Corsa all'oro
17.04.2007
Alla scrittura si chiede di realizzare le nostre ambizioni. O di porre riparo al guasto che ci si porta dentro.
Invece, alla scrittura si dà. Ricevendo sempre meno di quanto vorremmo ci spettasse. Fino a quando non la si evita, sentendola come un limone spremuto e rinsecchito.
Se scrivere ha le sue fasi altalenanti, il rumore di fondo del nostro male, del guasto, quello prosegue imperterrito. Si diventa sordi, alla fine. Ci si ottunde. Io mi sento brutale, ormai. Mi adeguo plasticamente all’andamento delle cose, per non riportare ferite orrende, che la mia pelle non più giovane né elastica non potrebbe guarire.
___________________________
Alla fine di un mio in fondo deludente, squilibrato ed abbastanza sconnesso racconto, facevo svolgere la scena finale su una penisoletta di terra di risulta sulle rive dello stretto.
Nei paraggi, per così dire.
Non era un’idea del tutto originale, credo. Dico credo perché ho il dubbio, e insisto, dubbio, che di un altro luogo siffatto io abbia mai davvero sentito o letto da qualche parte.
Non ricordo se qualcuno me ne abbia parlato o se io ne abbia letto un resoconto da qualche parte, ma il luogo che, ripensando ai paraggi, mi torna alla mente senza che io possa distinguere la fonte reale dalla elaborazione che sento come un mutevole, quasi ipertrofico pensiero, che muta e si dilata in me, è un ammasso di materia trasportato dall’uomo.
Il terremoto che alle 5,21 della notte del 28 dicembre del 1908 distrusse quasi interamente la città di Messina e molto gravemente quella di Reggio Calabria, tra i molteplici, caotici, non quantificabili e al di là di qualsiasi immaginazione effetti che produsse, lasciò sul terreno (anche sotto il terreno, veramente), oltre a un centinaio di migliaia circa di vite umane una quantità di macerie che venne stimata in un milione di metri cubi.
Parte di questo grossissimo solido di varia materia unificata con entropica regolarità dal moto sismico venne poi integrata nel piano di calpestio della città e ne resta testimonianza, come tutti i messinesi sanno, nel dislivello che separa la Chiesa dei Catalani dal piano stradale attuale.
Una gran parte di questo materiale dovette però essere mano mano spostato, con tutti i mezzi possibili, immagino. Nell’unico posto possibile. Sulla costa. Fatto sta che mi sembra di sapere o di ricordare che mentre questa opera procedeva e si intensificava, quello che prima poteva essere un piccolo deposito, poi divenne un gran cumulo, poi si gonfiò sempre di più fino a permettersi di resistere all’erosione della corrente ed alle onde notturne, lottando e imponendosi come una spina, o forse come un porro a partire dalla riva. Quanto alto e quanto esteso potesse essere questo spazio, non lo so. Credo abbastanza.
Negli anni, forse il sito venne, più che abbandonato, non più alimentato. Da quel momento, immagino, la sua curva divenne discendente. Perché il mare che non dorme mai, e quello soprattutto dalle nervose abitudini del nostro stretto, con la regolarità maniacale delle sue correnti unita alla forza devastante che i venti gli regalano, gli continuò a strusciarsi addosso, a questa opera senza forma e senza finalità.
Qualcuno dice che nel sottosuolo della Messina di prima del terremoto giacciano, per l’impossibilità materiale a raggiungerli ed a riservare loro un qualsivoglia trattamento, circa ventimila corpi. Da qualche altra parte ho poi sentito dire che invece, nell’immediatezza di quei giorni terribili, molti dei corpi che invece non si poterono seppellire per tempo vennero gettati, a migliaia, in mare.
Credo che ci furono anche quelli che, presi nel fuoco degli incendi, bruciarono nell’aria.
Ed abbiamo raggiunto tutti e quattro gli elementi.
E ora mi è venuta voglia di rileggere Eliot, e la sua Morte per acqua in La Terra Desolata. Ma sarà per un’altra volta.
