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Le piazze vuote di Sicilia. La libertà dei molti e la democrazia che viene

di Gianfranco Ferraro


1. Un affare di spettri. Dovrebbe essere buona regola di chi osserva le cose politiche, dopo il lungo Ottocento e ancora più dopo la fine piagnucolosa e boriosa, ad un tempo, del secolo breve, quella di non dare mai per morto uno spettro. Certo, gli spettri non tornano mai in scena nello stesso modo: accade che i testimoni che assistono alle loro apparizioni li vedano in punti diversi, persino con abiti differenti. Accade che gli spettri dicano cose diverse a seconda di chi li guarda e racconta, anche se poi, in fondo, uno spettro si è limitato in tutte le sue apparizioni a dire le poche, semplici e a tratti monotone cose di sempre. Difficile da guardare e da capire, uno spettro. Difficile, perché difficile da accettare e da assumere è, per ogni tempo in cui esso si presenta, la sua verità. Gli spettri affiorano nella storia del grande teatro moderno dove qualcosa è morto, o sta per morire: dove una forma sembra premere contro un'altra che risulta incapace, alla lunga, di resisterle. Spettrale è allora la voce di una figura che raccoglie in realtà in sé le infinite voci che sono state a lungo oppresse, o asservite, con o contro la loro volontà dalla voce di chi le ha vinte, e sembrava doverle vincere per sempre. Lo spettro è la figura di un ricordo, di una memoria a tratti sbiadita di tutti gli uomini e di tutte le donne che, pur non avendo vissuto una certa esperienza storica, pure sanno, è come se sapessero da sempre, nel momento in cui un tempo si sporge lungo la linea della sua frattura, che quel qualcosa può riemergere, riapparire. Nelle sue infinite declinazioni, psicologiche il represso freudiano o politiche il movimento rivoluzionario della tradizione repubblicana - la figura dello spettro torna nella modernità occidentale a raccogliere tutte le voci degli oppressi che si sollevano dalla loro morte, a dare voce e forza ai corpi che solo possono dare nuova vita.


C'è poi un dato ineliminabile che la tradizione letteraria non fa che confermare: se è vero che gli spettri tornano quasi sempre sul limitare di un tempo e sembrano quasi costretti a fare la loro apparizione non appena un tempo sta per concludersi e uno nuovo non è ancora cominciato, è anche vero che gli spettri possiedono un dono che ogni vivente non può che invidiare loro: la libertà di non apparire.


È l'evento di una tale apparizione che Karl Marx ha tentato di testimoniare nella sollevazione, sfortunata, della Comune parigina nel 1871. Dopo tanto aggirarsi, lo spettro era apparso di nuovo: democratico e repubblicano. Così, per rendere riconoscibile un'apparizione, gli si dà talvolta il nome e il volto di qualcuno che, seppellito da decenni, viene riconosciuto come parte della propria storia, e quindi, del proprio futuro. È accaduto, per esempio, che dopo l'8 settembre 1943, una parte consistente della resistenza italiana al nazifascismo si riconoscesse nella figura risorgimentale di Giuseppe Garibaldi.


La mitopoiesi è parte integrante della tradizione politica, e dunque anche della tradizione politica rivoluzionaria, dove evocare un nome, o un volto com'era ben chiaro a Pasolini quando girava il Vangelo secondo Matteo significa che la tradizione degli oppressi, rappresentata in quel nome e in quel volto, ha trovato un nuovo tempo in cui incarnarsi. Significa giocare la storia contro la storia, la storia dei vinti contro la storia dei vincitori. Significa che una nuova generazione, e un'altra ancora dopo di questa, è pronta a giocare la storia contro se stessa: a sparare sugli orologi, e a sorridere, come il marinaio di Antonello, delle storie che hanno preteso di raccontarsi come storie uniche.


Gli spettri tornano per ricordare che le storie degli oppressi sono sempre diverse e che ogni generazione di oppressi le racconta, ed è libera di farlo, a partire dal tempo in cui vive.




