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Scrivere in-comune: o, della scrittura come esperienza del comune - 09.05.08

09.05.2008
“La ragione è dapprima un discorso comune, una discussione, che di fronte a una collettività scelta si traduce in parole vincolanti un’esperienza nascosta, interiore. Poi il pubblico si allarga e un uomo solo si fa avanti a parlare, a persuadere, a manifestare l’ignoto. E’ il discorso retorico, la ragione retorica, dove l’effetto vincolante si mescola a quello emozionale. Un altro passo, e il discorso retorico trova una forma scritta; il pubblico non ascolta più le parole, ma le legge, non è più coinvolto dal pathos personale, dalla magia del retore. Questa scrittura è nota sotto il nome “filosofia”, e conservava da principio, seppure illanguidito, l’elemento emozionale. Ma un passo ancora, è l’ultimo passo, e l’emozionalità svanisce del tutto. Perduto il contatto con l’esperienza nascosta, il discorso scritto deve trovare un puntello in se stesso, e la vibrazione della parola vivente non subisce ormai un controllo – che sarebbe un’estensione di realtà – nel pensiero di chi discute, né nell’emozione di chi ascolta. Bisogna ridurre a uno i molti significati di una parola, si deve imporre tirannicamente il vincolo di una ragione che appartiene soltanto, tirannicamente, a chi scrive. L’unico simulacro, e per giunta menzognero, di quell’opera comune da cui è sorta la ragione rimane ora, quando ogni emozione è spenta, lo spirito sistematico. Ecco l’edificio innalzato da un arbitrario architetto, con parole che hanno ricevuto un solo significato, legate assieme da un ordine, da una necessità che solo un tracotante legislatore ha sancito. Il “sistema” resta come surrogato di tutto quello che è andato perduto nelle trasformazioni precedenti, è il residuo di una certa retorica privata di emozionalità, rinsecchita, resa pedante dal puntiglio di far sopravvivere una ragione perduta.”
[Giorgio Colli, Dopo Nietzsche]

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Ci sono molti modi di scrivere in-comune.
Si può ad esempio condividere ogni parola, ogni frase: gli autori mettono insieme, all’inizio e alla fine, i propri nomi: Deleuze-Guattari.
Oppure si sceglie di scrivere testi diversi, separati, che magari si rinviano l’un l’altro all’interno della stessa unità, ma che, pur seguendo un medesimo orizzonte, visibilmente segnalano appartenenze autoriali diverse.
Oppure si scrivono testi incrociandoli attraverso una logica rizomatica, come accade su millepiani.net.
Accade però che la scrittura in-comune sgorghi direttamente dall’, e nell’, esperienza presente, e diversamente, cioè con la mediazione di un’altra “messa in forma”, semplicemente non possa esistere. Questa scrittura, del tutto brachilogica, non deve essere confusa però con una semplice trascrizione del parlato. Si tratta infatti di un “dialogo in scrittura”. La scrittura, come domanda e come risposta, avviene nella com-presenza dei due “autori-scrittori” dialoganti, senza che però mai un suono si levi da entrambi. La “chat”: tutta la comunicazione tra i due avviene dunque attraverso la loro scrittura, è tutta lì, e così come essa avviene, nella scrittura e nei segni – il “tempo” della conversazione è dunque la prima entità ad essere relativizzata – essa si dà agli occhi, silenziosi, del lettore “terzo”. Quando e se i due dialoganti “aprono” la loro scrittura.
È in questo modo, difficile eppure necessario, che vale e gf hanno iniziato, senza “deciderlo”, a scrivere “in-comune”. E non è di altro che di questo “comune” che entrambi, dialogando, scrivono. Come questo “comune” accade: una fenomenologia. Che si fa, oltre l’accadere stesso della scrittura, topografia.
Scrittura, cognizione della verità e esperienza del comune appaiono, nell’esperienza dialogica, legati a filo doppio: si tratta di "esperienze" che, nel dialogo, manifestano la loro ininterrotta intimità.

[gf – 09.05.2008]
 
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