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nominazione e amore: sul comunismo

16.04.2007
Non c'è, nello spazio del disastro degli anni in cui tutta una generazione è cresciuta, non c'è lo spazio per nominare la verità. Non c'è e non lo vogliamo. Come predica, elemosina, ricatto o pietà.
Non c'è spazio per nominare nè quel comunismo per cui ci siamo battuti, fosse 'tendenza', 'tendenza critica', come non c'è per nominare la nostra vita: un'altra.
Non c'è, soprattutto, nessun amore - per noi non ne abbiamo avuto e per altri non ne avremo, in questo cunicolo dove ci hanno rinchiuso.
Non c'è nominazione nè amore, nè della nostra vita - che abbiamo voluta, in tutte le maniere, devastata e in-condivisibile - nè della politica - che abbiamo dimenticata e cancellata in questi lunghi anni.

Non c'è amore nè nome, od amicizia che tenga - in questo strano e devastato luogo che continuiamo a chiamare con il nostro 'nome', il nostro 'amore': comunismo.

Non solo noi ci allontaniamo, noi siamo questo 'comunismo' - forse dell'anima, o come un gesto. Con esso, con lui, come in una lontananza, siamo cresciuti, e ce ne siamo innamorati come di qualcosa che ci hanno raccontato e noi sappiamo rettamente vivere.
Come se nel silenzio del sonno, potessimo, di nuovo, nominare ciò che ci attiene, ciò che ci è vicino, ciò che ci dice in-comune, ciò che, nel disastro della nostra vita, potesse, sempre, con forza, senza forzare e con amore, potesse continuare a dirci che non siamo soli, come se questo potesse riportarci a ciò che, in-comune, finalmente, senza merito possibile, sia un gesto in libertà, potesse dirsi 'non solo per noi', ma anche 'grazie a noi'. Noi, che non eravamo soli.

Ecco: in questo tempo. Sempre.

Questa intensa vicinanza è ciò che ci allontana da chi non sente. Ed è lontano e pensa. In filosofia, potremmo dire: è stata una follia. In nome, e amore, si chiama 'comunismo'.

Quello che abbiamo abbandonato - e fatto forte della sua solitudine - qualche anno fa. E di cui, disperatamente, continuiamo, oltre questo nome, a fare pratica, senso, potenza e costituzione di parola. Faccia al silenzio, alla codardia, alla vecchiaia, all'infamia e alla paura che albergano nell'animo, prima di tutto, delle nostre amiche e di chi ha condiviso questo transito.

Dove - lungamente e storicamente - questa parola si è detta, prima che tutto, politica, adesso noi la pensiamo come una pratica. Era Foucault che diceva, prima di morire, che l'etica - il luogo, in fondo, del nome - non è che la pratica riflessa della libertà.


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