Per amor di Dio o degli uomini: la chiesa, il moderno e i corpi del tempo nuovo
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di G. Ferraro
Il recente intervento, pacato e insieme preciso, di monsignor Plotti, arcivescovo di Pisa, ha aperto un varco, di cui subito e non a caso hanno approfittato il cardinale Tettamanzi e in misura minore Carlo Maria Martini, nella cappa soffocante che nelle ultime settimane le gerarchie vaticane hanno fatto calare sopra il dibattito italiano sulle unioni civili.
L’invito sostanziale ad “abbassare i toni” della polemica e quello a guardare le trasformazioni culturali e sociali – e qui Plotti è particolarmente incisivo – più nei volti delle persone, e dei fedeli, che nei dispositivi giuridici, la sottolineatura della necessità per la Chiesa di privilegiare sempre più la veste “pastorale-pedagogica” che quella inquisitoria delle “conditiones sine qua non” rivolte a cittadini e politici cattolici, e il richiamo al rispetto del “mestiere di cittadino” dei politici cattolici, la stessa esposizione dei tre vescovi insomma, il cui tono prudente, ma a tratti con accenti persino ironici, nulla toglie alla sua forza, costituisce un attacco concentrico e deliberato di consistenti, e decisive, parti del mondo cattolico alle posizioni autarchiche della presidenza Cei e allo sfrenato attivismo italiota dell’ex curiale Ratzinger, che bene ha lasciato capire finora in che modo l’attuale papa abbia pensato, teologicamente e politicamente, negli anni d’agonia del precedente, il giro di boa post-woytjliano.
Gli interventi ecclesiastici parlano una lingua difficile: vanno sempre letti in controluce, le parole guardate prima da vicino, poi con lo sguardo rivolto a tutto il testo: infine questo va inserito nello spazio della tradizione di cui è portatore. Nella sua “misura” ogni intervento ecclesiastico deve rispondere a duemila anni di dispute, di dogmi, e di “obbedienza”. Non ogni prete, ma certamente ogni vescovo questo lo sa bene. Ora, gli interventi di questi giorni lasciano finalmente spazio alla voce di quel cattolicesimo, fin qui costretto sulle difensive, portatore delle stesse istanze di quel Concilio Vaticano II voluto dal mai troppo ammirato Giovanni XXIII, e ribadiscono, proprio quando più dura e assurdamente feroce si fa la voce “ufficiale” della Chiesa, la sostanziale molteplicità del mondo cattolico. E la legittimità delle sue voci. Nel balletto che si sta pietosamente inscenando da qualche settimana tra le due sponde del Tevere, in mezzo al flusso di inconsistenti banalità che ci viene rovesciata addosso ogni giorno da giornali e Tv, l’intervento dei tre prelati, cui si aggiungono quelli di numerosi cattolici, “intellettuali” e non, portavoce ed esponenti di tre (Milano, i Gesuiti, il cattolicesimo sociale toscano) luoghi dell’“intelligenza del tempo” cattolica, mette se non altro una serie di paletti all’illimitata e intransigente arroganza con cui le alte sfere episcopali hanno inteso rendere la politica italiana il campo privilegiato della loro battaglia antimoderna. Decisione, quest’ultima – occorre sottolinearlo più di quanto non lo si sia fatto finora – che è misura ed espressione di una precisa volontà politica.
La stessa volontà politica che ha permesso di alzare i toni del dibattito ad un livello di volgarità e di vergognosa indecenza che francamente nessuno, né “conservatore” né “progressista”, avrebbe immaginato dopo il 1948 o, ad esempio, sotto il papato del pur non certo “democratico” Woytjla, e di cui francamente nessuno, né “conservatore” né “progressista”, né “cattolico” né “laico”, avvertiva il bisogno. La stessa volontà politica che raggiunge i limiti della spudoratezza quando, dopo settimane e settimane di pressioni inconsulte e di minacce, si permette di ergersi a difesa della libertà della Chiesa contro le potenti lobbies che la porrebbero in discussione (un po’ come se negli Stati Uniti le compagnie petrolifere piagnucolassero un po’ di ascolto in politica estera o se in Amazzonia le multinazionali del legname accusassero gli indios che lottano contro la deforestazione di attentare alla loro libertà di espressione...). La stessa volontà politica, infine, decisa a esercitare tutta la sua forza su un terreno, quello giuridico-legislativo offerto dalla politica di uno Stato a democrazia parlamentar-rappresentativa in crisi, figlio dello stesso dispositivo mitologico nei confronti del quale la battaglia viene condotta.
