"Lo stupro" di Franca Rame
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testimonianza da "il quotidiano donna" 1973, pubbl. in http://www.francarame.it/node/185
"Lo stupro"
Al centro dello spazio scenico vuoto, una sedia.
PROLOGO
FRANCA RAME: Ancora oggi, proprio per l’imbecille mentalità
corrente, una donna convince veramente di aver subito violenza carnale
contro la sua volontà, se ha la “fortuna” di presentarsi alle autorità
competenti pestata e sanguinante, se si presenta morta è meglio! Un
cadavere con segni di stupro e sevizie dà più garanzie. Nell’ultima
settimana sono arrivate al tribunale di Roma sette denunce di violenza
carnale.
Studentesse aggredite mentre andavano a scuola,
un’ammalata aggredita in ospedale, mogli separate sopraffatte dai
mariti, certi dei loro buoni diritti. Ma il fatto più osceno è il rito
terroristico a cui poliziotti, medici, giudici, avvocati di parte
avversa sottopongono una donna, vittima di stupro, quando questa si
presenta nei luoghi competenti per chiedere giustizia, con l’illusione
di poterla ottenere. Questa che vi leggo è la trascrizione del verbale
di un interrogatorio durante un processo per stupro, è tutto un lurido
e sghignazzante rito di dileggio.
MEDICO Dica, signorina, o signora, durante l’aggressione lei ha provato
solo disgusto o anche un certo piacere... una inconscia soddisfazione?
POLIZIOTTO Non s’è sentita lusingata che tanti uomini, quattro mi pare,
tutti insieme, la desiderassero tanto, con così dura passione?
GIUDICE È rimasta sempre passiva o ad un certo punto ha partecipato?
MEDICO Si è sentita eccitata? Coinvolta?
AVVOCATO DIFENSORE DEGLI STUPRATORI Si è sentita umida?
GIUDICE Non ha pensato che i suoi gemiti, dovuti certo alla sofferenza,
potessero essere fraintesi come espressioni di godimento?
POLIZIOTTO Lei ha goduto?
MEDICO Ha raggiunto l’orgasmo?
AVVOCATO Se sì, quante volte?
Il brano che ora reciterò è stato ricavato da una testimonianza apparsa sul “Quotidiano Donna”, testimonianza che vi riporto testualmente.
Si siede sull’unica sedia posta nel centro del palcoscenico.
FRANCA C’è una radio che suona... ma solo dopo un po’ la sento. Solo
dopo un po’ mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Sì, è una radio.
Musica leggera: cielo stelle cuore amore... amore...
Ho un
ginocchio, uno solo, piantato nella schiena... come se chi mi sta
dietro tenesse l’altro appoggiato per terra... con le mani tiene le
mie, forte, girandomele all’incontrario. La sinistra in particolare.
Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando.
Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello, la voce...
la parola. Prendo coscienza delle cose, con incredibile lentezza... Dio
che confusione! Come sono salìta su questo camioncino? Ho alzato le
gambe io, una dopo l’altra dietro la loro spinta o mi hanno caricata
loro, sollevandomi di peso?
Non lo so.
È il cuore, che mi sbatte così forte contro le costole, ad impedirmi di
ragionare... è il male alla mano sinistra, che sta diventando davvero
insopportabile. Perché me la storcono tanto? Io non tento nessun
movimento. Sono come congelata.
Ora, quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la
mia schiena... s’è seduto comodo... e mi tiene tra le sue gambe...
fortemente... dal di dietro... come si faceva anni fa, quando si
toglievano le tonsille ai bambini.
L’immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringono tanto?
Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce. Non capisco cosa mi stia
capitando. La radio canta, neanche tanto forte. Perché la musica?
Perché l’abbassano? Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo: non c’è
molta luce... né gran spazio... forse è per questo che mi tengono
semidistesa. Li sento calmi. Sicurissimi. Che fanno? Si stanno
accendendo una sigaretta.
Fumano? Adesso? Perché mi tengono così e fumano?