2. Della libertà dei moderni. Dovrebbe essere quindi buona regola di chi osserva le cose politiche dall'interno della tradizione repubblicana della modernità, evitare sempre, con Hannah Arendt, di sovrapporre a ciò che accade le lenti colorate che ci sono state date dalla nostra storia. Soprattutto quando, dovrebbe essere superfluo, esse ci aiutano a confermare l'unità della nostra storia biografica, ma non ci aiutano più a comprendere ciò che accade davanti ai nostri occhi. Lo stupore di fronte ciò che accade dovrebbe essere giocato sempre, fino all'ultimo, contro il terrore dell'incomprensione e dell'incomprensibilità. Qualcosa accade, ed è in questo qualcosa che bisogna scorgere e distinguere, insieme, ciò che opprime e ciò che salva. Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i nobili e la plebe scriveva Niccolò Machiavelli esattamente cinque secoli fa, nei suoi Discorsi mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa nel tenere libera Roma, e che considerino più a romori e alle grida che da tali tumulti nascevano, che a' buoni effetti che quelli partorivano. Per Machiavelli, che osservava sgomento, nel 1513, la perdita di sovranità della Penisola e l'incapacità dei governanti italiani di unirsi per contrastare da un lato la teologia politica romana e dall'altro l'entrata a gamba tesa dei sovrani stranieri, non vi era alcun margine per osservare gli avvenimenti presenti con lo stesso sguardo con cui li si era osservati fino a pochi decenni prima, quando ad esempio Colombo non aveva ancora effettuato le sue scoperte. Occorreva trovare nuove regole con cui interpretare le forme che il potere assumeva nel proprio tempo: nuove regole con cui attraversare il nuovo continente, quello politico, appena scoperto. Così, la storia, e la storia della repubblica romana innanzitutto, diventava per Machiavelli, come del resto per tutto l'umanesimo fiorentino, più che la maestra di vita, la maestra delle regole di vita con cui affrontare l'orizzonte dell'agire politico. Ad ogni orizzonte la sua virtù: così, se nei rapporti di amicizia e nella fede religiosa doveva contare un certo tipo di virtù e un certo tipo di fedeltà, nella sfera della politica, più di ogni altra esposta alle alterne vicende della fortuna, e come tale, per Machiavelli, più di ogni altra rappresentativa dell'essenza stessa della condizione umana, l'unica virtù legittimata era quella che consentiva, quando non di vincere, per lo meno di non perire. È a questo scopo quindi, tutto politico, che per Machiavelli diveniva essenziale, prima di ogni altra cosa, educare il politico all'osservazione dell'effettualità, spesso dura, sempre tenace, dei fatti. È con i fatti, dentro i fatti, anche combattendoli, che si vince. È un tema che sappiamo quanto caro ad uno dei più illustri teorici rivoluzionari del XX secolo, come Antonio Gramsci: la rivoluzione, per vincere, deve conoscere i fatti del tempo contro cui combatte. Deve farsi carico delle vite degli oppressi, ma, per non lasciarle nella loro oppressione, deve muoverle dentro il gioco politico che Machiavelli, per primo, ha guardato come scrittore politico moderno.


