatamente dichiarato ma perfettamente rintracciabile, la distinzione ben chiara all’autrice tra politica intesa come partecipazione appassionata al tempo che viviamo e che attraversiamo accanto ai nostri simili e che ci chiama in causa qualsiasi sia il nostro mestiere (politica come istanza di verità); e la professionalizzazione della politica come strumento del potere, come persecuzione e difesa di un interesse economico, come affarismo e familismo, come ricerca e difesa di un privilegio. Modo di considerare l’azione politica che non è certamente prerogativa della sola Russia di Putin, ma che anzi credo costituisca una sorta di modello diffuso in molte delle cosiddette democrazie mature attuali, prima fra tutte l’Italia, e non solo quella berlusconiana.
Non ho aderito a nessun partito perché lo considero un errore per un giornalista.
È come se l’autrice stesse dicendo: per fare veramente politica a un giornalista non rimane che essere fino in fondo giornalista. Sposare la politica come tensione alla testimonianza veritiera. Sposare la politica come opera di controllo dei professionisti della politica e delle loro opere. Quella frase non sono un vero animale politico, in pratica, non fa altro che rimarcare come la vocazione eminentemente politica del lavoro di giornalista possa attuarsi solo al di fuori dei sistemi di potere e di selezione del professionismo dei politici. Solo sposando la più genuina vocazione del giornalismo di inchiesta.
Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone.
Una cosa da nulla!
Innanzi tutto per essere testimone di fatti, non casualmente e in modo fortuito, devi organizzare tutta la tua vita e il tuo lavoro per riuscire a essere, in quel momento, presente a quel fatto. Provatevi voi! O meglio: proviamoci noi!
Secondo: devi intessere relazioni con persone che si fidano di te e la cui fiducia ti devi conquistare nel tempo. Devi stare per strada, incontrare persone, attraversare luoghi, spenderti per le persone, farti benvolere da loro. Fino al momento in cui ti affidino quanto sanno. Fino al momento in cui decidano di realizzare attraverso la tua penna la loro, per quanto timida o spaventata , tensione a ristabilire le verità.
Terzo: quei fatti di cui sei venuto a conoscenza devi poi riferirli, al di là delle pressioni, dei calcoli opportunistici, delle minacce, delle paure, del timore di fronte all’esposizione pubblica e delle conseguenze che possono derivare da tale esposizione.
Una volta affrontato tutte queste difficoltà, che sono anche le difficoltà di un mestiere non facile da svolgere al meglio, puoi aanche dedicarti a ciò che forse riusciva meglio alla Politkovskaja: narrare. Con una lingua asciutta ma piena di umanità, essenziale ma che mira sempre a condurre il lettore al cuore delle vicende narrate, ponendo sempre al centro vicende di normale umanità, e ponendosi lei in prima persona come donna fra gli uomini. Come dice lei stessa con estrema efficacia nell’introduzione de La russia di Putin pubblicato da Adelphim nel 2005: “Le analisi politiche le fanno i politologi: Io sono un essere umano tra i tanti, un volto nella folla di Mosca, della Cecenia, di San Pietroburgo o di qualunque altra città della Russia. […] Io vivo la vita, e scrivo di ciò che vedo”.
Ho scritto e, più raramente, ho parlato
Perché scrivere era il suo mestiere. Più raramente ho parlato vuol dire, semplicemente: non ho superato mai il confine di quello che ho scelto come mestiere della mia vita, a cui mi sono votata con coerenza. A quel mestiere e ai suoi ambiti e strumenti mi sono attenuta, ma l’ho portato fino alle sue più estreme e logiche conseguenze Significa: ho usato sempre e solo i mezzi che tale mestiere consentiva di usare, senza snaturarlo, senza utilizzarlo per ottenere dell’altro. E’ in questo modo che ha potuto renderlo incorrotto.
Ma è anche la scelta di essere netti e scabri. L’uso di pochi commenti anche nello scrivere, la decisione di esprimere raramente opinioni (che hanno il sapore dell’infanzia sovietica) rappresentano una scelta stilistica, necessaria e coerente: per opporre a servizi in tv e articoli di stampo ideologico un giornalismo come testimonianza veritiera.
Da qui, la seguente definizione della propria professionalità:
sono solo una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo
Infine.
I cittadini sanno poco o niente di quello che accade in altre zone del paese e a volte perfino della propria regione.
Ciò che è vicino risulta altrettanto ignoto dell’esotico. Sono i paraggi ciò che più immediatamente bisogna indagare. Perché è ciò che prima di tutto possiamo osservare con i nostri occhi vivi (e di cui dunque possiamo misurare la verità). Ma anche perché le strategie di occultamento toccano e coprono già solo ciò che sta dietro l’angolo di casa nostra. E’ già da lì dietro, da dietro quell’angolo che bisogna cominciare a lavorare per portare alla luce. Non c’è bisogno di inseguire l’altrove per trovare qualcosa che occorre testimoniare. Basta cominciare a guardarsi intorno.
(26.03.07 Mario V.)
