↑ rizoma base

25.01.09 - Sono dove tu mi sai, adesso...

25.01.2009
[gf. 25.01.09]

Sono dove tu mi sai, adesso.
Potrei dirti altre cose, inventare. Andare a caso, dirti qualcosa del “mio luogo”.
Invece non riesco a scrivere altrimenti che “rivolgendomi”. A te, lì dove tu sei.
Dire, scrivere… mai come in questo caso comprendi che non “serve”, davvero, a niente.
Non devo aggiungere niente. Queste mie parole non partono da un “dovere”, da una di quelle urgenze che ogni giorno ci spingono ad alzare una cornetta, ad andare in giro per le nostre città, a parlare con i nostri cari. Non vi è scopo in queste parole, se non un percorrere un interstizio, una “intercapedine” del linguaggio. Il linguaggio ha i suoi sobborghi, come diceva Wittgenstein. Ti ci ritrovi, all’improvviso, sperduto. Come se qualcuno, qualcosa, ti avesse portato fin lì: provi a parlare, e le parole ti risultano diverse, nuove a te stesso. O te le ritrovi in gola. Come nei sogni quando tenti di dire all’amico che è con te, come mi è capitato appena qualche notte fa, di scansarsi, di gettarsi a terra, di non provare ad attraversare quel muro coperto di filo spinato lì dove è più scoperto, dove i soldati lo vedrebbero di sicuro, di allontanarci almeno un po’, almeno un po’…

L’autobus stava partendo. Una vecchia carretta scalcagnata. Faceva capolinea davanti al check point (dovevo averlo letto da qualche parte, o appena finito di leggere Sciascia….), poi ripartiva. A vuoto. Non scendeva nessuno. L’autobus si ferma e non scende nessuno. Non riesco a vedere bene l’autista. I soldati continuano a fumare stancamente tra loro, senza farci molto caso. Non so perché, un autobus. “City-center”, scritto da qualche parte. Io che provo a fermare il mio amico, il mio amico che prova a fermare me. Corriamo. Sangue in gola. “City-center”. L’autobus che sta per partire, che continuamente sta per partire e noi che noi che non riusciamo a passare. Continuamente. Non una parola per tutto il sogno. Mai. Mai una parola. Gridiamo, gesticoliamo, nella distanza. Come se non sapessimo più articolare suoni nella nostra lingua. Non silenzio: suono umano come rumore, di fondo, continuo, un’eco, a tratti più lontano, a tratti più vicino. Metallico, il mio. Io che parlo. Dio... Gaza.

La scrittura segue percorsi inauditi. Ti tiene inchiodata. Tu sei dove io ti so. Mit mir. Con me.
Ci sono frazioni dell’umano, del tempo umano, che vengono attraversati dal linguaggio come pura esposizione. Se fossi “presente”, se fossi davanti a me ti prenderei la testa tra le mani e ti guarderei negli occhi, o ti verrei incontro, con quel passo veloce che diventa improvvisamente lento per non scalfire, non intaccare il silenzio del terreno… C’è una frazione di sé che gli umani impiegano come linguaggio: un presentificarsi, un’urgenza improvvisa e necessaria di rammemorare.
Cosa? A chi?
Io sono dove tu sei. Ricordi? Ricordi davvero? Ricordi ancora?

Tutti i risultati della filosofia, in fondo, nella transizione di epoca in epoca di questa complessa, incontrollabile disciplina della sovversione, non sono altro, come afferma Wittgenstein, che “la scoperta di un qualche schietto non-senso e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio. Essi, i bernoccoli, ci fanno comprendere il valore di quella scoperta”. Ogni tempo ha presentato i suoi arresti, le sue improvvise “frenate”, al buio. Ricordi? Certo che ricordi (non ridere, anche se so che lo fai, e anche io…). Noi possiamo ridere in eterno. In eterno: come i burattini di Otello e di Jago in “Che cosa sono le nuvole?”, dopo la “scoperta”… Sorridi, allora, per sempre, finché hai fiato, finché vivi. Per me. “Finché sorriderò tu non sarai perduta”: pensalo tu, su di me.

