Legislatura Costituente - 30.04.08
30.04.2008

Benito Mussolini e i quadrumviri fascisti in occasione della "marcia su Roma" (1922), evento simbolico mitizzato dal futuro regime, dopo il quale il leader del Partito Nazionale Fascista assunse dalle mani del re la guida del suo primo governo, ancora democratico, e con ciò il suo primo ruolo istituzionale.
Come
ha spiegato Gianfranco Fini, nel suo discorso inaugurale come
Presidente della Camera, la legislatura aperta con le elezioni del 13 e
14 aprile 2008, sarà una "legislatura costituente". Una legislatura
che chiude dunque definitivamente quella fase di transizione aperta, in
Italia, con il crollo del sistema democratico a rappresentanza
proporzionale imperniato, dopo la caduta del regime fascista e la
fine della Guerra Mondiale, sulla Democrazia Cristiana e
sull'esclusione dall'area di governo del più grande partito comunista
occidentale e del "movimento" erede ideologico dei combattenti di Salò.
Siamo perfettamente d'accordo con il nuovo Presidente della Camera, la
cui capacità di pre-visione politica e la cui accortezza strategica e
tattica, lo consegnano senza dubbio alcuno come una delle menti più
acute, più lucide e più caparbie, seconda forse solo a quella di Romano
Prodi, alle pagine di storia tra le più cupe di questo Paese.
Certamente poche menti a sinistra - non quelle di D'Alema o di
Veltroni, non quella di Bertinotti - possono vantare, in questi anni,
la stessa capacità, la stessa forza, la stessa determinazione.
Una
nuova "destra", diciamo meglio e finalmente in modo corretto, un nuovo
pensiero e una nuova pratica dell'ordine statale, inaugurano in Italia,
con l'elezione simbolica di Fini a Presidente di una delle Camere
rappresentative, il nuovo secolo e, davvero, una Seconda Repubblica.
Gli anni che seguono vedranno, e non vi è alcuna ragione perché così
non sia, una trasformazione radicale dell'apparato istituzionale della
Repubblica, che, senza necessità di essere minata o travolta, subirà un
riassetto tale da risultare probabilmente irriconoscibile a quanti
l'hanno vissuta e pensata alla luce della sua filiazione dalla lotta
resistenziale e dai difficili lavori dell'Assemblea Costituente
postbellica. Non meraviglia, non deve meravigliare, tantomeno
"positivamente", che il nuovo Presidente della Camera senza erre
moscia, nel suo discorso per nulla eccezionale ma migliore rispetto a
quello del suo predecessore - certamente, più di quello, carico di
futuro - abbia parlato del 25 aprile e del 1° maggio. Il fascismo o
postfascismo di Fini, come la corrispondente "meraviglia" per le sue
esternazioni "democratiche" e, come si scrive, "sinceramente
condivisibili" anche da chi rivendica il proprio percorso politico come
centrato sui valori della "Resistenza", stanno solo nelle menti di
quanti non riescono a comprendere, per limitatezza, autoinganno o
incapacità di comprensione, la cesura che si è consumata in questi
anni. Che, sotto i nostri occhi, impotenti o semplicemente incapaci, si
è consumata. Non sono i fascisti del Movimento Sociale ad essersi messi
in doppiopetto e ad essere divenuti "sinceramente democratici".
E' la democrazia repubblicana nata con la Resistenza ad essersi, definitivamente, esaurita.
A
partire da questo dato occorre riflettere: le riforme istituzionali dei
prossimi anni sanciranno evidentemente una volontà popolare ampiamente
espressa dalle ultime elezioni. Volontà popolare che è d'altra parte
segno inequivocabile di una trasformazione antropologica e
topografico-politica del Paese. Se il Paese reale è stato agitato e
rivoluzionato profondamente dal quindicennio di transizione
berlusconiano, tocca adesso alle pratiche istituzionali di una nuova
"conservazione" ridefinire il Paese istituzionale. Ma "destra",
"reazione", "conservazione" appaiono in questi frangenti termini
profondamente equivoci, vocaboli fantasmatici di forme democratiche che
in questi anni, quando non ancora definitivamente esaurite, andanno
trasformandosi in modo radicale. E' con questa nuova pratica, e nuova
ideologia, dell'"ordine statale" che occorre confrontarsi: una pratica
e una ideologia che non hanno alcuna difficoltà, e lo hanno dimostrato,
a integrarsi all'interno di strutture politiche e istituzionali
preesistenti per modificarle e decostruirle, piano dopo piano.
E' con una nuova pratica, con un nuovo orizzonte, dell'"ordine statale", che in un Italia sempre più ai margini delle grandi correnti economiche mondiali troverà il suo banco di sperimentazione e di definizione, come già fu a Genova, che occorrerà confrontarsi nei prossimi anni. Non è detto che i protagonisti di questa nuova politica democratica sappiano indicarla, intuirla, come definitivamente al di fuori dal Novecento. Sarà la pratica, è la pratica, di questo "ordine" nuovo a decidersi, in questi giorni e nei prossimi anni, oltre gli orizzonti politici dello scorso secolo. Solo quando le "sinistre" sapranno vedere questa cesura che, se non biografica, è quantomeno "pratica" - certamente "politica" - esse potranno contrapporre all'ordine del futuro che si presenta ai nostri occhi, un altro ordine, un'altra immagine, un altro orizzonte. Se si saprà pensare Gianfranco Fini Presidente della Camera - e domani Silvio Berlusconi al Quirinale - senza stupirsi, ma piuttosto come la figura più rappresentativa della repubblica democratica che sta prendendo forma davanti a noi, si potrà allora fare i conti con questa Seconda Repubblica, pensando intensamente, in politicis, la sua fine.
[gf / 30.04.08]
