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Berlino - Arte e storia, filosofia e memoria

03.04.2007
di Mario M.


Le poche righe intitolate 'Le due memorie' sono un pensiero affidato da Giorgio Agamben alle colonne di uno dei più prestigiosi e importanti settimanali di politica e cultura tedeschi, Die Zeit, nella settimana appena trascorsa, quando in concomitanza con il sessantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale in Europa, veniva inaugurato a Berlino il lungamente dibattuto monumento di Peter Eisenmann allo sterminio degli Ebrei d'Europa. Si tratta di un evento di portata enorme, sia per l'uso e l'esposizione cui sarà sottoposto questo memoriale, sia per le ripercussioni di ordine estetico e politico che la sua gestazione, realizzazione e fruizione hanno già comportato e continueranno a comportare. Il «famosissimo filosofo» Giorgio Agamben, così Die Zeit, effettivamente noto a molti giovani tedeschi, puntualmente tradotto, discusso e presente anche nella vita pubblica di Germania, ha scritto questo testo in italiano, e i lettori di Die Zeit l'hanno letto in traduzione tedesca. Ho cercato nei giorni scorsi di accertare, nei limiti delle possibilità di chi vive all'estero, se l'originale fosse, nel frattempo, uscito in Italia, ma non ho trovato riscontro e mi è comunque parso che da noi la discussione non fosse ancora cominciata. Ho fatto, pertanto, come certi personaggi di alcuni secoli fa, i quali traducevano a loro volta da traduzioni, pur di restituire ciò che loro pareva prezioso. Anche se attraverso la patina di un'altra lingua, ho respirato una prosa molto bella, di un pensiero che, quasi con discrezione, ha assunto nel breve volgere di pochi passi, un respiro d'ampia estensione: la mia speranza è che questa traduzione possa in qualche modo essere stata fedele all'originale cui non ha potuto attingere.
Fatta questa doverosa premessa, vorrei invitare a una riflessione, portando l'attenzione almeno su di un punto: il cuore della proposta di Agamben è la frase, secondo cui il luogo proprio del monumento è la soglia immateriale non, dunque, un nuovo «muro di Berlino», ma neanche un «paravento», tra indimenticabile e memorabile. Questa coppia mi pare contenga quella tra storia e arte, tra archivio e monumento, vorrei dire anche tra significato e senso, e ponga la questione di quale ruolo svolga la filosofia rispetto a entrambi. Che si tratti di una dialettica più simile a Benjamin che non a Hegel, mi pare pacifico. La domanda non è astratta, ma riguarda la posizione che la filosofia assume rispetto all'umanità e alle forme con le quali essa vive e costruisce il proprio passato. Quale sia, rispetto a questa dialettica, la sorgente dell'indimenticabile, mi pare il punto più delicato, fecondo e problematico, come tale in prospettiva il più importante per chi voglia filosofare ulteriormente. Che in questo contesto, infine, Agamben abbia mostrato il sereno e vigile coraggio di includere nella sua e, dunque anche nella nostra, riflessione l'avvertimento sulla compromissione della storia e anche di quella nozione di «memoria collettiva» con l'ideologia e la manipolazione politica mi pare, pensando anche agli ultimi quindici anni nel nostro paese, dove questo motivo si è tenuto ampiamente all'interno di una curiosa e condivisa falsa coscienza fattasi nazione, particolarmente meritorio.

Mario M.

Le due memorie
di Giorgio Agamben

«Al primo sguardo, il monumento ricorda le stele arcaiche cinesi, che da sole o a piccoli gruppi si ergono su un ampio paesaggio. Mentre, però, ogni stele cinese reca una iscrizione, le stele del memoriale sono assolutamente illeggibili, gigantesche pagine che non possono essere né scritte né lette.
Nel medioevo, il ricordo fu spesso paragonato a un libro. Dante fa cominciare la Vita nuova con le seguenti parole: «in quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere...». Nel pietrificato libro del ricordo di Peter Eisenman, non cè niente da leggere. E tuttavia colui il quale percorre le vie, quando in salita, quando digradanti, tra le stele differentemente inclinate, avverte che è acceduto a un'altra dimensione della memoria; che sfoglia tra le pagine di un altro libro. Mentre esita a mettere il proprio piede sul suolo fatto di stele spianate e il suo sguardo si perde lungo il filo delle stele verticali, lascia dietro di sé, passo dopo passo, il ricordo che può essere annotato e archiviato, per entrare nell'indimenticabile.
Indimenticabile e memorabile non sono lo stesso. Uno dei grandi meriti del monumento di Eisenmann è di ricordarci che il veramente indimenticabile non può essere affidato ad alcun archivio; che nella memoria individuale come in quella collettiva la percentuale di indimenticabile oltrepassa di gran lunga quella del consapevole esser memori.
Nel monumento, entrambe queste dimensioni eterogenee del ricordo sono topograficamente distinte: in superficie, le stele assolutamente illeggibili, sotto un centro di informazione, che rimane riservato al leggere. La soglia immateriale, che separa entrambe queste memorie, è il luogo proprio del monumento. Tenerle distinte è pertanto così importante, poiché altrimenti la falsa coscienza, che non vorrebbe altro che dimenticare, coprirebbe con ammassi di ricordi ciò che deve rimanere indimenticabile. Discontinuo e illeggibile come le stele, l'indimenticabile interrompe di continuo le finzioni della memoria collettiva. E sono sane solo la vita, solo la società, nelle quali la tensione tra ciò che è degno di pensiero e l'indimenticabile rimane viva».

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