I nostri corpi ci sono davanti in un orizzonte nuovo. Nel buio, lo sappiamo, diverso è lo sguardo che gettiamo loro, dopo la fine del Novecento. Dopo Foucault, dopo ciò che Foucault ha pensato intorno al “governo di sé e degli altri” i corpi divengono il luogo inesplorato del linguaggio, l’estrema periferia che torna a essere popolata. Di sguardi nuovi. Incerti. Sommessi. Che è accaduto? Che accade?

Le nostre città vivono dei nostri sistemi di sguardi. Solo di questo. Le città sono le nostre prime bio-grafie, quelle che narrano, che rendono possibile l’intersezione di narrazioni in quelle frazioni di linguaggio che non attengono, diciamo così, al comunicare. Semplicemente perché il comune è in origine. È l’abitare: il costituire insieme sistemi di sguardi. Il conoscere le intercapedini, le muffe dei muri. Il comune è l’abitare insieme, un momento dopo il comparire. Eppure: il comparire avviene “in quanto” si abita insieme. “Procede da”. Siamo qui: il nostro presente. Ontologico è il comune, il noi, l’attualità: come preferisci. Qui bisogna parlarci. Altro luogo non è dato: almeno a noi.

Le ritrazioni: il né dentro né fuori. Non quello che “sappiamo”, “sappiamo dire” di noi, non quello che “gli altri sanno”. Ma quello che sappiamo insieme. Come dire: il “terzo corpo” che gli amanti formano nel congiungersi. Non più io e non più tu, ma io e te “altrimenti”. Il linguaggio attraversa, nonostante tutto, nonostante quello che se ne possa pensare, questa zona incerta. Né io per come “dico”, né tu per come “ti so che mi ascolti”. Ma: queste parole, questo fiato. Una presenza attraverso una intercapedine: dove… lì dove soli ci sappiamo insieme, dove siamo intimi. Le ritrazioni, o piuttosto forse la presenza continua e inesausta, la necessità che “tu” sia qui, il fatto che altrove non puoi essere. Dove ti aspetto e dove ti riconosco al buio: e sempre ti riconosco e sempre ti riconoscerei, oltre questo nostro amore, prima ancora di conoscerti, per sempre, nel “per sempre che attiene alle creature”. E nell’eppure.
Tu sei l’eppure. La possibilità contro tutte le possibilità, la presenza nella presenza, tu sei il linguaggio che si porta dietro il mistero, e lo fa proprio lì dove pretenderebbe di rivelarsi. Tu sei l’ironia nella parola, il suo torcersi innocente quando è ancora in bocca, dove ancora non sa e non risponde. Dove… tu te ne vai pronunciata, quando io non ho ancora detto niente.

Quando un “linguaggio” può dirsi completo, quando un certo mondo di espressioni può garantirci che un’espressione è avvenuta e torna, può tornare ogni momento ad essere presente? “(E quante case o strade ci vogliono perché una città cominci ad essere città?) Il nostro linguaggio può essere considerato come una vecchia città: un dedalo di stradine e di piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade diritte e regolari, e case uniformi”. (Wittgenstein)
Il linguaggio, dove noi abitiamo, non “corrisponde” a nulla.
Non corrisponde a nulla la mia guancia premuta contro la tua.

Una sorta di mitologica tangenza unisce il “corpo” al “silenzio”. Il corpo muto, si dice (altra mitologia, questa, e l’agonia ne è prova). Il silenzio assenza di linguaggio.
Il linguaggio non si vede, diciamo noi. È qui. Ma che non “si veda” o non “si senta” non depone contro la sua presenza. “Parlare”, emettere un suono lì dove c’era silenzio, scrivere dove la pagina era bianca ha qualcosa del sospingere una presenza nel niente, ma così non è. È un atto, un gesto, una relazione. Nel vuoto non si ha movimento. Allo zero assoluto gli atomi tacciono.

Ti inseguo, come sai.