La battaglia condotta in queste settimane dalle alte gerarchie vaticane – e da cui i tre vescovi prendono le distanze – è evidentemente, nelle intenzioni di chi l’ha scatenata, il preludio ad un attacco violento e su larga scala a tutto il fronte, altri direbbero alle “conquiste”, della modernità politica. Sin nelle questioni apparentemente più minute, nelle brusche riconversioni, nei comodi voltafaccia ideologici (immaginiamoci la faccia di Voltaire davanti ad una “libertà di parola” difesa... dal Vaticano!), appare chiaro come la questione delle unioni civili sia stato scelto come primo campo di battaglia di un attacco che muoverà negli anni contro la stessa “legittimità del moderno”: nel momento stesso in cui quest’ultima appare più in crisi (è la tesi di fondo che i ratzingeriani condividono con i teo-con alla Ferrara e alla Fallaci e con scarti, atei, di classe politica dogmatica alla Marcello Pera) e bisognosa di nuovi valori sui quali fondarsi (è la tesi di Ferrara) o dai quali essere definitivamente distrutta (è quella, sostanzialmente anti-moderna, dei ratzingeriani e degli scismatici lefebvristi con i quali il pontefice ha da sempre tentato un riavvicinamento). Attacco che viene quindi mosso nel luogo, politico, che della modernità appare più in crisi, più attaccabile: l’istituto mitologico della democrazia parlamentar-rappresentativa.
L’intromissione delle (ottuagenarie, ricordiamolo) gerarchie ecclesiastiche negli affari legislativi di un Paese sovrano, laico e repubblicano ha insomma un doppio scopo: uno “scoperto”, l’attacco giuridico-legislativo alla trasformazione delle prassi affettive e sessuali che investono l’intero corpo sociale e dunque anche il mondo cattolico, e uno per così dire “coperto”, consistente nell’assalto ad un intero sistema di valori, giudicati in crisi, (il “relativismo”, la “laicità”, l’individualismo sessuale) mediante la proposta di un sistema del tutto alternativo (il dogma cattolico incardinato – come a Ratisbona – nella “legge naturale” della ragione umana, la “famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio”) e condotta a sua volta non affondando i denti lì dove essi verrebbero a spezzarsi contro la forza della trasformazione prodotta dall’epoca tardomoderna nelle prassi politiche, affettive e sessuali, cioè lo stesso corpo sociale (privilegiando, diciamo così, l’attività “pastorale”), ma, per via indiretta, e cioè premendo perché (non) siano adottate certe misure giuridico-legislative in seno al dispositivo parlamentar-rappresentativo, che pure, di quel sistema di valori contro cui si combatte è figlio e diretto portatore. In tal modo, se pure il risultato dell’offensiva “scoperta” – cioè la non approvazione dei DiCo o dei Pacs – avesse sul corpo tardomoderno della società, e sulle pratiche, un effetto relativo, ma comunque, in qualche modo, “frenante”, un immediato risultato si avrebbe, in questa logica, sul piano dello scardinamento, della corrosione interna dell’istituto parlamentare e laico dello Stato. Uno dei frutti della modernità politica, probabilmente quello più in crisi, apparirebbe insomma comunque sotto scacco.
La logica, è evidente, è quella di una opposizione frontale e senza condizioni alla modernità. Mentre il tempo moderno, e i suoi istituti, appaiono indeboliti e incrostati di fronte all’irruzione di forze nuove e sconosciute, quella parte di mondo cattolico che ha subito, teologicamente ancor più che politicamente, Concordato e Vaticano II come forse opportune ma certo eccessive “concessioni” al moderno rispetto all’aventiniano “non expedit”, si sarà chiesto se non fosse giunto il tempo perché la Chiesa tornasse a riafferrare compiutamente il “corpo temporale” lasciato senza fondamento dal sistema delle scienze del Novecento. Questa parte di mondo cattolico ha trovato due anni fa il suo rappresentante nel teologo bavarese Joseph Ratzinger che nelle mefistofeliche vesti di Prefetto per la Congregazione della dottrina della fede è stato scelto addirittura come Papa da un Conclave tutto proiettato a trovare una figura di transizione rispetto all’impegnativo pontificato precedente e che svolgesse in qualche modo un ruolo “frenante”, “ritardante”, di processi sociali nei confonti dei quali i dispositivi della Chiesa apparivano come evidentemente inappropriati o imbalsamati. Ora, uno come Ratzinger, che aveva appunto svolto in silenzio (ma un Leonardo Boff non la direbbe esattamente così) questo ruolo sotto il mantello spettacolare di Woytjla, era evidentemente l’uomo giusto per il tempo giusto. Solo una