La sinistra e il suo destino - di Mario Tronti
il manifesto 10.2.08
La sinistra contro il suo destino - di Mario Tronti
Ragioniamo su questo passaggio di crisi politica. Cerchiamo di
individuarne le cause nascoste. Spesso accade che si prendano per cause
quelle che sono conseguenze e viceversa. Di qui, l'attuale confusione
strategica, la vera madre di tutte le sconfitte tattiche. Sgombriamo il
campo dalla tentazione di dire che siamo a un passaggio decisivo, che
si tratta della crisi finale di qualcosa che c'è stato fin qui. Non è
vero. Non c' è nessuno stato d'eccezione. C'è una normalità che
stancamente si ripete, senza che uno scarto, un'eccedenza, un esodo, un
che di incomprensibile, irrompa sulla scena pubblica domandando di
essere appreso col pensiero.
E', se possibile, sobriamente che dobbiamo ragionare. Ad esempio:
questo terrore di un cambio di governo, francamente non riesce, con
tutta la buona volontà , ad innescare qualcosa di oscuramente
perturbante. Per lo stesso motivo per cui l'altra, appena trascorsa,
esperienza di governo non ha suscitato qualcosa di particolarmente
affascinante. Piuttosto dovremmo imparare a utilizzare i passaggi
dentro una prospettiva, a strumentalizzare il momento per pensare
l'altro da questo.
Insomma, per venire a parlare di cose comprensibili: è proprio vero
che il nostro bipolarismo politico non funziona per via delle cattive
leggi elettorali? Questa leggenda, che ci assilla da inizio anni '90,
non sarebbe ora di mandarla in soffitta, insieme ai manichini dei
referendari? Il bipolarismo non funziona, perché non ci sono i poli.
Sono finti, sono virtuali, second life , nulla di socialmente reale, la
prima vita delle persone sta fuori. Le coalizioni non sono troppo piene
di sigle, sono troppo vuote di soggetti.
Appunto, la causa non è la frammentazione politica, questa è la
conseguenza di una frammentazione sociale. Le coalizioni la descrivono,
la rappresentano passivamente, la subiscono territorialmente, senza la
capacità di leggerla, interpretarla, ordinarla politicamente. Perché le
coalizioni non sono «forze politiche», come erano un tempo i partiti.
Sono aggregazioni di interessi particolari, prima ancora che di ceti
politici, di ceti sociali. Questa è una società cetuale. Con la
scomparsa delle grandi classi, si è passati a una società di piccole
caste, di corpi miniaturizzati, di famiglie-azienda in crisi. E' la
«mucillagine sociale», di cui ci ha parlato l'ultimo rapporto Censis,
il «sociale selvaggio» di cui parla un certo pensiero femminista, o la
«coriandolizzazione» sociale che ha ripreso monsignor Bagnasco.
E' un'altra leggenda quella della politica scollata e lontana dalla
società . In verità , è troppo intrisa in essa e troppo da essa
condizionata. Le somiglia troppo. La cosiddetta casta politica è
anch'essa un prodotto di questo corporate capitalism in sedicesima.
Corpi e strati sono diffusi, favori e privilegi sono richiesti, questa
virtuosa società di individui è in realtà un aggregato frantumato e
informe di corrosi particolarismi. La società va messa in forma, e in
forma politica. E in una storia come la nostra di Stato debole, sono
necessarie organizzazioni politiche forti. L'aveva capito quel ceto
politico di eccellenza, che aveva scritto la Costituzione repubblicana.
Non l'ha più capito questo ceto politico di risulta della cosiddetta
seconda repubblica, che si è lasciato processare sulle piazze, dopo
aver dilapidato un'eredità , quella eredità , senza investire nulla in
qualcosa d'altro. La crisi attuale è grave perché va oltre la messa in
questione del primato della politica, passa ad attaccare con successo
l'autonomia della politica. Il combinato disposto di economia, finanza,
tecnica e comunicazione si è saldato, qui da noi, con un devastante
senso comune di massa antipolitico.
Badate. Questa è la conseguenza vera di quel cambio di egemonia
culturale da sinistra a destra, che si è realizzato dalla seconda metà
degli anni '80. La crisi italiana della politica nasce lì. Perché, qui
da noi, in un paese politicizzato al massimo, se non è presente sulla
scena pubblica un'istanza di grande trasformazione, portata e praticata
da una forza organizzata, la politica entra in crisi. E produce questo
presente riduzionismo tecnicistico: la funzione dell'intellettuale
ridotta a servizio di staff, l'attività politica ridotta a rito
elettorale, la democrazia ridotta a conta quantitativa, per di più
truccata da leggi-truffa. E non da ultimo, anzi per primo, l'azione di
governo ridotta ad amministrazione di impresa. Se non mettiamo a tema
che la crisi della politica, prima ancora che di carattere morale, è di
carattere culturale, non riusciremo a riafferrare il bandolo della
matassa.
La crisi grave chiede risposte serie. La soluzione non va cercata in
una falsa coesione nazionale, ma in un buon conflitto sociale. Le
alternative politiche devono ristrutturarsi su punti di vista
alternativi circa il modello sociale che propongono. La competizione è
su quale tra i punti di vista, parziali non particolari, sia in grado
di dare rappresentazione di un interesse generale. Le proposte hanno
oggi bisogno di essere prima di tutto chiare.