Così, non è in contrasto con questa visione tragica della politica, aliena ad ogni accomodamento con le angosce e i buoni sentimenti di chi guarda, quella che farà di Machiavelli il padre spirituale del repubblicanesimo occidentale. Nei Discorsi vediamo infatti ogni entità politica attraversata da due umori tra loro costantemente in lotta: quello del popolo e quello de' grandi. Le due principali passioni di ogni repubblica vengono appunto identificate da Machiavelli da un lato nella libertà dei molti e dall'altro in quella che i Grandi hanno di conservare i propri privilegi. Il segretario fiorentino aggiunge che dove la materia non è corrotta, i tumulti ed altri scandoli non nuocono; dove la è corrotta, le leggi bene ordinate non giovano, se già le non son mosse da uno che con una estrema forza le faccia osservare tanto che la materia diventi buona. La libertà va difesa ed è nel gioco stesso di questa libertà che possono emergere, in modo speculare al Principe, adottando i mezzi in grado di difenderla: E i desiderii de' popoli liberi rade volte sono perniziosi alla libertà, perché 'e nascono o da essere oppressi, o da suspizione di avere ad essere oppressi... e li popoli, come dice Tullio, benché siano ignoranti sono capaci della verità, e facilmente cedano quando da uomo degno di fede è detto da loro il vero. Sono aggregati qui, in poche righe, elementi decisivi che verranno ripensati per tutta la storia della politica moderna, che è innanzitutto, come ha dimostrato lo storico Paolo Viola, una storia di répresentations - di rappresentanza e di rappresentazione. La libertà dei popoli dei molti contro i privilegi dei Grandi passa necessariamente attraverso un duplice dispositivo: da un lato quello della fede, dall'altro quella della verità.


È nelle spire infernali di questo dispositivo che La Boètie, sfortunato seguace del Machiavelli repubblicano, e amico intimo di Montaigne, porrà a se stesso e ai posteri l'interrogativo sulla volontà di essere servi: perché si chiederà nel suo Discorso sulla servitù volontaria gli uomini vogliono essere servi quando possono essere liberi? L'interrogativo non avrà una risposta, se non forse quella che già Machiavelli aveva dato: ma occorre davvero una fede, qualunque essa sia, per essere liberi?




3. Della fede dei siciliani. Don Consalvo Uzeda di Francalanza, protagonista dell'Imperio, romanzo postumo dello scrittore catanese Federico De Roberto, attore tra i principali del rinascimento letterario siciliano, rappresenta la maschera, ben conosciuta da chi è nato e vissuto in Sicilia sino all'età della ragione, del trasformista politico per il quale non esiste una verità che non sia a sua volta sottomessa alle necessità del proprio potere. Eletto come parlamentare a Roma, Consalvo non ha alcun problema a torcere la propria parola pubblica a seconda del vento che gli permette di emergere: ora in quel salotto, ora in quel teatro, ora come conferenziere, ora come in un pubblico dibattimento. Come ha ben chiarito un maestro, peraltro non siciliano, della critica letteraria del '900 - Carlo Alberto Madrignani bisogna sempre tenere ben a mente il rapporto che lega la tradizione letteraria siciliana, a partire da Verga, alla Kultur a partire dalla quale essa si sviluppa: ora, la cultura siciliana si caratterizzerebbe per una forma mentis, per una attitudine critica nei confronti delle forme dell'esistenza, che, se da un lato consente una sostanziale indifferenza nei confronti delle diverse modalità con cui il potere si offre agli occhi dei suoi soggetti, dall'altro consente la persistenza di una forma di resistenza individuale a qualunque assoggettamento. Madrignani ritrovava così, nelle maschere di Pirandello, nella critica corrosiva di Sciascia, nell'angoscia di De Roberto, così come nell'autocompiacimento del commissario Montalbano di Camilleri, l'effetto di una radicale incapacità, da parte dei siciliani, di tenere insieme i presupposti della fede e i presupposti della libertà. Nella letteratura siciliana Madrignani trova così una risposta a quella dialettica dell'Illuminismo che in altri contesti era stata impossibile ritrovare: una sorta di comandamento dell'infedeltà governa l'agire politico dei siciliani e li abitua così ad ogni nefandezza così come ad ogni volontà di riscatto. Non è un caso del resto che De Roberto abbia ripreso, descrivendo Consalvo di Francalanza, le abili mosse che avevano portato Francesco Crispi, da repubblicano mazziniano, a trasformarsi, prima in comandante garibaldino, quindi in primo ministro, monarchico, del Regno savoiardo.




