I simboli all'epoca di Bertinotti - 20.11.07
20.11.2007
il manifesto 28.11.07
Falce e martello La sinistra unita rinuncia al simbolo. E si apre la gara per l'eredità
Per un pugno di voti rossi
di Daniela Preziosi
Vintage nell'urna Per i pubblicitari è roba vecchia. Per i sondaggisti vale dallo 0,1 all'1, 5 per cento. Ma il semiologo Calabrese avverte: attenti alle rottamazioni facili, ha una potenza comunicativa eterna La Cosa rossa abbandona il vessillo degli operai e dei contadini poveri. Che però ha già i suoi pretendenti. Marco Rizzo, Pdci, perché intende «restare comunista». Ma non solo reduci. Salvatore Cannavò, della sinistra Critica: «Nel caso, sceglieremo la versione più sobria»
Abbiamo un altro progetto, più vitale». Cannavò viene dal trozkismo di Livio Maitan. Che aveva come simbolo una falcemartello rovesciata. «Non rovesciata, era quella originaria. Ma nel caso, sceglieremo la sua versione più conosciuta, la più sobria». Così elegante.
«No, non si fa. Applicare alla politica le categorie del marketing è cinico e riduttivo. Però...». C'è un però nel discorso di una pubblicitaria come Annamaria Testa. Ed è: però se le si chiede, come fa il manifesto,quanto appeal ha oggi la falcemartello, il simbolo che fu di Lenin a significare che la rivoluzione d'ottobre era stata fatta dagli operai e dai contadini poveri...«Ecco vede, la gente ancora si commuove. Però...».«Però i simboli devono avere una rispondenza con la realtà. Oggi in fabbrica chi lavora più con il martello? Nessuno. E in campagna chi lavora con il falcetto? Nessuno».
Terribile e elegante, moderno e archetipico, famoso e famigerato. Trinariciuto e ingombrante. Ma non c'è aggettivo che potrà salvare la falcemartello dalla rottamazione. Non sarà fra le insegne dell'imminente federazione della sinistra. Resterà sulle tessere dei due partiti comunisti (Rifondazione e Pdci). Ma un marchio politico che non va sulla scheda elettorale è fatalmente destinato alla dissolvenza. L'ultimo a rassegnarsi è Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, che sulla conservazione dell'attrezzistica rivoluzionaria ha consumato l'ultimo strappo. Novembre 2005, Armando Cossutta, presidente e padre del partito, nonché suo personale ispiratore, dichiarò al Corriere della sera che alla falcemartello si poteva rinunciare in nome di più avanzate alleanze. Tempo sei mesi l'anziano Cossutta, ultimo partigiano del parlamento, si accomodava nel gruppo misto del senato.
Benché anziana signora, la falcemartello esercita ancora un suo fascino. «Se non proprio un mercato, diciamo che ha un suo mercatino», ci dice il sondaggista Renato Mannheimer. O, meglio, dice il collega Alessandro Amadori: «Ha avuto un grande mercato. Per fortuna non siamo più negli anni 90, quando si abbattevano i simboli. Ormai funziona il vintage». E non importa che i due oggetti sono ormai abbandonati in una rimessa, forse persino sconosciuti ai bambini del 2010. «Il reale significato non importa. Questo simbolo ha un potere comunicativo enorme. Il martello dà un'idea di pressione, la falce di taglio, di rivoluzione. Il lavoro e il cambiamento. Per l'eternità», dice Amadori. Ma, nel contingente: nel segreto dell'urna, dove Stalin ti guarda, può ancora funzionare? Perché fra le varie e ideali ragioni per le quali nel Pdci si resiste alla rottamazione, c'è la quasi certezza che qualcuno raccoglierà il simbolo e lo porterà sulla scheda elettorale. Che vale l'1-1,5 dei voti rossi, dice la voce comune. O no? Non è detto, secondo Ferdinando Pagnoncelli dell'Ipsos. «Per rievocare, questo simbolo ormai non ha più valore. Ha però il valore di ribadire. Intendo dice che sarà un elemento distintivo per un elettore un po' confuso che affronta una scheda grande come un lenzuolo». E' d'accordo il semiologo Omar Calabrese, uno dei padri della 'Quercia': «La falcemartello ha ancora un valore residuale. L'elettore si comporta così: se il simbolo nuovo è forte, quello vecchio lucra lo 0,1 per cento. Se è debole...». Ed è proprio il caso che temono quelli della Cosa rossa.
