dedica, filosofia e scrittura
03.04.2007
La prima volta nella mia vita che ho aperto il primo testo di filosofia, pur non facendo mai, nemmeno ora, nessuna promessa, mi sono ripromesso solo una cosa.
Non avendo davanti la differenza che esiste tra la 'verità' e la 'verità che si dice', mi sono ripromesso di dire sempre, in ogni occasione, la verità.
Questa promessa non è una promessa che tocca le 'onde della vita' per come determinano il nostro tempo. E per come ne sono determinate.
In questo, si sappia per lo meno quello che penso, nessuno può vantare coerenze: sarebbe stato ucciso da infante. Prima di uccidere.
È una promessa che ho fatto di fronte un testo di filosofia che, tecnicamente, non lo era: era una lettera.
So di potere scrivere delle lettere bellissime. Lo so non solo perchè me lo hanno detto tutte le volte che le ho scritte, e perchè è vero, ma perchè, per me, è l'unica maniera di unire due verità: quella in cui sto, quella dell'interrogazione filosofica, e quella da cui sfuggo, come tutte le donne e gli uomini di questo mondo. Per salvarmi. Quella del tempo.
Quando 'mi' sono fatto questa promessa - è come se fosse oggi - non avevo pensato a questa differenza, ero molto giovane.
Non avevo pensato che 'quel' testo fosse una lettera. C'ho pensato molto dopo.
È solo in questo senso che, per me, la dedica ha assunto un'importanza capitale nel mio 'lavoro' filosofico.
Capitale proprio perchè, dopo aver letto quella lettera e aver fatto quella promessa, io non so scrivere un solo rigo di filosofia senza dedicarlo.
In questo senso, hanno ricevuto lettere chi ha rifutato le mie lettere, chi mi ha risposto, chi ha tentato di rispondermi continuando a pensare in solitudine, chi mi ha amato senza ripetere le mie parole, chi mi ha odiato proprio per quelle parole, chi mi ha totalmente ignorato o totalmenete abbattuto - così credeva, maschio -, chi mi ha rimproverato di dividere due verità che sarebbero, in verità, o solo una o nulla.
Hanno ricevuto lettere significa che hanno ricevuto dediche. Dediche che potevano trovare nelle righe di quello che scrivevo.
Solo Caterina Resta, ordinaria di Filosofia Teoretica all'Univerità degli Studi di Messina, mi ha revocato la 'possibilità' della dedica.
In questo senso rappresenta l'unica eccezione che ho incontrato nella mia vita.
Doppia eccezione, essendo filosofa che si occupa di Derrida. E che scrive sulla dedica.
Come ogni interdetto, l'interdetto della dedica può essere riconosciuto negandololo: "Io dedico a qualcuno che mi ha revocato la 'possibilità' della dedica". Questo poichè esistono alcuni fondamentali della dedica che si inscrivono nello stesso statuto della scrittura.
La possibilità di dedicare le ultime parole prima della propria morte al proprio carnefice, ricordandogli che lui è un carnefice, è, in questo senso, il caso più esemplificativo ed incontestabile: "Ti dedico le mie ultime parole per ricordarti che tu, per me, sei il mio carnefice".
Cioè: ogni interdetto - o il suo maleficio - può essere sempre revocato.
Il De Mauro definisce infatti l'interdetto una "sanzione punitiva con cui si vieta la celebrazione pubblica dei riti sacri in alcuni luoghi o si priva qcn. del godimento di determinati diritti spirituali, senza però escluderlo dalla comunità ecclesiale".
Proprio per la non esclusione dalla comunità, l'interdetto che revoca il diritto di dedica non impedisce, in privato, di dedicare.
E, comunque, non esclude la pratica della dedica in tutti quei luoghi in cui l'interdetto - spostandosi dal territorio dell'interdizione a quello del 'potere' dove l'interdizione è riconosciuta vigente - rivendica altri luoghi. In particolare, la violazione dell'interdizione della dedica punta a rendere laico quel 'maleficio' che cammina insieme
all'interdizione della dedica, quel maleficio, cioè, che pretende di essere irrevocabile proprio per il carattere personale della dedica.
In questo senso, al contrario di ciò che ogni maleficio o interdizione pretenderebbe implicare, la dedica sta in testa ad ogni lettera e mai collocata nel suo finale ["E, dunque, ti maledico (e/o) ti vieto di..."], proprio per il suo carattere irrevocabile da nessuno, compreso il dedicatario, la dedicataria.
Essa, la dedica, è, appunto, un senso irrevocabile della scrittura, che non si dà o non si toglie, ma che si mostra, e si dichiara 'in primis', a partire da quello che si vorrebbe scrivere.
La dedica è il senso di quello che si vuole scrivere, senza saperlo già.
Solo per questo, l'inderdetto della dedica coincide con un 'maleficio'. E cioè con la vocazione a potere dichiarare chiuso ogni spazio della parola.
Proprio per quello che il De Mauro dichiara essere un 'interdetto', la revoca della dedica coincide precisamente con una maleficio: dove il 'fare-male', per dirla banalmente, coincide con un desiderio, non dichiarato ma rivolto e scritto, oserei dire 'dedicato', di restrizione dello spazio in cui la scrittura può esprimersi.