Io non so se ci sia una vera necessità o se sia un mio difetto che mi porta, in qualche modo, a cercare nell’atto che fonda la non storia della mia città, non quanto è fondato e verificabile, non un quadro preciso, ma proprio e soltanto ciò che istituisce un terreno a metà tra la narrazione orale e la macabra leggenda. Non so insomma se questo soffermarmi su taluni aspetti grotteschi e particolari dell’evento sia un modo solo appena più sofisticato per produrre, dell’evento medesimo, non una forma di maggiore conoscenza, ma una specie di scetticismo estetizzante che poi sfocia puntualmente in una mitizzazione che è l’anticamera, sembra strano ma è così, di una totale rimozione. Come a dire che la natura degli eventi non ci consegna una verità, ma solo la possibilità di cimentarsi, di venire in una lotta a colpi di fioretto con le dure cose, senza scalfirle, ma magari lasciandoci sopra, al massimo, uno sberleffo.
Credo di avere letto, o che forse qualcuno mi abbia raccontato che la penisola che si era quindi formata nel processo pluriennale di trasporto e di accumulazione delle macerie prodotte dal terremoto, quando cominciò ad essere scossa dalle mareggiate e dalle correnti, dopo che tutta la materia si era in qualche modo compattata, iniziasse insomma a restituire non soltanto pura malta e pietrame, ma anche tutto quello che vi era mischiato, contenuto, e che, per sua natura, qualcuno un giorno sulla spiaggia, magari mentre pescava, non poteva fare a meno di aver visto.
Qualcosa che luccicava.
Sembra che sia stato così che iniziò la impensabile, ridicola e tragica, emotivamente squassante al pensarci oggi, la piccola corsa all’oro in riva allo stretto, che sembra vide impegnate non poche persone, armate di badili e di bacili, di pazienza e di avidità, di cinismo e di miseria, tutto mentre il grande muro di materia senza forma, foglia a foglia, pezzo a pezzo, si andava adagiando in quell’elemento che tutto accoglie e inghiotte.
Non è forse nel nome di un fiume l’immagine per antonomasia dell’oblio?
Certo, ma la dimenticanza che si reclama, che sarebbe anche sacra, quel sentimento che vorrebbe lasciare i morti riposare senza essere turbati, non teneva conto del fatto che, seppure non si sa chissà quali quantità, erano oro e preziosi quelli che nei pressi del grande ammasso venivano di tanto in tanto fuori.
Mi sembra di ricordare che questa ricerca sia durata sino ai primi anni trenta. Ma potrebbe essere anche di no, che mai nessuno abbia mai fatto nulla di tutto questo.
E però è quasi, quasi del tutto verosimile.
Le pietre e la malta, che assemblate fecero poi le case che il terremoto distrusse facilmente, venivano dai torrenti del piano alluvionale dove la città di Messina è sorta. Una gran parte di essa ha solo rimandato di qualche decennio, al massimo di un secolo e qualcosa, il suo passaggio dalla terra al mare.
I morti nel terremoto, viceversa, hanno traumaticamente abbreviata la propria parabola, che cade tutta quanta in un breve lasso di tempo, che si estende dalle 5,21 del ventotto dicembre del 1908 a poche settimane dopo per i feriti ed i seppelliti vivi che nessuno, a differenza di quello che avvenne fortunosamente alla mia nonna materna, soccorse.
Sembra che in qualche modo terra, malta, corpi, cose, oggetti e tutto quello che non riesco ad immaginare e che ognuno può provare a rappresentare a se stesso, si sia infine ritrovato tutto insieme nel fondo del mare. Non posso e non voglio credere nemmeno per un momento che sotto il mare si sia riformata una città dei morti, dove ogni cosa ha trovato il suo posto, e che magari essa corrisponda a quella immagine che la Fata Morgana ogni tanto restituisce.
Non ho la forza, non ho l’innocenza, per immaginare per un solo momento tutto questo.
___________________
Se sapessi e potessi farlo, almeno avrei iniziato ad agire per porre rimedio al guasto, per fare della scrittura qualcosa in più di un limone spremuto.