Chi sono i possibili nuovi falcemartelluti? Di sicuro Marco Ferrando, Partito comunista dei lavoratori: dove si è presentato ha preso l'1 per cento. Ma c'è chi teme il colpo di scena di Marco Rizzo, ormai in rotta con Diliberto. Ha appena pubblicato il libro Perché ancora comunisti che ha tutta l'aria di un preambolo a una contestazione in grande stile. «Questa unità a sinistra, sulla carta, è fatta al 70 per cento da comunisti. E non può avere, come sosteneva Diliberto fino all'ultimo comitato centrale, neanche un richiamo ai simboli del lavoro? Non sono d'accordo. Resto comunista, che ci posso fare? Ai tempi della Bolognina lo dicevamo tutti: il nome è la cosa. Quando uno smonta i simboli una ragione c'è. L'unità a sinistra cosa ha prodotto? Niente». Falcemartello, dunque, saranno raccolti dai custodi dell'ortodossia comunista? Non è detto. Salvatore Cannavò, deputato Sinistra Critica, l'area in partenza dal Prc, annuncerà la nascita di una nuova creatura a sinistra proprio l'8 dicembre, contemporaneamente all'assemblea della Cosa rossa. «Ogni volta che qualcuno butta qualcosa, mi viene da raccoglierlo. Sul simbolo rifletteremo. Ma sia chiaro: non ci interessa assemblare reduci.
il manifesto 28.11.07
Lo storico Canfora
Lenin direbbe: i simboli sono puro accidente Ma il comunismo non può essere archiviato
di Andrea Fabozzi
Sostiene di aver già «assaporato» le schede dove al posto della falce e martello c'era la barba di Garibaldi, e aveva solo sei anni d'età, e comunque non per questo il professore storico e comunista Luciano Canfora proverà dispiacere quando, questione di giorni, la sinistra italiana annuncerà la rinuncia al marchio comunista. «Nel mio leninismo assoluto - dice il professore - trovo incomprensibile tutto questo stare appresso ai simboli».
Eppure a incrociare falce e martello nel simbolo pare sia stato proprio Lenin.
Non vedo il dramma, non mi crea imbarazzo che scompaia un simbolo anacronistico. Non c'è nemmeno l'ombra dell'emozione che ci fu nel 1989. Come strumenti del lavoro la falce e il martello sono talmente anacronistici che già la Ddr aveva introdotto nella sua bandiera il compasso.
Scompare il simbolo perché possa dileguarsi anche la parola, «comunista»?
Questa è una sciocchezza, mica l'hanno inventata i sovietici nel '17 e nemmeno Marx ed Engels. Potremmo risalire al primo secolo avanti Cristo. Aristofane fa una critica molto aspra del comunismo nelle Donne al parlamento. Semmai una parola moderna è liberalismo. Neanche Pericle l'ha mai pronunciata. Mi creda, la partita comunista è aperta e i nomi sono puri accidenti.
Dice così perché la falce e il martello non le sono mai tanto piaciuti.
Ma no, si tratta di un simbolo che ha avuto la sua forza. Però come ci ha insegnato Eraclito non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume. La lezione vale anche per queste cose. La storia è un movimento perenne, al tempo loro falce e martello furono un ottimo simbolo, adesso da molto tempo non lo sono più. La controprova? Quando il Pds cambiò emblema la cosa non giovò quasi per nulla a quelli che conservarono il simbolo comunista.
Veramente ricordiamo schede dove il voto per il Pds era espresso con una piccolissima croce alla base della Quercia, esattamente sopra quello che restava della falce e martello.
Ah sì? E io ricordo alle elezioni politiche del 1953 che molti onesti proletari mettevano la croce due volte, sia sul simbolo del Psi che su quello del Pci, convinti così di rafforzare il voto per la falce e martello. Vede quanto sono ingannevoli i simboli? Quelle schede naturalmente finivano annullate.