cosa ci sentiamo di aggiungere: è evidente che, quantomeno sulla necessità, escatologica, di dare al nuovo pontificato l’effetto di un “dispositivo ritardante”, il teologo Ratzinger e i suoi colleghi cardinali si sono trovati d’accordo. Che poi Ratzinger abbia sussunto al suo nuovo ruolo anche la sua teologia questo era evidentemente conseguente. Non si può dire insomma che finora Ratzinger abbia tradito il suo mandato: lo ha però forse sovrainterpretato, ma neanche di questo si può essere così tanto certi. In fondo, la generazione episcopale autrice o testimone della svolta conciliare è quasi del tutto scomparsa, o comunque fuori dal Conclave. Uno dei testimoni, e di parte conservatrice, Woytjla, ha passato le consegne ad un altro testimone, Ratzinger (entrambi erano al Concilio segretari dei loro rispettivi vescovi), il quale, nel suo “progressismo” giovanile come nel suo “conservatorismo” senile – sappiamo di adoperare categorie inopportune per la questione – ha tenuto fermo il compito di opposizione al tempo moderno e alle conseguenze da trarne in seno alla Chiesa. Che questa opposizione si possa effettuare una volta come “concessione” conciliare, una volta come “opposizione” giuridica o come “pastorale” frenante, questo non cambia i cardini della logica. Se un passo in più Ratzinger ha compiuto rispetto al mandato di “frenare” le conseguenze del moderno, in attesa che la Chiesa si doti di strumenti più opportuni per afferrare il nuovo tempo, questo passo è stato dato dall’opportunità che Ratzinger ha visto nel presente storico: la crisi del moderno stesso, la possibilità di investire il “tempo nuovo” con quei valori cristiani che la Chiesa ha portato con sé sin nel presente come chiusi dentro un guscio d’uovo.
E’ questa opportunità che Ratzinger vede, questo il nocciolo del suo interventismo. In questa opportunità del presente, in qualche modo lui e tutto quel mondo che in lui si rappresenta vedono la possibilità di recedere da quelle “concessioni” al moderno, compresi il “laicismo”, per come lo si è inteso nel novecento, e la “democrazia parlamentare”, configuratesi nel Vaticano II. La sua “critica della ragione moderna”, è bene chiarirlo, vuole condurre a un «allargamento dell’uso della ragione», nel senso, cioè, in cui lo intende la dottrina cattolica, cioè «solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo», «se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza». Il punto è qui, in queste parole del discorso di Ratisbona. La questione è la fuoriuscita dalla ragione moderna: filosoficamente, teologicamente, politicamente, il pontificato di Ratzinger si potrà leggere in questo “manifesto programmatico”. Resistenza al dominio della “ragione moderna” in crisi, da un lato, e avocazione di questa ragione alla sua matrice teologica platonico-cristiana. Qualunque moderna “difesa del laicismo” risulta messa in questione da tale “critica”.
«Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è [...] volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni essenziali dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza».
Ora, se questo è il tessuto teorico su cui veramente poggiano l’attività ponficale di Ratzinger e le strategie vaticane, c’è qualcosa che da questo tessuto appare difficilmente afferrabile, in quanto le è costitutivamente “lontano”. Le categorie entro cui si muove questo discorso sono tutte “categorie del moderno”. Anche nel tempo di crisi del moderno è pur sempre col moderno che Ratzinger fa i conti: lì dove la ragione moderna è più debole di fronte alla critica (che le viene mossa, certamente, dallo sviluppo tardomoderno di nuove forme di affettività, di nuove pratiche politiche e di tecnologie che investono gli stessi processi di trasformazione della vita biologica umana) la risposta che Ratzinger dà è fede. Verità cioè, e verità profonda della ragione umana di cui sola portatrice è la Chiesa. E cioè la gerarchia episcopale. Se è vero che il moderno non va cancellato con un colpo di spugna è anche vero che questo moderno, ora in crisi, può trovare la sua verità solo nella sua origine, lì dove esso ha pensato di potersene allontanare. Le conseguenze sono gli occhi di tutti, dice Ratzinger: “relativismo”, incertezza dei valori e delle identità, incapacità delle scienze di dare un fondamento al loro operare, crisi. La risposta è allora non «ritornare indietro, a prima dell’illuminismo», bensì dare all’illuminismo la sua verità, restituire un corpo al fantasma del suo “fondamento”. L’unico coincidente con la ragione naturale, quello cristiano.