(renzo - 16.04.07)
Invece, alla scrittura si dà. Ricevendo sempre meno di quanto vorremmo ci spettasse. Fino a quando non la si evita, sentendola come un limone spremuto e rinsecchito.
Se scrivere ha le sue fasi altalenanti, il rumore di fondo del nostro male, del guasto, quello prosegue imperterrito. Si diventa sordi, alla fine. Ci si ottunde. Io mi sento brutale, ormai. Mi adeguo plasticamente all’andamento delle cose, per non riportare ferite orrende, che la mia pelle non più giovane né elastica non potrebbe guarire.
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Alla fine di un mio in fondo deludente, squilibrato ed abbastanza sconnesso racconto, facevo svolgere la scena finale su una penisoletta di terra di risulta sulle rive dello stretto.
Nei paraggi, per così dire.
Non era un’idea del tutto originale, credo. Dico credo perché ho il dubbio, e insisto, dubbio, che di un altro luogo siffatto io abbia mai davvero sentito o letto da qualche parte.
Non ricordo se qualcuno me ne abbia parlato o se io ne abbia letto un resoconto da qualche parte, ma il luogo che, ripensando ai paraggi, mi torna alla mente senza che io possa distinguere la fonte reale dalla elaborazione che sento come un mutevole, quasi ipertrofico pensiero, che muta e si dilata in me, è un ammasso di materia trasportato dall’uomo.
Il terremoto che alle 5,21 della notte del 28 dicembre del 1908 distrusse quasi interamente la città di Messina e molto gravemente quella di Reggio Calabria, tra i molteplici, caotici, non quantificabili e al di là di qualsiasi immaginazione effetti che produsse, lasciò sul terreno (anche sotto il terreno, veramente), oltre a un centinaio di migliaia circa di vite umane una quantità di macerie che venne stimata in un milione di metri cubi.
Parte di questo grossissimo solido di varia materia unificata con entropica regolarità dal moto sismico venne poi integrata nel piano di calpestio della città e ne resta testimonianza, come tutti i messinesi sanno, nel dislivello che separa la Chiesa dei Catalani dal piano stradale attuale.
Una gran parte di questo materiale dovette però essere mano mano spostato, con tutti i mezzi possibili, immagino. Nell’unico posto possibile. Sulla costa. Fatto sta che mi sembra di sapere o di ricordare che mentre questa opera procedeva e si intensificava, quello che prima poteva essere un piccolo deposito, poi divenne un gran cumulo, poi si gonfiò sempre di più fino a permettersi di resistere all’erosione della corrente ed alle onde notturne, lottando e imponendosi come una spina, o forse come un porro a partire dalla riva. Quanto alto e quanto esteso potesse essere questo spazio, non lo so. Credo abbastanza.
Negli anni, forse il sito venne, più che abbandonato, non più alimentato. Da quel momento, immagino, la sua curva divenne discendente. Perché il mare che non dorme mai, e quello soprattutto dalle nervose abitudini del nostro stretto, con la regolarità maniacale delle sue correnti unita alla forza devastante che i venti gli regalano, gli continuò a strusciarsi addosso, a questa opera senza forma e senza finalità.
Qualcuno dice che nel sottosuolo della Messina di prima del terremoto giacciano, per l’impossibilità materiale a raggiungerli ed a riservare loro un qualsivoglia trattamento, circa ventimila corpi. Da qualche altra parte ho poi sentito dire che invece, nell’immediatezza di quei giorni terribili, molti dei corpi che invece non si poterono seppellire per tempo vennero gettati, a migliaia, in mare.
Credo che ci furono anche quelli che, presi nel fuoco degli incendi, bruciarono nell’aria.
Ed abbiamo raggiunto tutti e quattro gli elementi.
E ora mi è venuta voglia di rileggere Eliot, e la sua Morte per acqua in La Terra Desolata. Ma sarà per un’altra volta.