4. Liberi tutti. Tutta la politica moderna, e quella del del ventesimo secolo non fa in questo senso eccezione, è vissuta all'ombra di questa contrapposizione tra i due umori evocati da Machiavelli. Si è trattato di volta in volta di comprendere, semmai, e di dare una rappresentazione plastica, e politica, ai due diversi umori.


Il coinvolgimento delle masse lavoratrici nella rappresentazione dello Stato, avvenuto in forma diversa nei diversi contesti occidentali, può oggi essere letto, attraverso le categorie di Michel Foucault, come una straordinaria e peraltro riuscitissima forma di disciplina, attraverso cui delle masse potenzialmente ostili all'economia governamentale dello Stato venivano integrate e rese cittadine dei dispositivi di controllo dello stesso Stato. In questo senso, le forme di rappresentanza democratica accettate e riconosciute dal movimento operaio nel corso del XX secolo - costituiscono una semplice variazione sul tema dell'autolegittimazione statuale: privo di una forma di legittimazione teologica trascendente, dopo le rivoluzioni ottocentesche, lo Stato diventa rappresentabile attraverso nuovi dispositivi: e la democrazia è uno di questi.


Non altro dunque che una ennesima forma di polizia o di medicina statale sarebbe la liturgia della rappresentanza democratica. Tra i conservatori più disposti a venire a patti con le nuove forme di politica troviamo, all'inizio del secolo, Max Weber, per il quale il progressivo assorbimento delle forze potenzialmente rivoluzionarie all'interno delle istituzioni costituirebbe la sola salvezza dello Stato. Del resto, la lunga parabola con cui socialisti e comunisti si adegueranno progressivamente alle liturgie della rappresentanza democratica liberale, nella seconda metà del '900, confermerà di fondo l'ipotesi, weberiana da un lato e foucaultiana dall'altro, sul funzionamento interno della rappresentanza democratica come strumento di governo delle vite: la libertà dei moderni è ormai inquadrata dentro una formula di fedeltà che consente a chiunque di considerarsi soddisfatto nell'esercizio del proprio diritto di suffragio.


La Resistenza al nazifascismo apre certamente, almeno in Italia, l'ipotesi di un'altra storia: la possibilità cioè che nella rappresentazione dello Stato si insinui la possibilità di un Antistato. Ma questa storia di liberazione è naufragata, nei termini in cui Claude Lefort prima e Guy Debord dopo, hanno chiarito. I dispositivi che hanno mediato, negli ultimi due secoli, la presenza dei due umori sulla scena politica, continuano imperterriti la loro marcia, ma - a vuoto.


Nel momento in cui il movimento operaio, come tale, è finito, agli eredi di quella tradizione non rimane che una tragica scelta: o quella di legittimare lo Stato e le istituzioni o quello di ridursi a pura testimonianza di ciò che fu e avrebbe potuto essere. Di fatto, il superamento in atto della società dello spettacolo da parte di una società in cui ognuno su Facebook e su ogni altro medium disponibile fa spettacolo di sé, media cioè il rapporto con la verità che gli appartiene attraverso l'immagine che altri gli rimandano attraverso la disciplina di un medium, non dà molte scelte: nuovi rapporti di fedeltà e nuove istituzioni che definiscano le economie di tali fedeltà sono più che mai urgenti. Mario Tronti ha avuto perfettamente ragione quando ha diagnosticato la fine della ragione politica del '900, ma si intravede forse solo adesso una nuova ragione politica, nella ripresentazione dei due umori della teologia economica delle élites finanziarie che pretendono di strangolare nel suo debito la democrazia greca, contrapposta alla democrazia an-archica, senza fondamento né ideologico né rappresentativo, che le si contrappone nelle piazze.




5. Un'altra storia. Beppe Grillo ha quindi ragione. Dalla prossima domenica inizierà, per la storia della democrazia in Italia, un'altra storia. E pochi tra gli attori presenti sulla scena pubblica sembrano, per paura o per rabbia, volerlo capire. Peggio per loro.