C’è una cosa che però sia a Ratzinger che alla Chiesa che a quanti discettano di laicismo e di unioni civili in Italia, così come probabilmente alla maggior parte dei contemporanei risulta tutto’ora impensabile. La crisi della modernità, che è certo sin dall’inizio “crisi dei fondamenti”, può certo essere restituita alla sua verità, e questa verità può ben essere quella cristiana: si può insomma essere d’accordo con Ratzinger nel non negare il rapporto di filiazione che la modernità ha con la verità teologica cristiana (il “fantasma del fondamento” attaccato da Nietzsche in fondo lo testimonierebbe), ma ciò non fa che allungare su tutta la storia del cristianesimo e sulle sue premesse l’ombra lunga del nichilismo novecentesco e contemporaneo. Se poi volessimo ammettere che la “verità” di questa storia è quella dell’“uomo” non ci resterebbe che ammettere il destino nichilistico come il destino ultimo dell’uomo. La questione è di una portata tale da far abbassare la cresta a chiunque: ma è con questa, non con un’altra, che si misurano Ratzinger e le gerarchie cattoliche. Di questo, non di altro si parla a Roma, mentre laici e laicisti balbettano i loro “resistere” dalle colonne dei quotidiani nazionali. É su questa questione che i laici, o quantomeno i filosofi, se e ancora ne esistono – e ne esistono – dovrebbero ancora, e per lungo tempo, misurarsi.
Nella sua consunzione però, il moderno ha corroso anche l’immagine della “natura umana” con cui Ratzinger vorrebbe fare i conti: il lavoro di Foucault ne é la più brillante fotografia. La partita che il tempo moderno gioca all’epoca della sua crisi è quella dell’apparire di un tempo diverso dal moderno. Della sua possibilità. E’ un “uomo” diversouomo, nel suo corpo, è già tra di noi. È questo in fondo l’imprevisto, ciò che Ratzinger e il cattolicesimo più integralista si sforzano di riafferrare, o piuttosto, la cui espressione essi tentano di frenare. Agendo come possono, nelle sedi in cui hanno un qualche potere, con il linguaggio e il vocabolario che essi credono più opportuno. Identificando gli oggetti polemici che essi ritengono più pregnanti. Se corretta è la diagnosi, l’anamnesi lo è un po’ meno, ma non importa: è la prognosi che risulta difficile, come spesso accade. dall’uomo moderno quello che oggi è in gioco. Quest’
Un imprevisto. Si parla di moderno e rischiamo di avere a che fare già con qualcosa di autonomo. Una vita e un corpo che il moderno potrebbe riconoscere a fatica. Se il “discorso sulla fine” appartiene ancora al moderno, e ai suoi becchini, il discorso sull’inizio, sul “tempo nuovo”, che è, o sarà, un “discorso sulla speranza” appartiene, o apparterrà, a chi vorrà e saprà riconoscere le sue forme.
Non è un caso che il casus belli sia scoppiato all’interno della sfera dell’affettività e della sessualità: è questo il luogo in cui nel modo più inconsulto le forme moderne stanno lasciando spazio a pratiche nuove o a pratiche che, seppur presenti, assumono oggi un linguaggio differente. È in questo campo, sottoposto da sempre a ogni sorta di attenzioni e di terapie da parte dei poteri temporali, che si sono coagulati, da sempre, luoghi di resistenza e modalità di autoriconoscimento dei soggetti mai del tutto assimilabili ai “riconoscimenti ufficiali”, per così dire. È qui che le pratiche biopolitiche moderne hanno inseguito i loro fantasmi ed è qui che esse sono state rivoltate in strategie di difesa e di costituzione di soggetti nuovi. Questo campo oggi, ce ne accorgiamo, è più in tensione che mai: il nostro linguaggio fa fatica a inseguire le nostre pratiche. È come se il nostro corpo si fosse svegliato più complesso, diverso. Arranchiamo a comprendere i suoi passi, noi moderni. Qualcosa di inaudito è accaduto nel frattempo: certo, il nostro corpo è figlio della modernità, eppure comincia a vivere di vita propria, questo occorre riconoscerlo.
E’ sul campo di questo riconoscimento che Ratzinger e i suoi rischiano di avere poco da dire. E’ qui che il “libero pensiero” deve attaccare. Anche – persino – contro se stesso.
E’ a partire da qui che si gioca, forse non per nostra scelta, un’ontologia a venire.
La Chiesa ha capito, forse più dei laici, che qualcosa di grosso bolle in pentola: se la sua strategia è in ogni caso quella di abbassare il fuoco, una parte di essa ha messo il coperchio mentre un’altra intende almeno capirci qualcosa. Ascoltare, come dice: non è poco.
Ma è tempo di ritornare sui nostri passi.
[segue]
