↑ rizoma base

Noi, questo cuore, l' "impossibile"

03.04.2007

a te, che sai

Il “cuore” è, in ogni storia d’amore, più che un luogo, un luogo fisico, o mentale, un campo di condensazioni, la misura che ogni volta le donne, gli uomini, tra loro e non importa come, danno a se stessi. È un “segreto”, tale rimane.

Un campo d’incroci: dove ogni gesto, ogni parola, acquista senso, dove, come segno, forma una nuova logica, specifica – che è quella, quella sola, irripetibile, e non un’altra. Dove tutta una nuova rete di senso prende corpo, legittimità. È dove frammenti di gesti, segmenti che andrebbero a ingrossare il buio della memoria, vengono portati alla luce, pronunciati. Nel “cuore”, lì dove esiste un “cuore”, un corpo all’improvviso appare dove prima non c’era niente. Non che il “cuore” sia “qualcosa”. Il “cuore”, se proviamo a cercarlo, a “individuarlo”, risulta introvabile, persino impossibile. A pensarci bene, il “cuore” di ogni storia d’amore – ma è nelle storie d’amore, e d’amicizia, che noi scopriamo di averne “uno” – non è niente. Per secoli si è pensato persino di poterlo toccare, lì, in quel battito che ci separa dall’ignoranza di noi stessi e del mondo. Meglio di niente, certo. Ma anche senza quel battito si è visto che questo “cuore”, in qualche modo, continuava la sua esistenza: tutto, la voce, il sorriso, la postura di chi si guarda, nell’amicizia e nell’amore, tutto di noi, noi stessi ritroviamo ogni giorno il cuore che abbiamo condiviso, che siamo stati. Il “cuore” di una storia d’amore è il luogo in cui la nostra esistenza si è trovata scoperta davanti alla possibilità di essere, insieme ad un altro, “qualcos’altro”. Il “cuore” dell’amicizia e dell’amore, se vogliamo, è qui.

Ogni volta, i “luoghi” che noi diamo, più spesso per caso che per nostra “volontà” ai nostri amori, parlano e continueranno sempre a parlarci di quel “cuore”. Il “cuore” non è la “memoria”, non è mai un “pensiero passato” che ritorna. Che noi facciamo ritornare, che rendiamo di volta in volta possibile. Che ripresentiamo alla nostra mente, a chi ci ascolta. Il “cuore” sceglie il luogo in cui siamo.

I luoghi che abitiamo diventano “nostri”, possiamo amarli solo quando in essi noi rendiamo possibile l’espressione e la rappresentazione di questo nostro “cuore”. Sappiamo di cosa sono fatti i nostri “luoghi” e quanto parlano di noi. E quanto poco. La misura della nostra relazione con i luoghi è l’apertura che essi hanno verso il nostro “cuore”. Quanto più il nostro “cuore” può essere libero in questi luoghi, tanto più esso saprà dirsi, pronunciarsi in essi, tanto più esso potrà in essi “rappresentarsi”, dispiegarsi come scenario, tanto più questi luoghi diverranno i “nostri” luoghi.

Il “cuore” noi ce lo portiamo appresso. Anche quando non vogliamo più, il “cuore” guarda chi amiamo attraverso i nostri occhi. È questo stesso guardare, è questo e non un altro. È la possibilità che nel nostro sguardo si rende visibile, “presente”. Di ogni storia d’amore noi portiamo con noi tracce, cicatrici, e, certo, “memoria”. Ma ancora di più noi portiamo il suo “cuore”. Il “cuore” di ogni storia d’amore non resta “là” quando gli amanti o gli amici si separano: esso li segue, viene con loro, continua a dirsi, persino senza che essi lo vogliano più, né lo sappiano, forse.

Il “cuore”, come ancora si intuisce, è questione di “carne”.

Ora, la carne è espiantabile.

Fa male, certo. Ma il suo “gioco” più interessante, più bello senz’altro, quello più affascinante, è questa sua sostanziale possibilità di apertura. Che sia “carne”, di una cosa che vediamo, noi lo capiamo dalle sue aperture. L’apertura della carne è “dolore”. È anche segreto, difesa. Ed è anche, l’apertura della carne, misura della nostra coesistenza. Nella trapiantabilità delle nostre carni, nella possibilità dei nostri “dolori”, noi ci avvertiamo come presenti insieme al mondo. Come possibilità compresenti, insieme e diversamente.

Il “cuore”, seppure con tutto il dolore che sappiamo, può essere estirpato da un corpo con tutte le radici e messo in un altro: qui esso funziona “come se” fosse l’altro cuore, il cuore dell’altro. Come sappiamo, pian piano, il cuore trapiantato diventa altro. Da quello che era prima, ma anche da ciò che si vuole esso sia, o diventi. Innanzitutto, altro da se stesso – non è più lo stesso – ma insieme a lui diventa altro anche il corpo che lo “ospita”. Si può dire che un corpo sia lo stesso con un’“altro cuore”? Il “cuore” di ogni storia non è identificabile con questa, come non lo il cuore fisico col proprio corpo. É un organo costitutivamente irrimarginabile: si rimargina solo....

Da ogni storia noi portiamo con “noi” questo “cuore” che abbiamo condiviso. Quando un amore, un’amicizia nasce, ciò che “noi” teniamo in mano, bollente, è innanzitutto questo “cuore”.

Ora, c’è una sola destinazione possibile, per il cuore della “nostra storia”: è il suo farsi cuore di un’altra storia. Nel suo continuare a battere, nella sua radicale incomprensione della “morte”, sembra che quest’organo alluda a una propria possibile alterità, a una sorta di futuro oltre ogni futuro: ma a una speranza senza salvezza. A una speranza corporea, tutta umana, tutta qui, eppure giustificata solo lì.

Questa sottile allusione del “cuore” è in fondo la sua sottile e devastante libertà.

Quello che noi presentiamo, ogni volta, è la nudità di questo “cuore”, è la sua possibilità di essere altro solo se altrove, solo se in un altro luogo. In questa allusione del “cuore” che ci resta di ogni storia noi vediamo qualcosa dell’androgino platonico, qualcosa della carenza, radicale, mortale di ogni solitudine. Qualcosa di questa impossibilità: per dirla diversamente, lo spazio dell’amicizia come “impossibile”.

E’ “lui” che noi mettiamo nelle mani degli altri, è “lui”, questo “cuore” che è anche questo “niente” che portiamo con noi.

Cosa ci porta?

“Parigi”, “Pisa” non fanno differenza, in questo senso.

Dobbiamo smetterla di pensare le città o i “posti” o le “case” come “luoghi in cui”, come scenari puri. I posti non sono mai “puri”. Essi diventano la nostra prigione quando noi li avvertiamo distanti, quando noi non li condividiamo più. Le città diventano, o tornano ad essere, nostre, solo quando il loro cielo, le loro strade diventano decisive per il cuore della nostra storia. Quando in esse il cuore di queste storie è proiettato. Quando ciò che noi stessi siamo viene investito dalla loro “forma”. C’è come un campo indistinto, indecifrabile, a metà strada tra il “cuore” della nostra storia e il “cuore” dei nostri luoghi: è in questo campo che entrambi si aprono alla possibilità di essere diversi da ciò che sono. Altro e, insieme, qualcosa: un divenire altro.

Non un teatro: nella “conversazione” che tra le storie continuamente si attua, è la scena stessa a porsi come questione, ad apparire nella sua fantasmaticità. A partire da ciò che tra di esse transita: “noi”.

Il “cuore” di ogni storia è la legge della sua metamorfosi.

mappa dei legami di questo rizoma