Bene ha fatto il Partito democratico a decidere di andare da solo. Per
una ragione di fondo: perché ha bisogno, qui e ora, di misurare la sua
forza nel paese reale. Solo sulla base di questa verifica potrà
progettare il senso, storico non solo politico, di una sua missione, se
sarà in grado di darsene una. Credo che abbia il diritto della prova. E
dobbiamo darglielo. Sia benvenuta la morte dell'insipido Ulivo
parisiano e la fine della confusissima Unione prodiana. L'importante è
che non si cambi solo schema elettorale, ma che si metta in campo una
sfida strategica. La destra segue, un po' oggi, un altro po' domani. E
che segua, è già un passo su quel cammino per un nuovo cambio di
egemonia, che rimane l'obiettivo di fondo: forse più importante del
risultato dell'immediato confronto elettorale. Tenere l'iniziativa
conta di più che vincere di misura. E comunque: ristrutturare il campo
delle forze politiche è l'unico varco che permette a questo punto di
uscire, in avanti, da questa vera e propria crisi repubblicana. Chi
saprà farlo prima, avrà un vantaggio più duraturo.
Questo vale, forse tanto più, per quello che si muove a sinistra del
Pd. Salta il vetusto, e oscuro, schema delle due sinistre. Si profila
un partito di centro-sinistra e un partito di sinistra. Non è una
semplificazione, è una razionalizzazione più che mai opportuna. Non
serve a nulla, e non fa capire nulla, dire polemicamente: quello è il
centro, noi siamo la sinistra. Anche qui devono emergere le differenze
vere. In quasi tutti i sistemi di occidente, una vocazione
maggioritaria si declina ormai o come centro-destra o come
centro-sinistra. Questa è la condizione - formale - che costringe la
sinistra a ripensare se stessa. Deve differenziarsi da un centro che
guarda a sinistra e da una sinistra che guarda al centro. Non è la
stessa cosa che differenziarsi da una socialdemocrazia. E' una
condizione nuova. Lo spazio è più stretto. Ed è più stretto perché la
condizione - materiale - spinge la sinistra ad arroccarsi, ad
autoemarginarsi, a considerarsi residuale e testimoniale. Mentre
costruisce il suo nuovo esperimento, la sinistra deve combattere contro
questo «destino».
Il lavoro, che non è più universo ma pluriverso: è questa la difficoltà
vera, dura, della sinistra politica, oggi. Sul punto, è necessario un
grosso approfondimento, di analisi e di pensiero. Il lavoro è in
frantumi, non più solo per la postazione del lavoratore singolo nel
processo produttivo, ma per lo stato della condizione lavorativa nel
rapporto sociale. Un lavoro socialmente frantumato non è politicamente
visibile. Bisogna farlo vedere. Questa è la visione di cui si deve far
carico la nuova sinistra. Portare alla luce questo nascondimento della
condizione umana del lavoratore. Esattamente quello che il partito di
centro-sinistra non può fare. Non è che non vuole farlo, non può. Per
questo è partito democratico e non socialdemocratico. Con una sinistra
che si rapporta al centro, vuole rappresentare, con molte ragioni di
realtà , quell'opinione di sinistra, con consistenza di massa, che non
ha più come riferimento il valore politico del lavoro. Questo ruolo gli
va lasciato.
Però, allora, il partito della sinistra ha come compito primario quello
di riportare il valore del lavoro al centro dell'agenda politica. Per
farlo, ha bisogno di riportarlo per prima cosa al centro del suo
progetto politico. Questa non è una pratica escludente di tutti gli
altri temi, e non è nemmeno includente. Si tratta di offrire un fuoco
intorno a cui aggregare per articolare. Basta sapere a chi si parla,
scegliere il proprio campo di ascolto, costruire soggettività sociali
certe e con esse e per esse elaborare cultura politica alterativa.
Sinistra unita, sì, ma in che senso plurale? Bisogna intendersi. La
ricchezza di esperienze, movimenti, associazioni ha da trovare punti e
spazi, magari inediti, di organizzazione, stabile, in lotta contro il
tempo. La rete deve rendere visibile una trama. Anche qui, il
pluriverso sociale va unificato politicamente. Non serve il circo
Barnum. Bisogna offrire, sulle questioni decisive, un punto di vista e
una forza in grado di portarlo.
Io non so se la prossima sarà una legislatura costituente. Mi pare di
capire che la prossima sarà una campagna elettorale costituente. Si
presentano forze politiche nuove in corso d'opera. E' positivo che si
presentino nella forma partito: un passo importante per cominciare a
reagire alla, ripeto, devastante ondata antipolitica. Il confronto e il
risultato saranno una sorta di monitoraggio per ognuno dei soggetti in
campo. Dopo, ognuno saprà meglio come procedere. Nel processo generale,
il partito della sinistra deve dare il suo contributo in positivo, con
lezioni di costume, creatività organizzativa, profondità culturale,
autorevolezza propositiva. Le nuove armi della critica sono di questo
tipo. Alzare il tiro a volte è l'unico modo per cogliete il bersaglio.