Io non so se ci sia una vera necessità o se sia un mio difetto che mi porta, in qualche modo, a cercare nell’atto che fonda la non storia della mia città, non quanto è fondato e verificabile, non un quadro preciso, ma proprio e soltanto ciò che istituisce un terreno a metà tra la narrazione orale e la macabra leggenda. Non so insomma se questo soffermarmi su taluni aspetti grotteschi e particolari dell’evento sia un modo solo appena più sofisticato per produrre, dell’evento medesimo, non una forma di maggiore conoscenza, ma una specie di scetticismo estetizzante che poi sfocia puntualmente in una mitizzazione che è l’anticamera, sembra strano ma è così, di una totale rimozione. Come a dire che la natura degli eventi non ci consegna una verità, ma solo la possibilità di cimentarsi, di venire in una lotta a colpi di fioretto con le dure cose, senza scalfirle, ma magari lasciandoci sopra, al massimo, uno sberleffo.
Credo di avere letto, o che forse qualcuno mi abbia raccontato che la penisola che si era quindi formata nel processo pluriennale di trasporto e di accumulazione delle macerie prodotte dal terremoto, quando cominciò ad essere scossa dalle mareggiate e dalle correnti, dopo che tutta la materia si era in qualche modo compattata, iniziasse insomma a restituire non soltanto pura malta e pietrame, ma anche tutto quello che vi era mischiato, contenuto, e che, per sua natura, qualcuno un giorno sulla spiaggia, magari mentre pescava, non poteva fare a meno di aver visto.
Qualcosa che luccicava.
Sembra che sia stato così che iniziò la impensabile, ridicola e tragica, emotivamente squassante al pensarci oggi, la piccola corsa all’oro in riva allo stretto, che sembra vide impegnate non poche persone, armate di badili e di bacili, di pazienza e di avidità, di cinismo e di miseria, tutto mentre il grande muro di materia senza forma, foglia a foglia, pezzo a pezzo, si andava adagiando in quell’elemento che tutto accoglie e inghiotte.
Non è forse nel nome di un fiume l’immagine per antonomasia dell’oblio?
Certo, ma la dimenticanza che si reclama, che sarebbe anche sacra, quel sentimento che vorrebbe lasciare i morti riposare senza essere turbati, non teneva conto del fatto che, seppure non si sa chissà quali quantità, erano oro e preziosi quelli che nei pressi del grande ammasso venivano di tanto in tanto fuori.
Mi sembra di ricordare che questa ricerca sia durata sino ai primi anni trenta. Ma potrebbe essere anche di no, che mai nessuno abbia mai fatto nulla di tutto questo.
E però è quasi, quasi del tutto verosimile.
Le pietre e la malta, che assemblate fecero poi le case che il terremoto distrusse facilmente, venivano dai torrenti del piano alluvionale dove la città di Messina è sorta. Una gran parte di essa ha solo rimandato di qualche decennio, al massimo di un secolo e qualcosa, il suo passaggio dalla terra al mare.
I morti nel terremoto, viceversa, hanno traumaticamente abbreviata la propria parabola, che cade tutta quanta in un breve lasso di tempo, che si estende dalle 5,21 del ventotto dicembre del 1908 a poche settimane dopo per i feriti ed i seppelliti vivi che nessuno, a differenza di quello che avvenne fortunosamente alla mia nonna materna, soccorse.
Sembra che in qualche modo terra, malta, corpi, cose, oggetti e tutto quello che non riesco ad immaginare e che ognuno può provare a rappresentare a se stesso, si sia infine ritrovato tutto insieme nel fondo del mare. Non posso e non voglio credere nemmeno per un momento che sotto il mare si sia riformata una città dei morti, dove ogni cosa ha trovato il suo posto, e che magari essa corrisponda a quella immagine che la Fata Morgana ogni tanto restituisce.
Non ho la forza, non ho l’innocenza, per immaginare per un solo momento tutto questo.
___________________
Se sapessi e potessi farlo, almeno avrei iniziato ad agire per porre rimedio al guasto, per fare della scrittura qualcosa in più di un limone spremuto.
(renzo - 16.04.07)