L'interrogativo che sempre bisognerebbe porsi, di fronte a un qualunque fenomeno politico, ciò che quantomeno insegna la lunga scuola del realismo politico moderno, che da Machiavelli passa attraverso Marx, Weber e Hannah Arendt, attiene alla sfera di interessi che difende chi parla e chi agisce. Ora, può anche darsi che il cosiddettoMovimento Cinque Stelle difenda gli interessi della premiata ditta Casaleggio e associati. La domanda che occorre porsi, di fronte all'imponente numero di voci e di persone che esso coinvolge in Sicilia, è però che cosa passa, della tradizione degli oppressi, e dunque della tradizione repubblicana, attraverso quel movimento?. Che è come domandarsi che cosa deve passare attraverso questa 'cosa' per 'superare', 'oltrepassare' le forme di democrazia che abbiamo fin qui conosciuto?. In estrema sintesi: non si può rispondere alla domanda posta dallo 'spettro' che appare in questi giorni nelle piazze animate da Grillo senza comprendere bene in cosa tale movimento politico tenda a conservare talune liturgie e a distruggerne altre.




6. Visita ad Atene. Arrivato in visita nella mai come in questi anni martoriata Atene, il turista di passaggio prende quasi sempre la strada in selciato che dall'ultima fermata metro risale verso l'Acropoli. Raramente però, giunto sulla collina da cui è possibile dominare tutto il mare di cemento in cui dal secondo dopoguerra in poi si è trasformata la capitale greca, le guide gli propongono di incamminarsi lungo una stradina che scende per un tratto in direzione del Pireo, per poi risalire verso una collina vicina, la Pnice: completamente spoglia, quasi nascosta tra gli alberi, la sua cima non è altro che un anonimo pianoro di cui nessun monumento fa presagire la decisiva importanza che esso assumeva nell'antichità. Proprio lì infatti, per una serie di coincidenze tutto sommato abbastanza improbabili, una città di poche decine di migliaia di abitanti si era dotata di un governo il cui esercizio non era affidato né ai più ricchi né ad una ristretta cerchia di persone, più o meno influenti, ma alla maggioranza dei cittadini presenti alle votazioni. Ed è proprio questa particolare e fino ad allora non storicamente sperimentata forma di governo che, in uno dei momenti più difficili della sua carriera politica, la morte di concittadini a causa della guerra che egli stesso aveva voluto, Pericle difende come il fondamento stesso della potenza geopolitica e culturale ateniese.


È di fronte all'immagine di questa collina vuota e dimenticata che occorre chiedersi cosa effettivamente Pericle difendeva quando, nel discorso che gli mette in bocca lo storico Tucidide, prendeva la parola per richiamare i concittadini al valore della democrazia. Anche se da lì a poco il grande teatro di Dioniso avrebbe preso il posto della collina quale scenario della rappresentazione democratica della sovranità ateniese, la sostanza di fondo non sarebbe cambiata di molto: solo il verso delle nottole sacre alla dea Minerva avrebbe continuato a frequentare le notti in cui teatri e piazze erano abbandonati dalla presenza dei cittadini. La questione che evidentemente si poneva nel cuore stesso della figura politica dell'assemblea era l'inevitabile alternanza tra un tutto-pieno e un tutto-vuoto in cui si giocava la sostanza del potere politico: non è infatti rappresentabile la democrazia se non attraverso quel movimento, simile alla sistole e alla diastole cardiaca, che porta ora ad apparire ora a scomparire coloro che devono essere presenti perché una qualche decisione si possa manifestare. Tendenzialmente, ed è qui che si annida la fin troppo consapevole nostalgia di Aristotele, la democrazia si configura come governo dei presenti: come la forma attraverso cui tutti gli esseri in vita si manifestano quali esseri in grado di assumere decisioni, animali politici. Non per questo però, ma anzi a maggior ragione, alla democrazia sarebbe estraneo l'aspetto di un'assenza: è in virtù di quel movimento che riempie e svuota le piazze che, già in Eschilo, la mano dominante del popolo può manifestarsi.