Eppure il Pci aveva quei manifesti semplici, solo il simbolone e «vota comunista».
Quel simbolo, la bandiera rossa con falce, martello e stella sovrapposta alla bandiera d'Italia, rappresentava già una bella rottura con l'ortodossia comunista. Quando Togliatti lo fece disegnare da Guttuso era in auge il Comintern, e invece il Pci si metteva a rivendicare l'orgoglio nazionale.
Ragione per cui insisto: nemmeno un po' di nostalgia di fronte a questo tramonto?
Senta, le ricordo quello che disse Luigi Russo a Giuseppe Saragat quando fece la scissione di palazzo Barberini. Gli disse che era il Daniele Cortis della politica italiana, quel personaggio del romanzo di Fogazzaro che piange continuamente. Nessuno di noi dovrebbe fare politica con le nostalgie e i piagnistei. La politica è verità. E anche voi giornalisti dovreste evitare di assecondare l'inclinazione a perdere tempo dei nostri politici.
A prescindere dal simbolo, allora, il fatto che la sinistra dell'Unione tenti di mettersi insieme le sembra utile e interessante?
Lo sarebbe. Il partito democratico è un partito di centro e qualcuno dovrà pur interessarsi di quella parte della società italiana che vede dimezzarsi il suo potere di acquisto. Dunque una sinistra unita sarebbe certamente una cosa utile. Ma non credo che gli attuali dirigenti siano adatti a farla. Litigano su tutto come in un condominio di periferia, meglio sarebbe cercarsene di nuovi.
Nuovo per nuovo torniamo al simbolo, se la sente di suggerire qualcosa?
Dovrei interrogare le Muse, mi dia cinque minuti.
(...)
Pronto, professore, cosa suggeriscono le Muse per il nuovo simbolo della sinistra?
Mi hanno fatto ripensare al mappamondo di Unità proletaria. Se lo ricorda? Non era male. Del resto siamo internazionalisti e l'unità del genere umano la predica anche il vangelo. Avremmo dei potenti alleati.
Falce e martello La sinistra unita rinuncia al simbolo. E si apre la gara per l'eredità
Per un pugno di voti rossi
di Daniela Preziosi
Vintage nell'urna Per i pubblicitari è roba vecchia. Per i sondaggisti vale dallo 0,1 all'1, 5 per cento. Ma il semiologo Calabrese avverte: attenti alle rottamazioni facili, ha una potenza comunicativa eterna La Cosa rossa abbandona il vessillo degli operai e dei contadini poveri. Che però ha già i suoi pretendenti. Marco Rizzo, Pdci, perché intende «restare comunista». Ma non solo reduci. Salvatore Cannavò, della sinistra Critica: «Nel caso, sceglieremo la versione più sobria»
Abbiamo un altro progetto, più vitale». Cannavò viene dal trozkismo di Livio Maitan. Che aveva come simbolo una falcemartello rovesciata. «Non rovesciata, era quella originaria. Ma nel caso, sceglieremo la sua versione più conosciuta, la più sobria». Così elegante.
«No, non si fa. Applicare alla politica le categorie del marketing è cinico e riduttivo. Però...». C'è un però nel discorso di una pubblicitaria come Annamaria Testa. Ed è: però se le si chiede, come fa il manifesto,quanto appeal ha oggi la falcemartello, il simbolo che fu di Lenin a significare che la rivoluzione d'ottobre era stata fatta dagli operai e dai contadini poveri...«Ecco vede, la gente ancora si commuove. Però...».«Però i simboli devono avere una rispondenza con la realtà. Oggi in fabbrica chi lavora più con il martello? Nessuno. E in campagna chi lavora con il falcetto? Nessuno».
