Elegia per i 50 anni d'Europa: un conciliabolo di spettri"
11.04.2007
Ascoltare per radio, in diretta, dalla voce di Angela Merkel (alle undici del 25 marzo 2007) la Dichiarazione di Berlino, percepire tra le parole di un discorso stucchevolmente banale, avvertendo la nausea dell’”ipertrofia dell’anima” che affligge da sempre l’Europa e gli europeisti, l’“avvenire” impossibile (“L’avvenire appartiene alla periferia del globo”) mi ha spinto a cercare un testo, per me, di una enorme chiaroveggenza e lucidità. Ne trascrivo alcuni passi:
“Un individuo, al pari di un popolo, di un continente, si estingue quando gli ripugnano i progetti e gli atti sconsiderati, quando, invece di arrischiarsi e di precipitarsi verso l’essere, vi si rintana, vi si trincera: metafisica della regressione, dell’al di qua, arretramento verso il primordiale! Nella sua spaventosa ponderatezza, l’Europa si rifiuta a se stessa, al ricordo delle sue impertinenze e delle sue bravate, e perfino a questa passione per l’inevitabile, supremo onore della sconfitta. Refrattaria a ogni forma di eccesso, a ogni forma di vita, l’Europa delibera e delibererà sempre, anche dopo aver cessato di esistere: non fa già l’effetto di un conciliabolo di spettri?
… Ricordo un povero diavolo che, ancora a letto a un’ora tarda della mattinata, diceva a se stesso con un tono imperioso: ”Vuoi! Vuoi!”. La commedia si ripeteva ogni giorno: si addossava un compito che non poteva realizzare. Per lo meno, opponendosi al fantasma che era, disprezzava le delizie del suo letargo. Non si può dire altrettanto dell’Europa: avendo scoperto, al culmine dei suoi sforzi, il regno del non-volere, esulta perché ora sa che la sua rovina nasconde un principio di voluttà e intende approfittarne. L’abbandono la incanta e la soddisfa pienamente. Il tempo continua a scorrere? Non se ne allarma poi molto; questi altri non hanno idea di quale sollievo si possa provare a sguazzare in un presente che non conduce da nessuna parte…
[…]
Quando passo in rassegna i meriti dell’Europa, mi intenerisco e me ne voglio per tutto il male che ne dico; se, invece, enumero i suoi punti deboli una rabbia mi scuote. Vorrei allora che sparisse al più presto e che ne svanisse il ricordo. Ma altre volte, nell’evocarne e gli onori e le vergogne non so verso quali inclinare: la amo con rimpianto, la amo con ferocia, e non le perdono di avermi costretto a dei sentimenti fra i quali non mi è consentito scegliere. Se almeno potessi starmene indifferente a guardare la delicatezza, le attrattive delle sue piaghe! Per gioco ho aspirato a crollare con lei, e a questo gioco mi sono appassionato. Nessuno sforzo mi è sembrato troppo grande per riappropriarmi
della grazia che fu sua e di cui conserva ancora alcune tracce, per riviverla, per perpetrarne il segreto. Vana fatica! – Un uomo delle caverne impigliato in merletti…
Lo spirito è vampiro. Si fissa su una civiltà? La lascia prostrata, disfatta, senza respiro, priva dell’equivalente spirituale del sangue, la spoglia della sua sostanza, come dell’impulso che la trascinava ad atti e a scandali di prim’ordine. Impegnata in un processo di deterioramento da cui nulla la distrae, essa ci offre l’immagine dei nostri pericoli e la contraffazione del nostro avvenire: è il nostro vuoto, è noi; vi ritroviamo le nostre inettitudini e i nostri vizi, la nostra volontà vacillante e i nostri istinti polverizzati.
[…]
Sul letto di morte, Filippo II fece venire suo figlio e gli disse: “Ecco dove tutto ha fine, anche la monarchia”. Al capezzale di questa Europa, non so quale voce mi avverte: “Ecco dove tutto ha fine, anche la civiltà”.
Scritto da E. M. Cioran nel 1956 – Su una civiltà esausta (da La tentazione di esistere)
(26.03.07 - ppa)
“Un individuo, al pari di un popolo, di un continente, si estingue quando gli ripugnano i progetti e gli atti sconsiderati, quando, invece di arrischiarsi e di precipitarsi verso l’essere, vi si rintana, vi si trincera: metafisica della regressione, dell’al di qua, arretramento verso il primordiale! Nella sua spaventosa ponderatezza, l’Europa si rifiuta a se stessa, al ricordo delle sue impertinenze e delle sue bravate, e perfino a questa passione per l’inevitabile, supremo onore della sconfitta. Refrattaria a ogni forma di eccesso, a ogni forma di vita, l’Europa delibera e delibererà sempre, anche dopo aver cessato di esistere: non fa già l’effetto di un conciliabolo di spettri?
… Ricordo un povero diavolo che, ancora a letto a un’ora tarda della mattinata, diceva a se stesso con un tono imperioso: ”Vuoi! Vuoi!”. La commedia si ripeteva ogni giorno: si addossava un compito che non poteva realizzare. Per lo meno, opponendosi al fantasma che era, disprezzava le delizie del suo letargo. Non si può dire altrettanto dell’Europa: avendo scoperto, al culmine dei suoi sforzi, il regno del non-volere, esulta perché ora sa che la sua rovina nasconde un principio di voluttà e intende approfittarne. L’abbandono la incanta e la soddisfa pienamente. Il tempo continua a scorrere? Non se ne allarma poi molto; questi altri non hanno idea di quale sollievo si possa provare a sguazzare in un presente che non conduce da nessuna parte…
[…]
Quando passo in rassegna i meriti dell’Europa, mi intenerisco e me ne voglio per tutto il male che ne dico; se, invece, enumero i suoi punti deboli una rabbia mi scuote. Vorrei allora che sparisse al più presto e che ne svanisse il ricordo. Ma altre volte, nell’evocarne e gli onori e le vergogne non so verso quali inclinare: la amo con rimpianto, la amo con ferocia, e non le perdono di avermi costretto a dei sentimenti fra i quali non mi è consentito scegliere. Se almeno potessi starmene indifferente a guardare la delicatezza, le attrattive delle sue piaghe! Per gioco ho aspirato a crollare con lei, e a questo gioco mi sono appassionato. Nessuno sforzo mi è sembrato troppo grande per riappropriarmi
della grazia che fu sua e di cui conserva ancora alcune tracce, per riviverla, per perpetrarne il segreto. Vana fatica! – Un uomo delle caverne impigliato in merletti…
Lo spirito è vampiro. Si fissa su una civiltà? La lascia prostrata, disfatta, senza respiro, priva dell’equivalente spirituale del sangue, la spoglia della sua sostanza, come dell’impulso che la trascinava ad atti e a scandali di prim’ordine. Impegnata in un processo di deterioramento da cui nulla la distrae, essa ci offre l’immagine dei nostri pericoli e la contraffazione del nostro avvenire: è il nostro vuoto, è noi; vi ritroviamo le nostre inettitudini e i nostri vizi, la nostra volontà vacillante e i nostri istinti polverizzati.
[…]
Sul letto di morte, Filippo II fece venire suo figlio e gli disse: “Ecco dove tutto ha fine, anche la monarchia”. Al capezzale di questa Europa, non so quale voce mi avverte: “Ecco dove tutto ha fine, anche la civiltà”.
Scritto da E. M. Cioran nel 1956 – Su una civiltà esausta (da La tentazione di esistere)
(26.03.07 - ppa)
