Cuerpos de ecran: Guillermo San Miguel
18.09.2011
Cuerpos de ecran
[Guillermo San Miguel, Merida (Venezuela), 29.05.08]

I corpi allo schermo: fotografare oltre la fotografia
É difficile dire che quelle di Willy San Miguel non siano fotografie: occorre chiedersi però in tal caso cosa sia davvero ciò che passa davanti al suo obiettivo o che cosa l’obiettivo della sua macchina fotografica aggiunga alla nuda vista degli occhi. Il segreto dei lavori dell’artista boliviano sta in realtà, più che nella tecnica, nello sguardo stesso con cui il mondo viene da lui misurato. È come se infatti San Miguel non riuscisse mai ad accontentarsi dei corpi che fotografa. Le figure divengono altro, a volte si decompongono, a volte si trasformano: non si tratta però di semplici rivestimenti pittorici o travestimenti carnevaleschi. È il nucleo stesso delle figure che appare sospinto da una interna esigenza in direzione di una nuova visibilità, di un nuovo presente.
Esse non sono mai forme stabili, ferme. Sono figure-in-transizione, ma, più ancora che nomadi, metamorfosi viventi: le “fotografie” si fanno anche, quindi, rappresentazioni dello statuto diveniente dei corpi (e, bisogna sottolinearlo, di corpi di donna). In questo senso è la stessa tecnica fotografica che diviene oggetto di elaborazione critica da parte di San Miguel. Se lo scatto fotografico cristallizza il singolo momento del corpo, sottraendolo alla dimensione della metamorfosi, qui si tratta di far penetrare invece la stessa dimensione temporale all’interno di un singolo scatto. Le pretese dello sguardo si scontrano con le opportunità esecutive dell’obiettivo. Lo sforzo di Willy San Miguel consiste dunque in questa lotta con l’impossibile: permettere ad una “rappresentazione” della vita corporea di seguirne l’intima logica, lo specifico campo di possibilità. E’ un rompere i contorni, e con ciò i legami, della “figura”. Il risultato cui San Miguel perviene, è però spiegabile solo alla luce di quelle tecniche, la pittura e il teatro-danza, con cui l’artista si è confrontato nella sua carriera. La proiezione di immagini su corpi danzanti si è unita ad un’attività pittorica che, attraversando il “sur-realismo” di Magritte e incontrando l’iperrealismo psicologico delle figure di Bacon, ha trovato come naturale sbocco una tecnica che unisce la fotografia all’eleborazione digitale in un estremo tentativo, naturalmente irrisolto, irresolubile, di sperimentazione dell’obbiettività della creatura.
L’assurdo del divenire, che è anche l’assurdo della compresenza, è la chiave, comune peraltro a tanta letteratura (Cortázar) e ricerca filosofica e psicoanalitica (Matte Blanco) sudamericana del secondo Novecento, con cui guardare la di volta in volta macabra, scabrosa, irritante, divertente o ironica scomposizione cui San Miguel sottopone le sue tenui figure di donna. La figura “normale” finisce per essere come travolta da un’altra figura: ne segue, nello spostamento paradigmatico dal corpo vivente alla materia in metamorfosi, una distruzione senza sconti della stessa unità della visione. Ed è proprio questo “campo di battaglia” che trova spazio sul monitor di un computer o su una pellicola fotografica. Si potrebbe parlare di una “spettralità” della fotografia di San Miguel: al di là delle possibilità che la tecnica del collage ha fin qui offerto, le visioni vengono adesso colte nel momento della transizione reciproca, che è anche quello del loro reciproco tentativo di annientamento: ovvero di un momentaneo, fragilissimo, equilibrio. Si tratta in fondo, non possiamo dimenticarlo, della prima forma d’arte che viene fuori dallo sviluppo dalla grafica informatico-digitale, in cui ricerca tecnica e nuove esigenze artistiche si affiancano fin quasi a confondersi. [gf]