Terribile e elegante, moderno e archetipico, famoso e famigerato. Trinariciuto e ingombrante. Ma non c'è aggettivo che potrà salvare la falcemartello dalla rottamazione. Non sarà fra le insegne dell'imminente federazione della sinistra. Resterà sulle tessere dei due partiti comunisti (Rifondazione e Pdci). Ma un marchio politico che non va sulla scheda elettorale è fatalmente destinato alla dissolvenza. L'ultimo a rassegnarsi è Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, che sulla conservazione dell'attrezzistica rivoluzionaria ha consumato l'ultimo strappo. Novembre 2005, Armando Cossutta, presidente e padre del partito, nonché suo personale ispiratore, dichiarò al Corriere della sera che alla falcemartello si poteva rinunciare in nome di più avanzate alleanze. Tempo sei mesi l'anziano Cossutta, ultimo partigiano del parlamento, si accomodava nel gruppo misto del senato.
Benché anziana signora, la falcemartello esercita ancora un suo fascino. «Se non proprio un mercato, diciamo che ha un suo mercatino», ci dice il sondaggista Renato Mannheimer. O, meglio, dice il collega Alessandro Amadori: «Ha avuto un grande mercato. Per fortuna non siamo più negli anni 90, quando si abbattevano i simboli. Ormai funziona il vintage». E non importa che i due oggetti sono ormai abbandonati in una rimessa, forse persino sconosciuti ai bambini del 2010. «Il reale significato non importa. Questo simbolo ha un potere comunicativo enorme. Il martello dà un'idea di pressione, la falce di taglio, di rivoluzione. Il lavoro e il cambiamento. Per l'eternità», dice Amadori. Ma, nel contingente: nel segreto dell'urna, dove Stalin ti guarda, può ancora funzionare? Perché fra le varie e ideali ragioni per le quali nel Pdci si resiste alla rottamazione, c'è la quasi certezza che qualcuno raccoglierà il simbolo e lo porterà sulla scheda elettorale. Che vale l'1-1,5 dei voti rossi, dice la voce comune. O no? Non è detto, secondo Ferdinando Pagnoncelli dell'Ipsos. «Per rievocare, questo simbolo ormai non ha più valore. Ha però il valore di ribadire. Intendo dice che sarà un elemento distintivo per un elettore un po' confuso che affronta una scheda grande come un lenzuolo». E' d'accordo il semiologo Omar Calabrese, uno dei padri della 'Quercia': «La falcemartello ha ancora un valore residuale. L'elettore si comporta così: se il simbolo nuovo è forte, quello vecchio lucra lo 0,1 per cento. Se è debole...». Ed è proprio il caso che temono quelli della Cosa rossa.
Chi sono i possibili nuovi falcemartelluti? Di sicuro Marco Ferrando, Partito comunista dei lavoratori: dove si è presentato ha preso l'1 per cento. Ma c'è chi teme il colpo di scena di Marco Rizzo, ormai in rotta con Diliberto. Ha appena pubblicato il libro Perché ancora comunisti che ha tutta l'aria di un preambolo a una contestazione in grande stile. «Questa unità a sinistra, sulla carta, è fatta al 70 per cento da comunisti. E non può avere, come sosteneva Diliberto fino all'ultimo comitato centrale, neanche un richiamo ai simboli del lavoro? Non sono d'accordo. Resto comunista, che ci posso fare? Ai tempi della Bolognina lo dicevamo tutti: il nome è la cosa. Quando uno smonta i simboli una ragione c'è. L'unità a sinistra cosa ha prodotto? Niente». Falcemartello, dunque, saranno raccolti dai custodi dell'ortodossia comunista? Non è detto. Salvatore Cannavò, deputato Sinistra Critica, l'area in partenza dal Prc, annuncerà la nascita di una nuova creatura a sinistra proprio l'8 dicembre, contemporaneamente all'assemblea della Cosa rossa. «Ogni volta che qualcuno butta qualcosa, mi viene da raccoglierlo. Sul simbolo rifletteremo. Ma sia chiaro: non ci interessa assemblare reduci.
il manifesto 28.11.07
Lo storico Canfora
Lenin direbbe: i simboli sono puro accidente Ma il comunismo non può essere archiviato
di Andrea Fabozzi
Sostiene di aver già «assaporato» le schede dove al posto della falce e martello c'era la barba di Garibaldi, e aveva solo sei anni d'età, e comunque non per questo il professore storico e comunista Luciano Canfora proverà dispiacere quando, questione di giorni, la sinistra italiana annuncerà la rinuncia al marchio comunista. «Nel mio leninismo assoluto - dice il professore - trovo incomprensibile tutto questo stare appresso ai simboli».
