"Polvere"
Essere ospitato qui per qualche giorno, come in una casa che non è la propria e della quale si cominciano a riconoscere scricchiolii, angolazioni di luce e odori, ha qualcosa di straniante. L'assenza del mio amico mi ha come sbilanciato. Sì, ho levato la polvere, ho fatto finta di rassettare. Ho forse solo infarcito i tappeti di materiale buono solo come habitat per gli acari. Ora comincio ad aggirarmi inquieto. Il luogo comune comincia a pesarmi ed a diventare tetro. Tale mi sembra la prospettiva della scrittura, al giorno d'oggi. O forse solo la mia. Se intendiamo infatti la lingua in senso polifonico, dobbiamo accettare l'idea di detenere un singolo strumento, tamburo, violino o triangolo che sia.
Senza voler indugiare in triti sociologismi, quello che mi sembra di
vedere (ed innanzitutto nella mia perchè di essa rispondo mentre le
altre al massimo le interrogo) nel meccanismo consunto attraverso il
quale rappresento me ed il mondo, è il venir meno di una forza vitale,
di una energia. Oscuramento che non è, paradossalmente, povertà di
mezzi. Al contrario, abbiamo tutto a disposizione. Non c'è
trasgressione e strumento che non sia ai nostri piedi. Poi, bastano
poche pagine di Tolstoj per capire che la forza e la libertà mie (per
la parte che sono in grado di accoglierne) sono svuotate e prive di
oggetto.
Ci vuole una casa vuota, per sentire gli echi della fine. Ogni attesa
non può essere che silenzio. Altra polvere verrà cumulata. A chi verrà
dopo, se avrà ancora o nuova forza e luce, il compito di ripulire tutto.