7. Vox populi vox dei. Ciò che grazie alla voce di Beppe Grillo, politico ormai evidentemente tra i più autorevoli e lungimiranti della stagione appena iniziata, viene evocato in questi giorni in Sicilia è esattamente questa potenza. Non è infatti né l'immagine di un leader, che definisce non a caso se stesso e tutti quanti sono chiamati a rappresentare la voce degli elettori, come portavoci, né una particolare ideologia o forma di condotta di vita, a essere messa al centro, a volte quasi idolatrata nel discorso pubblico del movimento democratico di Grillo: al centro, in quei territori 'scoperti' dai dispositivi della rappresentanza che erano la 'Rete' e, per un caso insperato, le 'piazze di Sicilia' le stesse dove Consalvo Uzeda teneva i suoi comizi - non è altro infatti che quella presenza dei cittadini che abbiamo imparato a riconoscere. Si è lì, si è insieme, e in quanto si è insieme si può decidere tra le infinite possibilità che la politica, come tale, offre: questo è tutto ciò che conta. In questo senso, questo movimento della tarda modernità politica italiana ha raccolto un bisogno che covava nel cuore stesso della modernità, quantomeno dal momento in cui, con Machiavelli, la politica è stata riconosciuta come il terreno di insorgenza e di distruzione, di evocazione e di abbattimento di sempre nuove e inesauribili rappresentazioni del potere. In questo senso, da Machiavelli in poi, le varie tradizioni occidentali della politica si sono dovute misurare con l'assenza di fondamento della legittimità di qualunque potere. Così come esiste, il potere deve ad ogni passo confrontarsi con l'ombra della propria sparizione: tutto il complesso dispositivo mitopoietico insito prima nel diritto naturale e quindi in quei suoi naturali eredi che sono le ideologie contrattuali borghesi sarebbero impensabili senza l'angoscia in cui Machiavelli aveva sprofondato la modernità.


Ciò a cui assistiamo è pertanto l'inizio di quel poderoso movimento di decompressione che fa seguito alla stura data ai dispositivi di rappresentazione ideologica del '900. Siamo, ed è vero, appena all'inizio. Non è un caso d'altra parte che l'emergere di questo bisogno, ancora privo di rappresentazioni simboliche, sia stato sistematicamente contrastato dalle liturgie teologico-economiche della rappresentanza, ormai inadeguata rispetto a ciò che essa pretende di rappresentare: un conflitto senza possibile ricomposizione, pur imbrigliato nei vent'anni del populismo berlusconiano, ha in questo senso opposto élites politiche e girotondi, forme partito e fabbriche. In ogni modo, la logica liturgica delle rappresentanze ha tentato di spegnere la voce degli oppressi che pure emergeva ad ogni passo. Che questa voce sia ormai destinata ad essere evocata e stabilmente interpretata da altri, chiunque essi siano, è un fatto politico ancora per poco: e ciò solo perché sta per divenire semplicemente un fatto storico.


Non ci si può stupire se il primo risveglio dopo un lungo coma sia accompagnato dal piacere di guardarsi in vita: questo è, nel suo nucleo più profondo, il movimento Cinque stelle.


Come tale, esso appare però alla tradizione repubblicana non soltanto prematuro, ma di per sé conservatore: mai, fino a questo momento, il movimento grillino ha sollevato pubblicamente la necessità di inaugurare una stagione costituente in cui le stesse forme della rappresentanza democratica possano essere ridiscusse. Nell'opposizione 'morale' a chi occupa disonestamente delle cariche e delle istituzioni che si dovrebbero occupare in modo diverso si annida naturalmente il cuore conservatore quantomeno di chi pretende di ergersi a guida delle condotte spirituali del movimento.