Eppure a incrociare falce e martello nel simbolo pare sia stato proprio Lenin.
Non vedo il dramma, non mi crea imbarazzo che scompaia un simbolo anacronistico. Non c'è nemmeno l'ombra dell'emozione che ci fu nel 1989. Come strumenti del lavoro la falce e il martello sono talmente anacronistici che già la Ddr aveva introdotto nella sua bandiera il compasso.
Scompare il simbolo perché possa dileguarsi anche la parola, «comunista»?
Questa è una sciocchezza, mica l'hanno inventata i sovietici nel '17 e nemmeno Marx ed Engels. Potremmo risalire al primo secolo avanti Cristo. Aristofane fa una critica molto aspra del comunismo nelle Donne al parlamento. Semmai una parola moderna è liberalismo. Neanche Pericle l'ha mai pronunciata. Mi creda, la partita comunista è aperta e i nomi sono puri accidenti.
Dice così perché la falce e il martello non le sono mai tanto piaciuti.
Ma no, si tratta di un simbolo che ha avuto la sua forza. Però come ci ha insegnato Eraclito non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume. La lezione vale anche per queste cose. La storia è un movimento perenne, al tempo loro falce e martello furono un ottimo simbolo, adesso da molto tempo non lo sono più. La controprova? Quando il Pds cambiò emblema la cosa non giovò quasi per nulla a quelli che conservarono il simbolo comunista.
Veramente ricordiamo schede dove il voto per il Pds era espresso con una piccolissima croce alla base della Quercia, esattamente sopra quello che restava della falce e martello.
Ah sì? E io ricordo alle elezioni politiche del 1953 che molti onesti proletari mettevano la croce due volte, sia sul simbolo del Psi che su quello del Pci, convinti così di rafforzare il voto per la falce e martello. Vede quanto sono ingannevoli i simboli? Quelle schede naturalmente finivano annullate.
Eppure il Pci aveva quei manifesti semplici, solo il simbolone e «vota comunista».
Quel simbolo, la bandiera rossa con falce, martello e stella sovrapposta alla bandiera d'Italia, rappresentava già una bella rottura con l'ortodossia comunista. Quando Togliatti lo fece disegnare da Guttuso era in auge il Comintern, e invece il Pci si metteva a rivendicare l'orgoglio nazionale.
Ragione per cui insisto: nemmeno un po' di nostalgia di fronte a questo tramonto?
Senta, le ricordo quello che disse Luigi Russo a Giuseppe Saragat quando fece la scissione di palazzo Barberini. Gli disse che era il Daniele Cortis della politica italiana, quel personaggio del romanzo di Fogazzaro che piange continuamente. Nessuno di noi dovrebbe fare politica con le nostalgie e i piagnistei. La politica è verità. E anche voi giornalisti dovreste evitare di assecondare l'inclinazione a perdere tempo dei nostri politici.
A prescindere dal simbolo, allora, il fatto che la sinistra dell'Unione tenti di mettersi insieme le sembra utile e interessante?
Lo sarebbe. Il partito democratico è un partito di centro e qualcuno dovrà pur interessarsi di quella parte della società italiana che vede dimezzarsi il suo potere di acquisto. Dunque una sinistra unita sarebbe certamente una cosa utile. Ma non credo che gli attuali dirigenti siano adatti a farla. Litigano su tutto come in un condominio di periferia, meglio sarebbe cercarsene di nuovi.
Nuovo per nuovo torniamo al simbolo, se la sente di suggerire qualcosa?
Dovrei interrogare le Muse, mi dia cinque minuti.
(...)
Pronto, professore, cosa suggeriscono le Muse per il nuovo simbolo della sinistra?
Mi hanno fatto ripensare al mappamondo di Unità proletaria. Se lo ricorda? Non era male. Del resto siamo internazionalisti e l'unità del genere umano la predica anche il vangelo. Avremmo dei potenti alleati.
