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le tesi degli altri

03.06.2007
a Gianfranco 

Mi si ricordava, proprio ieri, una mia certa affezione alle 'tesi degli altri'. Una certa presenza, più che costante, ripetuta. Me lo ricordava - non ci avevo posto mente - qualcuno che forse, d'appena nato, avrà pensato anche alle mie di tesi, mentre la sua l'aveva già discussa, senza minimamente immaginare quelle che avrei conosciuto, e tutte amate, alcune più, e me lo ricordava con un certo implicito tono di rimprovero dolce. Mi ha fatto chiedere di questa affezione, e che continua a costellare e segnare la mia incerta maniera di farmi attraversare dalla filosofia: perchè, infine, tutte di filosofia sono state.

Avendone mancate molte, e dei più cari amici, non potrei rivendicarne, come non faccio, alcuna forza condivisa, nemmeno di quelle amate e lette dopo: più intensa mi risulta l'assenza, e il mancare che sposa il dispiacere. Non certo per gesto o richiesta di perdono, o per salvarmi, quanto per l'intensità del momento, per mancato transito che mi appartiene più di quanto sappia chi mi ricorda questa 'certa affezione'.
Che, in fondo, possiamo chiamare 'amore'.

Ma questa intensità e questo amore, proprio per averle vissute nelle 'tesi degli altri', 'delle altre', prima ancora che nelle mie, o forse 'insieme' - cosa che non riconoscerò mai, almeno per le mie - in forma d'esposizione, o senza forma: come 'esposizione', io le voglio. Perchè mi sembrano quello che, dopo, la filosofia dimentica, tranne raramente.
E, forse, in fondo, è questo che delle 'tesi degli altri' io amo: questa intensità decisiva e definitiva. Che così raramente accade d'incontrare dopo, o d'intorno. Direi per tutti/e: di reincontrare.
Ed è qualcosa, credo, almeno per me credo, che si farebbe sempre bene insistere a ricordare. A vivere nella più grande intensità.

In fondo, per filosofia, è come camminare su un bordo stretto, dentro cui, a tutti i costi, 'volere dire'. Forse non solo per filosofia. Per noi di più.
Questo amore e questa intensità, questo 'volere dire', che a volte non porta a nulla e a volte a..., questa proiezione nelle 'tesi degli altri' o nelle proprie, questa esposizione e questa condivisione, questa forza e questa strafottenza che sta in ogni 'tesi', è talmente importante da offuscare ogni violenza che cammina con 'la' tesi.

Perchè più intense sono 'le tesi', e più forza esprimono, più forte è la forza di questa scrittura che resta, e più forte sarà la sua presa sulla memoria, la sua resistenza di fronte la memoria. E meno la memoria divorerà, la memoria. E più ogni rigo scritto in ogni tesi risuonerà come un martello dentro il cervello di chi l'ha scritto, più la filosofia recupererà quella radicalità che aveva, che le manca, manca e dismette, e più, più ancora, nell'interrogazione filosofica - che sempre, comunque, vive di vita sua - risuoneranno voci nuove, anche fuori coro.

Perchè, a differenza di tutte le altre scienze dello spirito - e la filosofia non è una scienza e non si occupa dello spirito, ma se la disegnano così...qualcuno qualche responsabilità l'avrà...- alla filosofia non è l'oblio che le fa male, ma bensì la memoria. La memoria di 'come si deve scrivere'.

In questo senso, non tutte le tesi rispondono a questa intensità e non tutte le tesi 'affondano' la memoria. Ma tutte quelle che sono 'le mie tesi degli altri e delle altre' mi fanno amare.
Cioè: mi fanno amare quello che faccio. Davvero.
(millepiani - 30.05.07)
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