Sta per succedere qualche cosa, lo sento... Respiro a fondo... due, tre volte. Non, non mi snebbio... Ho solo paura...
Ora uno mi si avvicina, un altro si accuccia alla mia destra, l’altro a
sinistra. Vedo il rosso delle sigarette. Stanno aspirando profondamente.
Sono vicinissimi.
Sì, sta per succedere qualche cosa... lo sento.
Quello che mi tiene da dietro, tende tutti i muscoli... li sento
intorno al mio corpo. Non ha aumentato la stretta, ha solo teso i
muscoli, come ad essere pronto a tenermi più ferma. Il primo che si era
mosso, mi si mette tra le gambe... in ginocchio... divaricandomele. È
un movimento preciso, che pare concordato con quello che mi tiene da
dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra ai miei a bloccarmi.
Io ho su i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento peggio che se fossi nuda!
Da questa sensazione mi distrae un qualche cosa che subito non
individuo... un calore, prima tenue e poi più forte, fino a diventare
insopportabile, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore. Le sigarette... sopra al golf fino ad arrivare alla pelle.
Mi scopro a pensare cosa dovrebbe fare una persona in queste
condizioni. Io non riesco a fare niente, né a parlare né a piangere...
Mi sento come proiettata fuori, affacciata a una finestra, costretta a
guardare qualche cosa di orribile.
Quello accucciato alla mia destra accende le sigarette, fa due tiri e
poi le passa a quello che mi sta tra le gambe. Si consumano presto.
Il puzzo della lana bruciata deve disturbare i quattro: con una lametta
mi tagliano il golf, davanti, per il lungo... mi tagliano anche il
reggiseno... mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia
medica misureranno ventun centimetri. Quello che mi sta tra le gambe,
in ginocchio, mi prende i seni a piene mani, le sento gelide sopra le
bruciature...
Ora... mi aprono la cerniera dei pantaloni e tutti si dànno da fare per spogliarmi: una scarpa sola, una gamba sola.
Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, sento che si struscia contro la mia schiena.
Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene da vomitare.
Devo stare calma, calma.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”. Io mi concentro sulle parole delle
canzoni; il cuore mi si sta spaccando, non voglio uscire dalla
confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola... non
conosco nessuna lingua. Altra sigaretta.
“Muoviti puttana fammi godere”.
Sono di pietra.
Ora è il turno del secondo... i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un gran male.
“Muoviti puttana fammi godere”.
La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”.
Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie.
È il turno del terzo. È orribile sentirti godere dentro, delle bestie schifose.
“Sto morendo, – riesco a dire, – sono ammalata di cuore”.
Ci credono, non ci credono, si litigano.
“Facciamola scendere. No... sì...” Vola un ceffone tra di loro. Mi
schiacciano una sigaretta sul collo, qui, tanto da spegnerla. Ecco, lì,
credo di essere finalmente svenuta.
Poi sento che mi muovono. Quello che mi teneva da dietro mi riveste con
movimenti precisi. Mi riveste lui, io servo a poco. Si lamenta come un
bambino perché è l’unico che non abbia fatto l’amore... pardon...
l’unico, che non si sia aperto i pantaloni, ma sento la sua fretta, la
sua paura. Non sa come metterla col golf tagliato, mi infila i due
lembi nei pantaloni. Il camioncino si ferma per il tempo di farmi
scendere... e se ne va.
Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi
scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male... nel senso che mi sento
svenire... non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo
schifo... per l’umiliazione... per le mille sputate che ho ricevuto nel
cervello... per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un
albero... mi fanno male anche i capelli... me li tiravano per tenermi
ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia... è sporca di sangue.
Alzo il collo della giacca.
Cammino... cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.
Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel
pezzo. I polizioti... gente ce entra, che esce... Penso a quello che
dovrei affrontare se entrassi ora... Sento le loro domande. Vedo le
loro facce... i loro mezzi sorrisi... Penso e ci ripenso... Poi mi
decido...
Torno a casa... torno a casa... Li denuncerò domani.
Buio.
