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Addii in Germania: la Filarmonica di Berlino tra Francoforte e la capitale.

06.04.2007
Ho avuto la fortuna, nell'ultimo anno, di vivere in una grande città della Germania: ci andavo spesso, per amore, e dal giorno di Natale in poi, vi frequentai i teatri cittadini. Francoforte ha offerto negli ultimi anni, secondo alcune riviste specializzate tedesche, le migliori stagioni concertistiche di tutta la Germania. Uno dei passaggi obbligati è la visita della Filarmonica di Berlino alla fine di Settembre: un incontro tra capitali.
Se Francoforte, lo sappiamo tutti, lo è della finanza europea, non solo tedesca, Berlino lo è della politica, ma queste due città, così fiera la prima della sua storia di "libera città" sin dai tempi dell'Impero, così tormentata e complessa la seconda, specchio drammatico della storia del proprio paese come legno di croci lacerato da chiodi ed effervescente di sangue, ebbene queste due città, sono anche due modi speculari di concepire la cultura in Germania.

Il mio addio a Francoforte è consistito in questo incredibile regalo del caso: il concerto della Filarmonica di Berlino, il ventisei Settembre, seduto nei palchi del primo settore, al costo - quasi simbolico - di 8 euro.

Naturalmente, attorno a me sedevano persone che avevano, invece, pagato il prezzo intero, ovvero 125 Euro, ma in Germania, quando ci si iscrive all'Università, l'Università e la città fanno dono di un carnet di buoni, con cui si può andare gratis o a prezzo scontato in tutti i musei, teatri ecc.
Il mio amore era formalmente iscritta all'Università, benché fosse già alla fine dei suoi studi post-dottorato, e nel caso del buono della Alte Oper, sia lei, sia una persona che l'accompagnasse, avrebbero pagato 8 Euro ciascuno per un concerto organizzato dalla Alte Oper. Come, appunto, quello della Filarmonica di Berlino.

Si è trattata di una delle esperienze più dolorose della mia vita di ascoltatore di musica.

Dieci anni dopo la prima volta che avevo ascoltato quest'orchestra, non riuscivo più a riconoscerla. E' stata una terribile, indescrivibile pena. Il mio amore, che a Berlino, anche lei dieci anni fa, aveva avuto modo di ascoltarla almeno una trentina di volte, si sentiva anche peggio di meno, era, senza che questa parola voglia suonare ironica, sconcertata. Un massacro.

Le Variazioni per orchestra di Schoenberg, con cui si apriva la serata, sono scorse senza infamia e senza lode, ma soprattutto, senza dissonanze. Il pubblico ha risposto tiepidamente. Io non l'ho applaudita mai.
A seguire, la Sherazade di Ravel, dove una brava cantante ha fatto la sua parte nel risollevare le sorti della serata: il flauto solista continuava a sbagliare le entrate, senza pietà, senza ritegno.
Di James Galway, uno dei maggiori flautisti del mondo, per anni al suo posto ai tempi di Karajan, manco l'ombra. Certo che una serata storta può capitare a chiunque...quando ascoltati per la seconda volta a Berlino la Nona di Mahler per i cinquant'anni della fine della seconda guerra mondiale, anche allora Abbado stesso - ero in nona fila e mi stava più vicino del mio vicino, avevo occhi solo per lui - guardò raggelato lo strumentista sulla sua destra, che aveva sbrecciato il primo assolo...ma fu l'unico momento no, per quel musicista, non era andato benissimo, il suono gli era uscito sporco, goffo, affannato, e fu una sbavatura nel meraviglioso concerto.
Stavolta, invece, attorno a me, diverse teste sconsolate si scuotevano stupefatte all'ardire del flautista.
Ma erano soprattutto le sezioni dei fiati e dei legni, che parevano semplicemente staccate rispetto agli archi: sì, proprio uno stacco, anche nella foga dell'esecuzione, che tra gli archi era ancora mirabilmente controllata. E' forse in questa sezione che il signore inglese da tre anni alla testa di questa sventurata orchestra lavora nella maniera più superba: dirige, infatti, una orchestra d'archi, con un drappello di suonatori di corno e di tromboni pronti a sconquassare tutto dall'alto, come se si fosse alla caccia della volpe.
Ciò che ho ammirato maggiormente nel suo lavoro sulle sezioni degli archi è la minuziosità estrema con cui vengono fatti affiorare e tessuti serratamente micro-dialoghi tra gli strumenti degli archi: ciò è davvero notevolissimo, ma è in queste pozzanghere che erano state immerse le dissonanze di Schoenberg, sino a scomparire.

