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rifondazione: una fine

01.05.2007

“Tutto comincia

dal modo di spostarsi e di collocarsi

nei luoghi dove abitiamo”

(Carmelo Samonà)

 

alla piccola Margherita

e ai suoi “maestri”

L’assurda, importante e forse persino necessaria impresa che molti di noi hanno in questi anni condiviso, una “rifondazione comunista” italiana, si va finalmente concludendo. Non importa, oggi, neanche sapere se l’obiettivo che sedici anni fa ci si prefisse, “rifondare”, sia stato raggiunto, né quanto ci sia stato di ridicolo in quell’obiettivo. Non importa neanche contestare o sottolineare la correttezza del progetto di allora, né come questo progetto sia transitato successivamente. Gli eventi, chiunque abbia fatto politica, o filosofia, lo sa, hanno sempre e comunque più fantasia di qualunque pensiero. Che qualcosa sia stato rifondato o che nulla sia stato rifondato è francamente una questione oziosa e inutile. Sedici anni fa, probabilmente, si aveva bisogno di un quindicennio di “agonia politica”. Forse serviva, forse ci è servito, chissà. A quanti – a tutto ciò che - oggi chiede di esprimersi politicamente le parole di un’agonia non servono più. La questione è tutta qui.

Nelle Case del Popolo toscane si sono ammonticchiati in questi anni, gli uni accanto agli altri, garofani rossi, querce, falci e martello, separate e in simboli diversi: in nessuna di queste Case del Popolo ho sentito parlare in questi anni di “comunismo”. Quanti oggi parlano a sinistra, tra gli stessi elettori di Rifondazione, di “comunismo”? Se “rifondazione” di qualcosa c’è stata, in questi anni, certo non si è trattato di una “rifondazione del comunismo”. Solo a pensarci, che qualcuno davvero abbia potuto credere a una cosa del genere – compreso chi scrive – viene da ridere. Non che non ci siano “comunisti”, beninteso, ma non più di quanti ce ne fossero sedici anni fa. E per quanti “comunismo” è, ancor prima di un nome, una pratica, uno spettro si direbbe, non c’è più bisogno oggi di una sua “rifondazione” di quanto non ce ne fosse allora. Ripetiamo, il punto non è qui.

Non di una rifondazione si avvertiva il bisogno allora, ma di un “tempo dell’agonia”. Di un tempo in cui fosse possibile rimarginare un lutto: di osservare, in silenzio o blaterando, ciascuno a suo modo, il “corpo del morto”. Di invocare un’appartenenza, una familiarità oltre qualunque scomparsa. Questo tempo, lungo o breve che fosse, lo si è dovuto indicare con un termine che indicasse un “processo”, un “processo di ricomposizione”. Personale, collettivo: c’è chi questo processo ha avuto bisogno di viverlo pubblicamente e chi no. Chi ha fatto altro.

Come questo processo sia stato vissuto riguarda certamente le biografie delle donne e degli uomini che l’hanno dovuto attraversare: riguarda il loro passato, il loro, appunto, “album di famiglia”.

Non riguarda né il presente né il futuro.

Da questi “nomi”, da questi luoghi “desueti” occorre biograficamente e politicamente prendere congedo. Non che non sia importante pensarli, per chi può e per chi vuole, ma occorre farlo per la luce che essi, questi nomi, possono gettare oltre se stessi. Tutto il resto può essere buona filologia, dolorosa archeologia, a tratti forse anche simpatica necrofilia: certamente non politica e tantomeno “filosofia” politica. Purtroppo, è altrettanto chiaro che per qualcuno il tempo del lutto durerà ancora, forse un’intera vita: da siciliano, ricordo ancora i vestiti scuri di anziane signore rimaste vedove dalla II guerra mondiale e tali rimaste per tutta la vita. Non giudichiamo biograficamente chi vuole ancora il suo partito comunista, oggi. Lo giudichiamo politicamente. Macerie e rovine vanno pensati, ma senza idolatrie. Nella Germania riunificata da Bismarck il gusto romantico per le “ruine” arrivò al punto da coprire i parchi della Turingia di false volte gotiche poggianti su false colonne greche e ricoperte da ancora più falsi muschi e licheni: la differenza era appunto quella tra la forza di un’epoca di darsi un proprio vocabolario e l’incapacità a farlo di una successiva.