La struttura teologica che, nell'uguaglianza tra vox populi e vox dei, persiste anche qui è fin troppo evidente nella difesa che Grillo fa delle istituzioni repubblicane. Il richiamo alla Resistenza e al Risorgimento evidenziano proprio questo tentativo: quello di venire a patti con una struttura istituzionale che è in realtà degenerata politicamente e fonte, di per sé, di degenerazione politica, di privatizzazione meschina dello spazio pubblico. Il progetto non è che altro che quello, probabilmente in buona fede per molti, di innervare di nuova linfa delle istituzioni che non si vogliono guardare nella loro intrinseca corruzione ma che si preferisce vedere a partire dalla corruzione degli uomini che le rappresentano. Come se non fossero ormai quelle stesse istituzioni a produrre inevitabilmente quelle e non altre condotte di vita.


8. Lo spirito della riforma. Da questa prospettiva, la battaglia di Grillo non appare molto differente da quella che opponeva lo spirito della Riforma alle liturgie del cattolicesimo gesuitico, ben interpretato del resto da un economista di seconda linea come Mario Monti: ciò che si pretendeva nel '500 e nel '600 non era in fondo di abbattere le istituzioni ma di rinnovare le liturgie attraverso cui si legittimava circolarmente un potere. Ben diversa era naturalmente la questione per Pascal, e ben diversa era la questione per Thomas Muenzer. Come correttamente Grillo stesso afferma contro chi gli lo ha contrastato cercando di porlo al di fuori dell'arco costituzionale a questo si riduce in fondo l'accusa di antipolitica - il suo interesse non è quello di abbattere le istituzioni repubblicane, e di proporre nuove forme costituzionali, ma di salvarle. È qui che si consumerà, presto o tardi è un dato che importa relativamente e che è implicito nelle stesse forme di disciplinamento del consenso, il divorzio con lo spirito che abita in questi giorni le piazze siciliane.


C'è da credere che se il nichilismo diffidente dei siciliani si spinge a cercare il dialogo con questa voce non è solo perché questa li solletica, ma perché qualcosa dentro di loro intravede la possibilità di una rottura radicale dei dispositivi di fede attraverso cui la rappresentanza democratica consente la legittimazione dello Stato.


Uno spirito sin troppo simile alla socialdemocrazia di tempi andati sembra in realtà aleggiare nelle parole di Grillo: rilegittimare, con uomini nuovi e intenzioni nuove, le stesse istituzioni. Altro e differente sembra però lo spirito che attraversa le imponenti piazze siciliane di questi giorni. Si può fare finta di niente: oppure no. La Sicilia manifesta senza ghirigori retorici lo scacco ultimo di fronte a cui sono posti gli istituti della rappresentanza democratica, in Italia e non solo: siamo così certi che gli sguardi dei siciliani nelle piazze di Catania, Alcamo, Marsala, Messina, osservino Grillo? Ascoltino Grillo? Siamo così certi che i siciliani, così restii a credere ai Messia, siano improvvisamente divenuti 'credenti'? Non troviamo forse, in quelle piazze, spiriti diversi che, per un momento riuniti insieme dalla stessa necessità, potrebbero essere pronti a dividersi? A separarsi?




9. Exit spectrum. Lo 'spettro' che va in scena in Sicilia in questi giorni non è altro in realtà che l'ombra di un tradimento, quello di cui sono stato responsabili, in maniera particolare, le forze che si sono assunte l'onere di rappresentare storicamente quella tradizione repubblicana, proveniente dal comunismo e dal socialismo del '900, dopo che il tramonto stesso di quella storia era avvenuto. Le piazze piene di Sicilia sarebbero dovute essere le loro, continuano a ripetersi come un mantra gli eredi di quella storia. È giusto ed è vero, se non fosse che ciò che è andato in scena fin qui è stato una privatizzazione delle liturgie democratiche del Paese, e non può stupire che chiunque tenti di inserirsi in questo gioco, Caseleggio e associati compresi. A loro merito c'è da dire tuttavia che essi, oltre a rappresentare se stessi, rappresentano qualcos'altro : rendono meglio di altri, ovvero, il proprio servigio nei confronti della disciplina della rappresentanza, per come essa si sviluppa nell'era di Facebook. Interpretano meglio di altri quello spirito di interna riforma delle istituzioni dello Stato, mettendo al centro del dibattito pubblico questioni che intersecano l'esistenza concreta delle persone,


Bisogna averne paura ? I siciliani, a quel che sembra, non ne hanno : come mai ne hanno avuta quando una nuova forma di Stato si è protesa sull'Isola.