La revoca di possibilità della dedica è un maleficio poichè tende a determinare, a cartografare in riduzione, a ridurre, limitare, marginalizzare, a volte per elimiare definitivamente, quello spazio d'espressione incontrollabile che non sta dentro la 'comunità' della scrittura' accettata o accetabile (quando la dedica, invece, è, di per sè, senza possibilità di rifiuto).
La frase 'Io ti amo', infatti, non è una dedica, non rientra all'interno delle dediche possibili, è una dichiarazione.
Possiamo scontrarci nel definirla un performativo - anche espressivo - o sulla sua revoca definitiva.
Ma nessuno sarebbe d'accordo nel definirla 'una dedica'. Al contrario del 'maleficio' della revoca della possibilità di dedica, è una frase che apre uno spazio, che apre lo spazio, uno spazio, fosse anche di rifiuto.
Uno spazio per dire.
Ecco, e per dirla in termini filosofici: io credo che tutto lo spazio che la scrittura di Derrida ha aperto attiene più alla questione della possibilità di accogliere la frase 'Io ti amo' che a quella di accogliere la frase 'Io ti dedico'.
(anche se "Le toucher, Jean-Luc Nancy" contraddice quello che sto dicendo; ma ci tornerò, certo che ci tornerò).
Nella prima, quello che è in gioco è precisamente la questione di un'eterologia possibile; nella seconda, invece, la questione che si apre è quella di una democrazia impossibile.
Mentre nella frase 'Io ti amo' - che è una frase che si dice 'in ogni caso', o non si dice, e che si 'deve' dire nel momento dell'amore, di qualsiasi amore, anche quello più 'solo', la questione è, davvero, la questione di una comunità impossibile, quella di cui parla Musil nella seconda parte dell' 'Uomo' -, nella questione della dedica si gioca
un'altra 'eterologia', che non attiene più a un sì o a un no, ma ad uno spazio che si apre nella scrittura.
Anche nella scrittura dell'amore.
Mentre, in questo senso, un'eterologia della frase 'Io ti amo' sarebbe forse possibile, sarebbe forse impossibile, come forse lo è - per questo è un maleficio la sua 'revoca' - un'eterologia della frase 'A te che...'.
Dove per eterologia si intende, molto semplicemente, una logica della scrittura in cui l'altro vive senza dire di sì, in cui parla anche tacendo, in cui, come diceva precisamente Bataille, "[...] non l'amore è il governo, ma lo spazio della scrittura che lo fa diventare 'un'amicizia' ".-
[segue]
(26.03.07 - millepiani)
Non avendo davanti la differenza che esiste tra la 'verità' e la 'verità che si dice', mi sono ripromesso di dire sempre, in ogni occasione, la verità.
Questa promessa non è una promessa che tocca le 'onde della vita' per come determinano il nostro tempo. E per come ne sono determinate.
In questo, si sappia per lo meno quello che penso, nessuno può vantare coerenze: sarebbe stato ucciso da infante. Prima di uccidere.
È una promessa che ho fatto di fronte un testo di filosofia che, tecnicamente, non lo era: era una lettera.
So di potere scrivere delle lettere bellissime. Lo so non solo perchè me lo hanno detto tutte le volte che le ho scritte, e perchè è vero, ma perchè, per me, è l'unica maniera di unire due verità: quella in cui sto, quella dell'interrogazione filosofica, e quella da cui sfuggo, come tutte le donne e gli uomini di questo mondo. Per salvarmi. Quella del tempo.
Quando 'mi' sono fatto questa promessa - è come se fosse oggi - non avevo pensato a questa differenza, ero molto giovane.
Non avevo pensato che 'quel' testo fosse una lettera. C'ho pensato molto dopo.
È solo in questo senso che, per me, la dedica ha assunto un'importanza capitale nel mio 'lavoro' filosofico.
Capitale proprio perchè, dopo aver letto quella lettera e aver fatto quella promessa, io non so scrivere un solo rigo di filosofia senza dedicarlo.
In questo senso, hanno ricevuto lettere chi ha rifutato le mie lettere, chi mi ha risposto, chi ha tentato di rispondermi continuando a pensare in solitudine, chi mi ha amato senza ripetere le mie parole, chi mi ha odiato proprio per quelle parole, chi mi ha totalmente ignorato o totalmenete abbattuto - così credeva, maschio -, chi mi ha rimproverato di dividere due verità che sarebbero, in verità, o solo una o nulla.
Hanno ricevuto lettere significa che hanno ricevuto dediche. Dediche che potevano trovare nelle righe di quello che scrivevo.
Solo Caterina Resta, ordinaria di Filosofia Teoretica all'Univerità degli Studi di Messina, mi ha revocato la 'possibilità' della dedica.
In questo senso rappresenta l'unica eccezione che ho incontrato nella mia vita.
Doppia eccezione, essendo filosofa che si occupa di Derrida. E che scrive sulla dedica.