Il compagno Fosco Giannini, dalle colonne del Manifesto di sabato scorso, denuncia preoccupato la possibilità che “Rifondazione Comunista” diventi tra qualche tempo “Rifondazione Socialista”, una trasformazione che “tutto rende sempre più verosimile…”. Se non altro, ci colpisce il fatto che qualcuno, da dentro Rifondazione, abbia il coraggio di dire qualcosa pubblicamente (gli unici a farlo, ciascuno a loro modo e con i limiti, rispettivi e delle circostanze, ci sembra siano stati di recente solo i compagni Bertinotti e Turigliatto). L’ernestino compagno Giannini spiega quindi la sua contrarietà a tale progetto, costretto per com’è a offrire “in pillole” al lettore “questioni corpose” che ben altro spazio meriterebbero. Dunque, quello che a Giannini proprio non va giù è che il Prc, nato “nella fase più alta della crisi del movimento comunista, antimperialista e rivoluzionario”, debba sciogliersi quindici anni dopo quando invece “pulsioni antimperialiste cambiano i rapporti di forza nel mondo”. In un momento in cui, parole sue e corsivo nostro, “la transizione del socialismo prende corpo – in forme nuove dal passato e tra loro diverse” e un nuovo “potere anticapitalista e socialista” si costituirebbe attraverso forme di partecipazione popolare in Paesi come il Venezuela. Ci sarebbero inoltre delle “ragioni sociali” (imperialismo americano, abbattimento progressivo dei salari…) che renderebbero ingiustificabile la fine del Prc e altrettanto necessaria la continuazione del suo progetto: “Nessun termine, come comunista, ci dice della necessità del superamento del capitalismo; nessun termine come rifondazione ci dice della necessità di riattualizzare un pensiero ed una prassi rivoluzionaria a partire dall’analisi severa e senza sconti (…) del ‘socialismo realizzato’ e – soprattutto – a partire dall’analisi scientifica delle attuali contraddizioni capitalistiche”.