“L’individuo si analizza, ma non si scalfisce. Bisogna invece opporre secondo la lezione di Foucault, continuamente [continuamente, certo, continuamente….] una via d’uscita alla verità che viene da sé, via d’uscita che è nel corpo dell’altro e nel mondo e va cercata opponendo al presente la consapevolezza del passato e del vissuto: niente deve scomparire, niente va liberato, tutto va rivisitato continuamente nella sua stratificazione”.

Nella sua stratificazione. Nelle sue presenze sommerse, o vocianti. Nei suoi fantasmi, nelle sue alterazioni. Niente va distrutto. Il “qui”, queste mani sulla tastiera, questi occhi, questa gambe, questa intercapedine nel muro, questo angolo, questa parete. Niente va distrutto, tolto, sottratto di tutto ciò che qui si è poggiato. Noi non sappiamo cosa si è “salvato” del nostro linguaggio, esattamente come non sappiamo cosa si “sta salvando” o “sta morendo”, già qui e ora, di questo corpo. Nella scrittura e nella parola, nei loro corpi, condividiamo lo “spazio di vita” che mai più vivremo altrimenti che “tra noi”. Rivolgersi, tra di noi, senz’altra spiegazione, ha questo senso solo. Io sono, in questo rivolgermi a te, ciò che altrimenti non potrei essere. Io sono questo e nient’altro perché tu sei in questo spazio, in questo rivolgermi, inaspettato, improvviso.

Io e te non potremmo essere, d’ora in avanti, altrimenti che “noi”. Da qualche parte parleremo sempre al plurale: questo è quanto ci travolge, letteralmente. La mia, la tua vita, al plurale, in un plurale impossibile, impensabile senza me e te.

Mi fermo.
Il tempo continuo di fronte al suo impossibile. Di fronte all’impossibile di un “continuamente”. Qui e nient’altro.
La parola di “vita eterna” giocata però nell’eppure della finitezza.
La contro-parola, la “Gegenwort” di Paul Celan, la parola che si rivolge “contro” il suo tempo, il tempo della normalità e del “continuo”. La parola che si “rivolge” e quindi va “verso”. La parola possibile solo in quanto condivisa, pronunciata in comune. Una parola direzionata, una svolta di fiato, ancora Celan: dove il respiro ha una pausa e poi riprende in senso inverso, dove si interrompe il singhiozzo dei bambini e il pianto delle madri.
Siamo rimasti. “Pensare” (denken) è “ringraziare” (danken) solo nel corpo del linguaggio: nella pronuncia e nella grafia. In un certo quartiere del linguaggio: solo in presenza di un noi.
L’impossibile di un arresto, la presenza improvvisa, il bernoccolo del linguaggio.
In effetti, non sappiamo, noi, cosa abitiamo.
Troppo poco tempo abbiamo avuto, e avremo, per esplorare ciò che è “qui”, questo linguaggio, già tutto qui.
Come non conosciamo, e nessuno conosce dell’altro, il mistero che circonda i nostri muri, le loro intercapedini. Eppure sono presenti. Qui e sconosciuti, tra le nostre case.
Non sappiamo quanto grandi siano le nostre città, come non sappiamo tutto quanto abbiamo “da dire”. Tutto quanto viviamo. Sono le intercapedini che bruciano. Ecco cosa brucia. Il linguaggio e i suoi possibili infiniti. Questo si piange, davvero, quando si piange.

“Ein Zeichen sind wir, deutunglos
Schmerzlos sind wir und haben fast
Die sprache in der Fremde verloren.„
(Un segno siamo, senza significato
siamo senza dolore e abbiamo
in terra straniera perduto il linguaggio)

È in questo dire, in questo rivolgerci, che il nostro tempo si apre. “Nel linguaggio, aspettazione e adempimento si toccano”(Wittg.) . Qui, dove “noi” siamo, svoltano intere epoche. Tra il pur-sempre e il non-ancora del “noi”. E questo pensiero, nel suo farsi, è più che mai già topografia di ciò che “tra di noi” avviene.

mappa dei legami di questo rizoma