Dopo la pausa, in cui mi aggiravo incredulo e muto nelle sale bassissime della Alte Oper, un luogo che merita un racconto a parte, si è ascoltato 'Una vita da eroe' di Richard Strauss, l'esecuzione che ha riscosso l'applauso più vivace e intenso, con anche tre o quattro posti alla mia sinistra un signore che si è sbracciato in un "bravo" ripetuto, quasi di auto-convincimento. Del resto, se si pagano 125 Euro, una giustificazione bisogna pur trovarla. Io non ne avevo.
Strauss aveva squillanti dissonanze, al cui confronto Schoenberg era un musicista di cappella timorato di Dio: c'è qualcosa di moderno, mi si dirà, nel mostrare Strauss più "moderno" di Schoenberg, e certo Strauss non è un musicista retrò. Diverse sue opere presentano audacie a volte impensabili, una delle più significative è il modo in cui rende la Notte al principio della 'Sinfonia delle Alpi', l'opera che egli considerava il proprio capolavoro sinfonico.
Il punto, però, è che Schoenberg non era così mortifero come l'ho sentito io a Francoforte il ventisei sera di settembre.

Do atto a Rattle di aver reso con particolare fedeltà la voluta, programmatica grossolanità di certi, memorabili passaggi straussiani: mi sento male al pensiero di come lo humour di Strauss veniva congiunto al suo senso del bello appena vent'anni fa, dalla stessa orchestra sotto Herbert von Karajan. Oggi questa orchestra suona Strauss come lo si suonerebbe in una Baviera da cartolina postale che sponsorizza il latte del posto.

Nel disperato tentativo di consolarsi e consolarmi, il mio amore diceva che già Abbado aveva ammesso che il tempo dei grandi direttori era definitivamente concluso, e ciò, aggiungerei, apre a una lettura non più monolitica della tradizione, che ora si può riconvertire in storia; ma ciò comporta anche che le grandi orchestre sono destinate a morire. Oggi la Filarmonica di Berlino cambia le sue parti con troppa frequenza, gli avvicendamenti sono troppo rapidi, grandi musicisti ci lavorano quattro, dieci anni, nel frattempo fanno anche altro, poi scelgono altre strade.
Forse, direttori grandi come Claudio Abbado o Pierre Boulez riescono a farle risuscitare due o tre volte all'anno, a Salisburgo, a Lucerna, alle Berliner Festwochen. Ma si tratta oramai di spiritismo. E non è un caso che costoro abbiano scelto, da un lato, di fare gli ospiti delle orchestre grandi e, dall'altro, di dedicarsi anima e core a piccole, grandi orchestre, che apprendono il mestiere su grandi classici, hanno un repertorio limitato ed eseguono con intensità e trasporto eccellenti.

Tra Abbado e Rattle c'è, del resto, una evidente continuità: Abbado denudò la Filarmonica di Berlino del flautato velo incantatore in cui prendeva forma la sua compattezza ai tempi di Karajan, ma non sperse per strada quella compattezza, gliene diede una nuova: le ferite erano finalmente a cielo aperto. Il mio timore è che con Rattle queste ferite si aprano ulteriormente, e, a quanto mi pare di aver udito a Francoforte il ventisei di Settembre, non cicatrizzino e imputridiscano.

Il futuro è nero, il futuro è nuovo. Dopo aver pianto in silenzio la fine dei miei ricordi, l'impossibilità di legare più il nome della Filarmonica di Berlino al mio passato e a questo presente, posso serenamente affrontare e capire anche il nuovo.
Sperando sempre che mi riappaia di tanto in tanto qualche spettro da amare in silenzio e in "voluttà suprema".

Mario M.


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