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apocalissi

07.06.2007

Due riferimenti prima di entrare 'nella cosa'; l'intervista a Massimo Cacciari pubblicata oggi e l'intervento di Massimo Adinolfi . E non in ordine d'importanza, perchè mi pare Massimo Adinolfi a.k.a. azioneparallela sollevi interrogativi più radicali di quelli presenti nell'intervista.

 

In breve: Cacciari dichiara che la presenza del Figlio di Dio non è 'una fine del mondo', ma è all'inizio del mondo, del mondo che il 'Figlio' inaugura. In questo senso, l'indicazione giovannea, come quella di Marco, non stanno a indicare una 'fine imminente': il 'timbro dell'imprevedibile' non è il timbro dell'apocalisse - o del 'tempo della fine' - che Giovanni indicherebbe. 'Io sono', cioè quella certa permanenza del Figlio di Dio nel tempo, solleverebbe, per Cacciari, il tempo presente da quell'essere gravido di futuro, passando per la fine 'del tempo che viviamo', che Benjamin ha così ben descritto. A dimostrazione della sua tesi, Cacciari cita la differenza incolmabile che esiste tra l'esperienza ebraica del tempo e l'esperienza cristiana. Citando Kafka, Cacciari marca come incolmabile la differenza tra il tempo ebraico dell'attesa e quell'esperienza del tempo compiuto tipica del 'pensare compiutamente il tempo' che il cristiano conosce. Non mi soffermo sull'ultima parte dell'intervista: questi punti sono quelli filosofici, gli altri sono semplici 'esternazioni'.
 
Al contrario di Massimo Cacciari, Massimo Adinolfi, a.k.a. azioneparallela, scrive, giustamente: "Non si capisce perché, se Cristo è venuto e il tempo è compiuto, questo compimento debba essere pensato come un non compimento, e cioè come se non tutto è compiuto ma tutto potesse compiersi ora, proprio ora, in un ora non immanente ma imminente nel tempo presente." È un rilievo perfettamente corretto che cercherò di declinare, proprio perchè mi pare più importante delle dichiarazioni giornalistico-festivaiole di Massimo Cacciari. Per quello che mi riguarda, la questione dell'apocalisse - cioè del 'tempo della fine' - non è possibile più declinarla senza tenere presente, fermamente presente, la distinzione tra il tempo che intercorre tra "il tempo e la fine' e il 'tempo della fine'. È Agamben che fa questa distinzione sulla base di una lettura vertiginosa delle 'Tesi sul concetto di storia' di Walter Benjamin. È precisamente 'tra il tempo e la fine' che è possibile leggere, oggi, 'il tempo della fine, o apocalissi'.
 
La struttura stessa del tempo apocalittico, come Agamben l'ha interpretata nella interpretazione che Benjamin dà di Paolo, questa stessa struttura, si colloca precisamente tra la tesi di Massimo Cacciari e quella di Massimo Adinolfi: l'apocalissi del tempo non è il suo compimento: mentre non si compie, essa mostra il compimento del suo movimento, del suo tempo.
Poichè, tecnicamente, l'apocalisse è il 'tempo della fine', e, poichè, tecnicamente, tra il tempo e la sua fine, esiste lo spazio della 'fine del tempo', ciò che Agamben indica come spazio di interpretazione dell'apocalisse, è precisamente lo spazio di cui discutiamo oggi.
 
L'apocalisse, filosoficamente, non esiste.
Cioè: non esiste un precipitare del tempo nel suo nulla, nella sua sparizione. Agamben lettore di Benjamin ne dimostra l'inconsistenza filosofica. Come non tocca, filosoficamente parlando, lo statuto del 'tempo apocalittico' quella che Cacciari chiama una permanenza costante del Figlio nella Storia: "La venuta del Figlio dell’Uomo è stata, è, continua ad essere". Questa 'permanenza del Figlio nella Storia' è completamente cristiana, paolina, e, apocalitticamente, non ci riguarda: è una dichiarazione d'intenti. Per dirlo chiaro: questa dichiarazione non tocca il dispositivo fondamentale del tempo escatologico, ma si sposta, precipuamente, sul terreno paolino della costruzione di comunità.
 
Il confronto con questo passaggio non è brusco, è solo rinviato. È, in fondo, la questione del male che Luigi Pareyson aveva sollevato prima di morire e che oggi anche Cacciari dimentica.
Al contrario, seguendo l'insegnamento di Jakob Taubes, il mondo non attende nessuna 'apocalisse, o fine del tempo'. Il mondo vive di vita sua. E il tempo del mondo non è un tempo che può essere trasformato dalla forza o dall'attesa dell'apocalisse. E nemmeno dalla sua decostruzione o dal suo depotenziamento. Tardo e inutile. Al contrario, e sempre seguendo Taubes, proprio perchè il mondo vive di vita sua, e fuori dalla luce della presenza del Figlio nella storia, è il mondo - cioè: il tempo della creatura - che si piazza in quella frazione di tempo, in quello spazio di tempo, che sta tra "il tempo e la fine". Spazio di tempo che non è possibile chiamare apocalittico nè finale, ma che ci riguarda e ci tocca, che sfiora la politica senza avere necessità della presenza del Figlio, e che fa del pensiero della 'fine dei tempi' - cioè: dell'apocalisse - qualcosa che possiamo 'toccare' ogni giorno.
 
Senza il 'Figlio' accanto. Appunto: Luigi Pareyson.
 
p.s. esitono, inoltre, un'altra serie di 'apocalissi', che Ernesto De Martino chiamava 'apocalissi culturali', e che, ogni volta, nella discussione sull' 'apocalisse' vengone dimenticate. De Martino, anche contro tutta la cultura europea, ha costruito uno dei più grandi libri che la cultura italiana ha avuto in mano e non ha saputo interpretare: per anni non ha voluto ripubblicare.
'La fine del mondo' è il libro italiano sulle 'apocalissi' che per anni è stato un fantasma editoriale ed oggi, grazie alla persistenza d'amore di pochi allievi, di poche allieve, è possibile rileggere.  
Faremmo tutti/e molto bene ad andare a rileggere questo libro, proprio perchè costituisce una 'sventratura' laica su queste questioni, comprese le sue deficenze e difficoltà. 

 

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