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Quartetto sinfonico: Schubert, La morte e la fanciulla

14.05.2007
“E tutto il cielo sembrava sprofondato nel ruscello
e pareva volesse trascinarmi giù nel profondo”

SchubertNiente meglio di queste parole tratte da uno dei suoi lied più famosi, potrebbero definire la potenza scatenata nell’esecuzione del quartetto “La morte e la fanciulla” di Schubert, da parte del quartetto Hagen.
Il quartetto salisburghese attacca il capolavoro cameristico con un suono mai sentito prima. Una carica di archi da far invidia alla quinta di Beethoven, il cui strafamoso motto d’attacco all’unisono, viene celebrato dall’altrettanto violentissimo “all’unisono” dell’iniziale allegro del quartetto. La pur notevole incisione del Quartetto Italiano, pietra di paragone per molti appassionati, ne viene quantomeno ridimensionata. La forza dell’esecuzione del quartetto Hagen non è soltanto volume e potenza, certo. Si potrebbe pensare a tecniche di incisione migliori e più moderne. Troppo facile. Incredibilmente il suono anche elevato alla massima potenza, cosa che mi ha fatto pensare ad un orchestra più che ad un quartetto, è pulito, sezionato chirurgicamente in modo brillantissimo. Le linee del violoncello, per esempio, emergono come se lo spirito di Slava fosse presente ad amplificare il suono del pur bravissimo Clemens Hagen. Nell’incisione del Q.I. sembra che il violoncello non esista, sembra un quartetto con doppia viola. Specialmente nelle parti più veloci, dove dovrebbe fare da contraltare ai violini, sparisce drammaticamente. Nel quartetto Hagen no, il violoncello è un enorme, lirico e delicato battistrada che conduce gli altri archi verso orizzonti lirici strepitosi. Tutto viene confermato poi nel secondo movimento del quartetto, quell’andante con moto suonato come se tutta la musica composta prima fosse là a spingere, a premere sulle spalle dei quattro. Un tema in cinque variazioni tratto dal lied omonimo che domina in qualità tutto il resto della partitura.
Ecco: questa sensazione di gravità, di tradizione, di orgoglio drammatico della musica occidentale tutta, composta prima di questo pezzo, nell’esecuzione del Q.I. non l’ho mai avvertita. Sentivo un languido miagolio suonato da quattro strumentisti molto bravi. Gli Hagen, due fratelli, una sorella, più Rainer Schmidt al secondo violino, sono perfetti nel dosaggio dei volumi e delle parti, e trascinano l’opera di Scubert in modo travolgente. Nello scherzo del terzo movimento, forse la parte meno interessante della composizione, e soprattutto nella tragica danza che caratterizza il magistrale quarto movimento, tutto il materiale sonoro viene filtrato ad una velocità supersonica, tagliente e dettagliato come se i quattro fossero otto o anche più. Grandinate di note esplodono con perfezione assoluta, ricadendo su stesse fino a creare onde sonore che restano nell’aria anche a esecuzione terminata, come l’allontanarsi di una tempesta che ci ha travolto e che non dimenticheremo mai.
Al contrario del “pianeta” pianoforte che ingigantisce nanetti per mero interesse commerciale: “ il nuovo Gould, l’erede di Horowitz, il quasi Benedetti Michelangeli, ecc…“, nella musica da camera, e nella fattispecie nell’arte del quartetto, possiamo davvero ascoltare l’evoluzione della tecnica strumentale e della interpretazione del cuore della musica antica occidentale.

Franz Schubert, 1. Piano Quintet In A Major, D 667 "The Trout"
2. String Quartet In D Minor, D 810 "Death And The Maiden"
Release Date: 10/23/2002
Label: Deutsche Grammophon Catalog #: 471740 Spars Code: n/a
Performer: James Levine (D667)
Ensemble: Hagen String Quartet

(07.05.07 - estinzione, upload video di millepiani)

 

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