26.11.08 - Ritorno al Piccolo Principe
26.11.2008
Iniziamo
oggi un progetto di riscrittura. Il tema, le immagini, la trama saranno
quelli di Saint-Exupéry. Raccontare ai grandi la verità è un'impresa
difficile, ostinati per come sono a non capire quanto sia ovvio che un
cappello non è altro che un boa che si è mangiato un elefante. Ma
certo, non pretendiamo che il Piccolo Principe sia rimasto lo stesso di
sempre. Magari ha cambiato lingua, aspetto. Forse il suo paltò blu è
troppo consumato, e chissà che ne sarà stato della povera volpe, o del
baobab. Se il suo asteroide è esploso o se invece, chissà come,
continua a girare da qualche parte, nella notte del'universo. E se la
campana di vetro per proteggere quell'unico fiore ha davvero funzionato.
Mandateci i vostri contributi (gianfranco.ferraro@gmail.com). Saranno raccolti e pubblicati su Millepiani.net.
Mandateci i vostri contributi (gianfranco.ferraro@gmail.com). Saranno raccolti e pubblicati su Millepiani.net.
Il baobab
[1]
[1]
Una fatica
A Pasquale Rositani,
che per primo mi ha insegnato
a diffidare dei baobab
che per primo mi ha insegnato
a diffidare dei baobab
Stasera ho temuto di non uscirne. Radici dappertutto. Enormi. Lo sapete come sono, le radici dei baobab. E talmente enormi, che non distingui più il sopra dal sotto e talvolta finisci appeso ai rami pensando siano radici, ritrovandoti ad arrampicarti sul tronco al contrario, cercando di arrivare a terra… e invece la gravità finisce con lo spingerti verso l’infinito, grazie alla vicinanza di B627, il pianeta del Re. Riesco sempre a cavarmela, di solito. Ma non è semplice. Anche perché a volte mi perdo a guardare il mio asteroide capovolto, con le gambe appese nel vuoto della notte. Io non sono nato qui. Credo di essere arrivato con una delle migrazioni stagionali di uccelli. Credo, e non c’è altra spiegazione. E qualcosa di simile deve essere accaduto con il baobab. Sul pianeta del mio vicino, il Re, non ne ho mai visto traccia. Certo, mi direte, altrimenti che sarebbe a fare un Re? È anche possibile che lui era già grande quando i primi semi di baobab si sono depositati tra i suoi fiori, e che quindi non deve aver fatto troppa fatica a sbarazzarsene. Probabile.
Quando ho aperto gli occhi io il mio baobab invece già me lo ricordo. Era una pianticina, lo si distingueva appena, si stirava come tutte le altre pianticine. E comunque io non potevo ancora muovermi, rattrappito per com’ero nella mia buca, dentro la caldera del vulcano spento. Quando divenni grande il baobab era ormai smisurato. Di strapparlo non c’era verso. Non si poteva tirarlo via: il rischio era di spaccare a metà l’asteroide, e non sarebbe stato facile a quel punto decidere su quale delle due metà sarei finito. L’unica era evitare che esplodesse, stritolato dalle radici. Così mi sono dato da fare: taglia qui taglia lì, una radice sembrava estirpata e il giorno dopo ne era sgusciata fuori un’altra, al suo posto, con un’altra linea, un’altra forma, ma più o meno dov’era la prima. Il baobab cresceva ogni giorno di più. Come me. Siamo cresciuti insieme. Una guerra di posizione. Anche fisica: guai ad addormentarti sulla radice del baobab, al mattino rischi di ritrovarti appeso nel vuoto. È così. Siamo arrivati insieme, qui, io e il mio baobab. Forse con la stessa migrazione stellare. Gli stessi semi. Probabile. Ora lo spazio è quello che è. Avevo una pecora: non è rimasto più spazio per farla pascolare, neanche agli antipodi: mi raccontano che lì le radici hanno gemmato almeno altre tre alberi.
E nessun fiore, ovviamente. Niente come i fiori mi ricorda il tempo che è passato.
Da
tempo non ho più la forza per spostarmi agli antipodi: a stento riesco
a tagliare, a mordere, a strappare via le piccole radici che il vecchio
baobab mi getta addosso. Mi ricavo a stento, sera dopo sera, un buco da
cui guardare il tramonto, quando altri asteroidi non mi passano troppo
vicini. Che bello il tramonto. Rosso. Lo guardo sempre più spesso: da
piccolo lo facevo per malinconia, poi per noia, ora per necessità. In
fondo. Riesco a non pensare alla lenta fatica, ai movimenti
ininterrotti e soffocanti del baobab durante la notte, mentre guardo il
sole addormentarsi. Riesco perfino ad addormentarmi io. Anche il baobab
è stanco, certo. Forse vorrebbe che tutto esplodesse in fretta. Ma io
resisto, anche se in serate come queste mi sembra tutto più difficile.
Mi sono ridotto a dormire su fianco: il terreno è quello che è, le
radici mi circondano. Un lembo del mio cappotto blu, tutto sdrucito
dagli anni, è già stato sotterrato: il cedimento c’è stato, il baobab
ha conquistato terreno. E lo sa. Il cappello? Quale cappello? Il boa,
forse, quello che si è mangiato l’elefante… No, quello è sempre con me.
Anche se l’elefante dev’essere morto, o molto stanco, lì dentro. Io
continuo a parlargli: a raccontargli del mio amico aviatore, l’unico
adulto che avesse capito perché avevo paura dei baobab e quanto mi
mancasse il mio povero fiore. Ma non mi risponde. C’è solo un gran
freddo. E l’ultimo vulcano attivo si sveglia un po’ quando gli pare.
Magari passasse una migrazione, l’ultima… che portasse qualcosa, o che
mi portasse via, prima dell’esplosione. Domani il baobab mi prenderà un
braccio: al punto in cui siamo basta poco a capirlo, e da lì a
scomparire sotto ci vorrà poco. Mi arrangerò a disegnarvela io, in
qualche modo, l’ultima scena…

[26.11.08 gf]
