indignato e arrabbiato
26.02.2008
Io sono indignato e arrabbiato.
Sono indignato e arrabbiato di fronte alle scritte comparse sui muri dei licei di Roma. Indignato e arrabbiato di fronte ai morti di Torino. Indignato. Indignato e arrabbiato quando rifiuto un contratto propostomi da una ragazza di un call center della Telecom che penserà tra sé a sé “questo no, andiamo avanti, speriamo…” per otto ore della sua giornata. Indignato e arrabbiato per tutto il tempo e l'intelligenza sottratti ogni giorno agli immigrati costretti a fare lavori di merda nelle nostre città e nelle nostre campagne. Indignato e arrabbiato di fronte ai dirigenti della sinistra degli ultimi venti anni. Indignato e arrabbiato per la loro incapacità, i loro guizzi di stupide macchiette, i loro interessi nascosti o palesi, le loro nanità, le loro buffonerie. Indignato e arrabbiato per l’ipoteca che questa sinistra ha preteso di gettare sulla rappresentanza del lavoro e dei conflitti. Senza conoscere, senza nulla sapere. Nulla. Indignato e arrabbiato per l’afasia di intere generazioni di sinistra di fronte ai traumi di questi venti anni. Indignato non per la debolezza del pensiero, che sarebbe già stato qualcosa, e non poco, ma per la sua assenza. Indignato, quando assisto per l’ennesima volta alla messa in scena di edonismi, vendette sottili e narcisismi che riescono tuttavia a ostruire qualunque passaggio per la politica. Arrabbiato, seriamente, quando ancora una volta mi trovo davanti a un lutto che non mi appartiene e tuttavia si chiede anche a me, anche a me di essere triste: “ma non ti rendi conto?”. Arrabbiato, perché davanti a un pensiero del presente e ad uno sguardo su un futuro che non sia solo mio, mi si chiede di guardare il passato, ciò che è accaduto, i traumi, le ferite… Indignato e arrabbiato perché questa sinistra si è pensata in questi quindici anni come erede impotente di un grande passato e non come germe possibile di un futuro immane per quanto lontanissimo esso possa essere. Arrabbiato per il suo complesso di sopravvissuta. Indignato e arrabbiato per come un “pensiero della resa” sia divenuto dominante in tutta la sinistra. Come se la pratica della sinistra si potesse – o si sia mai potuta – fermare, bloccare, cristallizzare in una pratica elettorale. Come se una pratica “di sinistra” potesse mai fare a meno di pensare, di pensarsi - la propria vita, il proprio quotidiano, i propri amori, le proprie sconfitte, tutto – altrimenti che insieme. Indignato e arrabbiato come quella volta a Mosca che ho pensato, sì, ho pensato e detto vicino alla fermata della metro Komsomolskaja, ho detto in faccia a lui, e tra me e me, ero di fronte alla sua statua, a quella che il regime gli ha costruito in tutta la Russia e che un altro regime ha lasciato qua e là, un po’ in tutta la Santa Madre Russia, al suo corpo di pietra che mi indica un futuro da un passato di oltre novant’anni – novant’anni – in mezzo alla neve, e io là, tre metri sotto, in mezzo alla neve anch’io e ho pensato e detto, forse ad alta voce, tra me e me… Non importa, non importa. L’ho pensato solo come me accanto in mezzo alla neve a guardare la sua statua – cosa avrebbe pensato, cosa avrebbe detto… Indignato e arrabbiato perché non importa, non importa più. Indignato, perché se la tecnica ha permesso alla vita biologica di allungarsi, per una strana legge del contrappasso la malinconia del tempo della vecchiaia sembra aver gettato la sua ombra su tutta l’esistenza. Io sono indignato e arrabbiato di fronte a questa uccisione deliberata del futuro dalle nostre esistenze, sono indignato di fronte alle parole usate come civette di una inconsistenza che non prova più neanche a essere ipocrita. Indignato e arrabbiato non per la fine dell’ideologia – che non ho mai saputo esattamente cosa fosse – ma per la mancanza di passione in quanti hanno pianto in questi anni per questa fine. Indignato e arrabbiato perché la gioia della politica, dello stare insieme, del fare le cose senza essere solo la sinistra non riesce a dirla, a esprimerla, a praticarla, non riesce a pensarla più come politica. Io sono indignato e arrabbiato perché questa sinistra dimentica ogni giorno sempre di nuovo la forza dell’indignazione e della rabbia. Indignato e arrabbiato di fronte a questo mio Paese dove la sinistra ha pensato di “governare” e dove si pensa di poter vivere senza emozioni, senza passione. Tutta, intera, la propria vita. Indignato e arrabbiato perché non si può pensare che la storia, che la storia…non siamo noi. Indignato perché la sinistra, chiunque sia, si pensi “di sinistra”, non nomina mai, non ha negli occhi la parola “speranza”. Indignato e arrabbiato non per “loro”, ma per “noi”, e anche un po’ per “voi”, per “te” che cerchi, che leggi, che pensi, che vivi e che pensi che non sia di alcuno interesse quello che pensi, o anche solo quello che vivi… Indignato e arrabbiato, per loro certo, anche: perché come si fa, come si fa a essere così sciacalli, così farabutti e così leggeri. Indignato e arrabbiato, perché conosco la potenza del tempo di fronte alle parole e di fronte alle vite. Indignato e arrabbiato perché so che alcuni eventi umani possono fermare persino gli orologi e una volta, si pensava, perfino gli astri sopra le città. Indignato e arrabbiato perché la politica non può che occuparsi, sin dall’inizio, di cosmologia, di fisica, di medicina, di filosofia e perché chi oggi è di sinistra lo è perché è facile, perché gli amici, o il padre… E invece è difficile, e impegnativo. E decisivo per un’esistenza intera. E per questo, anche, sono indignato e arrabbiato. Perché dove non è più decisivo occorre pensare avanti, e non indietro. Affinché sia di nuovo decisivo. Perché la politica attraversa per intero le esistenze, perché questo è politica, questo attraversamento. Perché questo pensiero, questa pratica è “sinistra”. E’ trovare una fuoriuscita, un varco che liberi al futuro quelle forze che non sono più libere. O non lo sono mai state. O neanche si conoscono. Indignato, perché la “sinistra” è un cosmo, una possibilità di mondo, e non queste sciocchezze di cui blaterano senza niente sapere, nulla dire, questi fantocci. Indignato, perché la sinistra deve sapere della propria potenza, che è di costruzione di miti e di abbattimento di mitologie. Indignato, perché la sinistra parte, deve partire dalle esistenze, e non dalle parole, dai segni, dai simboli. Dalle messe in questione e non dalla pace degli animi, dai conflitti, dai dubbi e non dalle certezze. Indignato e arrabbiato perché è un deserto, ma che non è mio: è nostro, il nostro luogo. E nostra, solo nostra, la fuoriuscita. Indignato e arrabbiato perché da solo non posso venirne fuori. Indignato e arrabbiato perché tanto più lunga è l’attesa di quanti vengono, tanto più vorrà dire che noi abbiamo girato a vuoto, soli. Indignato e arrabbiato perché un pensiero della sinistra non può che pensare quelli che sono stati, ma ancor di più quelli che vengono. Quelli e quelle, insieme. Perché non può che pensare ogni proprio atto, ogni evento presente come carico di senso, terribilmente carico. Indignato e arrabbiato perché la “politica” ostruisce oggi lo spazio della politica.
E questo è oggi lo spazio, il luogo, il tempo da liberare. Di nuovo, per noi.