Riattualizzare un pensiero e una prassi: questi insomma gli obiettivi. Obiettivi, tutti, è importante notarlo, caratterizzati dal prefisso “Ri-”. È possibile, ci chiediamo, fare di tutta questa pratica del “Ri-” una politica? A guardare i successi ottenuti dall’Ernesto e da altri dentro e fuori Rifondazione sembrerebbe di no. Di quale partito parla, Giannini, di quali suoi elettori? A chi si sente di spiegare le sue analisi scientifiche delle attuali contraddizioni capitalistiche: quanti immigrati, pensionati, studenti di diciannove anni, operai, telefonisti dei call center pensa, Giannini, di poter raggiungere con le sue “analisi di fase”? Il partito, per lui, è ancora quello che deve puntare alla “conduzione del conflitto sociale”: inutile aggiungere come la questione della “rappresentanza” non possa più essere posta negli stessi termini del ‘17. In un progetto che abbatta la discriminante nominale del “comunismo”, Giannini vede, al di là di quanto già non sia propria, e da anni, del Partito in cui lui stesso milita, una deriva “socialdemocratica”: “Il punto è che la lunga storia del movimento operaio ci ha insegnato che le precipitazioni organizzativistiche e culturali, la soluzione dei problemi attraverso le frettolose sommatorie di forze diverse, specie quando tali sommatorie costringono i soggetti contraenti a comprimere e rimuovere la loro cultura e il loro senso d’esistere, hanno sempre portato male”. Ci sarebbe da discutere a lungo, con Giannini, su cosa abbia davvero portato male al movimento operaio: quello che conta è vedere come il suo orizzonte oltre Rifondazione sia ancora solo una “sommatoria” tra partiti, ceti dirigenti. Sarà perché l’autore ha dovuto riportare in pillole la sua corposa necessità di una rifondazione comunista, ma, francamente ci sembra che tutta la questione si possa ridurre a: identità, identità, identità... Mantenere la propria identità, mantenere il simbolo, tutto tranne che il nome: frasi che fanno da controcanto, nel mal di pancia di questi giorni, alle ossessioni federative, nient’altro, queste sì, che pure operazioni elettorali. Il compagno Giannini non comprende insomma quale sia oggi la vera posta in gioco. La grande operazione di chiarezza data dalla formazione del partito democratico lascia in campo delle forze che non sono solo organigrammi di partito, forze che sono già unite, sono già qualcosa, e non da ora, ma da parecchi anni. E questo “qualcosa” che le accomuna non è, non può essere più detto, ora, “comunismo”. Queste forze, questo “concreto” chiede di essere rappresentato politicamente: questa è la lezione del “comunismo” novecentesco – rappresentare i movimenti reali delle forze in campo, il loro “comune”. Una volta per tutte: “comunisti” non sono gli immigrati sfruttati nei campi pugliesi o bastonati nei Cpt, “comunisti” non sono i lavoratori precari, “comunisti” non sono gli sfrattati, i pensionati ridotti sul lastrico, “comunisti” non sono gli “operai”, “comunisti” non sono i movimenti ambientalisti, “comunisti” non sono i criteri con cui comprendere le nuove forme di dominio, di imperialismo e di lavoro dipendente. Serve dirsi altrimenti proprio per dire, per lasciare che i termini dell’oppressione possano esprimersi liberamente, nel loro “essere concreto”: “comunismo” in questo senso è un’ostruzione. Torneremo a chiamarci comunisti quando il campo dell’oppressione avrà una qualche ragione per dirsi nuovamente così.

Quando si parla del “nome”, dentro Rifondazione, i più accorti stringono le spalle, mentre altri – non so come chiamarli – mi ripetono ancora che è impossibile... “Tutto, fuorché il nome...”. Tutto, cioè, tranne che “comunista”. Sul comunismo, come per il compagno Giannini, non si cede. Possiamo essere socialisti, socialdemocratici, fare entrare verdi, democristiani, tutti, insomma, ma sull’identità non si cede...

Il “comunismo” di Rifondazione è una caricatura. Rifondazione è, è stata, appunto, un’altra cosa rispetto alla storia di quel "comunismo" italiano che pure tante cose, e diverse, è stato. Il ridicolo, ovviamente, è quando i nipoti vogliono darsi gli stessi nomi degli zii. E si ostinano a far sì che un nome trattenga le possibilità, la pregnanza sul presente, di un intero progetto. Come si dice qui, in un altro nodo, proprio perché siamo “comunisti” crediamo che oggi non serva più “dirsi” comunisti, ma “agire da” comunisti.

E’ a sinistra, sinistra socialista, l’unico socialismo possibile: saremo “noi” a determinare i suoi modi di essere - e quello “parlamentare” è solo uno dei modi. Non possiamo più parlare a chi oggi ha vent’anni partendo da quanto accadde nel ’17. Non più di quanto possiamo fare discettando sulla Montagna o sulla Comune. Occorre lasciar trapelare una storia, la storia di un movimento, i passi, politici e concreti che sono stati compiuti in questi 150 anni: ma soprattutto i “bisogni” che questi hanno rappresentato, che l’hanno fatta, questa storia, con nomi diversi. E che continuano a farla.

“Comunismo”, come “rifondazione” è oggi il nomi di un’“ostruzione”: non serve spiegare che l’ostruzione sta da un’altra parte. Serve agire politicamente perché un’ostruzione sia superata.

Ce ne libereremo: chi piangendo, chi no. Ma lucidamente, seguendo Gramsci. E Machiavelli.

(gf)

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