Contano meno, in realtà, in questa prospettiva, gli attori che sulla scena della rappresentanza si confrontano (Cancellieri, Crocetta, Musumeci, Marano...) che la radicale sottrazione di sovranità che, resa istituzione dalle forme con cui il potere ha preteso di rappresentare la politica nella modernità, e ancora nel '900, si è infine concretizzata come dispositivo vocato alla legittimazione di se stesso nella tarda modernità. Nei suoi ultimi esiti la società della spettacolo non ha potuto fare altro che rendere istituzioni le forme economiche che la legittimavano e, con questo, privatizzare del tutto i dispositivi delle istituzioni.


Non rimane quindi, di fronte alla condizione di minorità cui le discipline della rappresentanza sottopongono la sovranità, che interrogarsi sulla forma che assume, all'inizio del nuovo secolo, il problema della libertà in rapporto alla 'fede': se la rappresentanza ha fin qui garantito tale rapporto, esso salta nel momento in cui viene meno la proporzione di responsabilità rispetto le cose che sulla scena pubblica vengono dette. Ora, è proprio questa responsabilità ad essere svuotata, ed è contro questo svuotamento che qualcosa la libertà dei molti reagisce. In qualche modo.


La verità della politica e delle voci pubbliche non attiene più, e da tempo, a quella delle vite e del loro incrociarsi. Difficile 'credere' alla parola dei 'politici': più difficile che ai tempi di Consalvo di Francalanza, perché ancora più in profondità è stato scavato, a tutti i livelli interpersonali, l'abisso tra ciò che si pensa e la responsabilità nei confronti di ciò che si dice. L'ultimo a voler testimoniare di se stesso sarebbe la persona che parla, pronta a contraddire oggi ciò che ha detto appena ieri su un post qualunque di Facebook. Ma è proprio in questo buio, in cui ogni verità appare uguale al suo contrario, in cui ciascuno può seguire il suo demone ideologico senza dover dare conto a nessuno, che può risvegliarsi lo spettro di quell'assenza di fondamento che alberga nel cuore nella modernità e che, come Marx aveva previsto, si evoca come 'governo dei molti' non appena faccia la sua apparizione l'evidenza di un 'comune': qualunque esso sia.


Che la democrazia anarchica sia erede oggi della tradizione repubblicana è un fatto, così come è un fatto che la teologica-economica istituisca il governo dei 'Grandi'. Carl Schmitt, strenuo difensore dello Stato e in suo nome garante dell'ordine nazionalsocialista, espresse alla fine degli anni '20 la sua visione della democrazia come abbattimento dei regimi di mediazione tra popolo e 'Capo'. L'ideale, per lui come per Hannah Arendt, sarebbe stato quello della Pnice ateniese, rinnegato da Rousseau proprio in nome della forma superiore dello Stato moderno: per l'uno esempio di unità della forma, per l'altra esempio di costituzione molteplice dell'unità.


A noi forse non sarà data neanche la necessità di una simile scelta: quantomeno se una nuova forma di democrazia, contro e non nello Stato, una forma di democrazia locale, diretta e federativa prenderà vita a partire dalle verità che oggi vengono evocate in piazza in Sicilia. L'attraversamento dello Stretto non ha, in fondo, e per quanto ci si scherzi su, mai dato scampo. Si può essere rivoluzionari o imperatori: ciò che sembra più di ogni altra cosa importare alle piazze siciliane è oggi di essere riconosciute: non appena questo sarà accaduto, domenica 28, lo spettro sceglierà la sua strada e i nuovi Grandi la loro.

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