Come ogni interdetto, l'interdetto della dedica può essere riconosciuto negandololo: "Io dedico a qualcuno che mi ha revocato la 'possibilità' della dedica". Questo poichè esistono alcuni fondamentali della dedica che si inscrivono nello stesso statuto della scrittura.
La possibilità di dedicare le ultime parole prima della propria morte al proprio carnefice, ricordandogli che lui è un carnefice, è, in questo senso, il caso più esemplificativo ed incontestabile: "Ti dedico le mie ultime parole per ricordarti che tu, per me, sei il mio carnefice".
Cioè: ogni interdetto - o il suo maleficio - può essere sempre revocato.
Il De Mauro definisce infatti l'interdetto una "sanzione punitiva con cui si vieta la celebrazione pubblica dei riti sacri in alcuni luoghi o si priva qcn. del godimento di determinati diritti spirituali, senza però escluderlo dalla comunità ecclesiale".
Proprio per la non esclusione dalla comunità, l'interdetto che revoca il diritto di dedica non impedisce, in privato, di dedicare.
E, comunque, non esclude la pratica della dedica in tutti quei luoghi in cui l'interdetto - spostandosi dal territorio dell'interdizione a quello del 'potere' dove l'interdizione è riconosciuta vigente - rivendica altri luoghi. In particolare, la violazione dell'interdizione della dedica punta a rendere laico quel 'maleficio' che cammina insieme
all'interdizione della dedica, quel maleficio, cioè, che pretende di essere irrevocabile proprio per il carattere personale della dedica.
In questo senso, al contrario di ciò che ogni maleficio o interdizione pretenderebbe implicare, la dedica sta in testa ad ogni lettera e mai collocata nel suo finale ["E, dunque, ti maledico (e/o) ti vieto di..."], proprio per il suo carattere irrevocabile da nessuno, compreso il dedicatario, la dedicataria.
Essa, la dedica, è, appunto, un senso irrevocabile della scrittura, che non si dà o non si toglie, ma che si mostra, e si dichiara 'in primis', a partire da quello che si vorrebbe scrivere.
La dedica è il senso di quello che si vuole scrivere, senza saperlo già.
Solo per questo, l'inderdetto della dedica coincide con un 'maleficio'. E cioè con la vocazione a potere dichiarare chiuso ogni spazio della parola.
Proprio per quello che il De Mauro dichiara essere un 'interdetto', la revoca della dedica coincide precisamente con una maleficio: dove il 'fare-male', per dirla banalmente, coincide con un desiderio, non dichiarato ma rivolto e scritto, oserei dire 'dedicato', di restrizione dello spazio in cui la scrittura può esprimersi.
La revoca di possibilità della dedica è un maleficio poichè tende a determinare, a cartografare in riduzione, a ridurre, limitare, marginalizzare, a volte per elimiare definitivamente, quello spazio d'espressione incontrollabile che non sta dentro la 'comunità' della scrittura' accettata o accetabile (quando la dedica, invece, è, di per sè, senza possibilità di rifiuto).
La frase 'Io ti amo', infatti, non è una dedica, non rientra all'interno delle dediche possibili, è una dichiarazione.
Possiamo scontrarci nel definirla un performativo - anche espressivo - o sulla sua revoca definitiva.
Ma nessuno sarebbe d'accordo nel definirla 'una dedica'. Al contrario del 'maleficio' della revoca della possibilità di dedica, è una frase che apre uno spazio, che apre lo spazio, uno spazio, fosse anche di rifiuto.
Uno spazio per dire.
Ecco, e per dirla in termini filosofici: io credo che tutto lo spazio che la scrittura di Derrida ha aperto attiene più alla questione della possibilità di accogliere la frase 'Io ti amo' che a quella di accogliere la frase 'Io ti dedico'.
(anche se "Le toucher, Jean-Luc Nancy" contraddice quello che sto dicendo; ma ci tornerò, certo che ci tornerò).
Nella prima, quello che è in gioco è precisamente la questione di un'eterologia possibile; nella seconda, invece, la questione che si apre è quella di una democrazia impossibile.
Mentre nella frase 'Io ti amo' - che è una frase che si dice 'in ogni caso', o non si dice, e che si 'deve' dire nel momento dell'amore, di qualsiasi amore, anche quello più 'solo', la questione è, davvero, la questione di una comunità impossibile, quella di cui parla Musil nella seconda parte dell' 'Uomo' -, nella questione della dedica si gioca
un'altra 'eterologia', che non attiene più a un sì o a un no, ma ad uno spazio che si apre nella scrittura.
Anche nella scrittura dell'amore.
Mentre, in questo senso, un'eterologia della frase 'Io ti amo' sarebbe forse possibile, sarebbe forse impossibile, come forse lo è - per questo è un maleficio la sua 'revoca' - un'eterologia della frase 'A te che...'.
Dove per eterologia si intende, molto semplicemente, una logica della scrittura in cui l'altro vive senza dire di sì, in cui parla anche tacendo, in cui, come diceva precisamente Bataille, "[...] non l'amore è il governo, ma lo spazio della scrittura che lo fa diventare 'un'amicizia' ".-
[segue]
(26.03.07 - millepiani)
