1989-2009: vent'anni dopo - Note (uno)
15.09.2010
La tessitura della parola politica di cui si nutriva venti anni fa il mio sguardo e quello di quei pochi che da allora e sino ad oggi hanno traversato questo radicale trapasso di secolo, quella tessitura è rimasta impigliata in gangli di tempo la cui profondità e fecondità non possiamo essere noi a giudicare. Con gentilezza, quella che attiene agli sconfitti, in questi venti anni abbiamo provato a farla passare in una sintassi volgare – perchè per noi è volgare. Con un'intensità fuori dal comune, tutta la mia generazione, le punte migliori, ha lavorato, ognuno secondo la propria vocazione, ad una ritessitura prima del vocabolario, poi di una coniugazione comune di una tradizione che non vuole passare e che avevamo pensato di potere fare 'passare con noi', portare con noi per innovarla. Lamia generazione, le punte migliori della mia generazione, chi in solitudine chi in pubblico, chi in politica chi nel lavorio silente della scrittura o dell'interrogazione, è diventata 'grande' con la speranza di potere dire, di nuovo, cose grandi. Era per noi grande, innanzitutto, il pensare la nostra vita, la nostra semplice esistenza, dopo Chernobyl, legata alle scelte degli altri; e quelle degli altri alle nostre. Come evidente ci sembrava quanto la politica dovesse riconoscere all'irruzione soggettiva, liberamente altra ed autonoma delle donne nella politica, non solo una parte minoritaria e tollerata, quanto una forza cruciale e decisiva per rinnovare, ed anche abbattere, le regole formali e neutre della rappresentanza. Una forza di genere che riuscisse a rimettere in gioco, a partire da se stessi, lo sguardo freddo e immoto di una sinistra lontana dalle domande che venivano dal quotidiano, dal tempo, dal tempo della vita come dal tempo della sfera pubblica. Dal privato come nuovo luogo di interrogazione di genere, pratica che irrompesse nel pubblico e mettesse a nudo le ipocrisie come forme di potere, la sessualità come possibile forma di dominio, la relazione ed il racconto come forma di ridislocazione e depotenziamento della violenza.
Dove più noi avevamo lavorato, più ci sembrava lavorassimo per costruire una sorta di transito, di possibile, alterato luogo di memoria dove riappropriarci, nel futuro, di ciò che di meglio il secolo dove siamo nati ci aveva insegnato.
In breve, e per lo meno adesso, al conto del panettiere i bruti numeri di debito ci si sono presentati con la violenza inaudita del già saputo.
Non è rimasto nulla. Non è rimasto se non la materia bruta su cui solo la violenza immemoriale della filosofia può intervenire per portare con sé. E nemmeno quella accademica vecchia o quella nuovo-brillante; in fondo, solo quella della pietà verso il tempo proprio e altrui e, in quanto filosofia, quella violenta della distinzione, del giudizio per pazienza può soffermarsi, piegarsi, a volte per interesse, a volte per pietà.
Avendo abbandonato venti anni fa la speranza di poter vincere l'imbecillità, meno mi turba l'esito che la forma e le ipocrisie.
Esiste una generazione di pianisti – quelli degli anni trenta e quaranta – che non ci si fa scrupolo di chiamare 'sfortunati', sarebbe meglio definirli 'quasi afoni'. La musica, meno della politica, attira la pietà: fortunatamente non ha ricordo 'scritto'.
Mentre questa afonia senza ricordo di questi pianisti viene assunta come fisiologica nella storia della interpretazione, la nostra afonia da sconfitta viene schiacciata fra una generazione, quella dei padri, logorroica e sputtanata, e quella dei 'quasi figli', sillabica e a volte ruttante.
Ciò che non si è capito è che questa memoria della sconfitta che attiene a questa generazione è il vero ganglo per la costruzione di una comunità senza esclusione, il punto ineludibile di un transito di saperi e conoscenze che solo noi possiamo mediare, un'afonia pubblica che può essere spezzata solo nella ritessitura di saperi di transito, di pratiche e relazioni sull'orlo del precipizio che, nella nostra intensissima memoria biografica diventa, per la prima volta, politica, superando l'identificazione tra personale e politico, rifiutando l'auto-riconoscimento fra privato e pubblico, la proiezione immediata dell'intimo nella membrana trasparente del 'disponibile'.
Dove ancora la morte non rende afoni per sempre, esiste una spazio di ricostruzione, di transito e traduzione fra epoche. Riscrittura la chiamavamo: delle biografie e delle pratiche.
È sempre lì. Lo spazio - che è oggi il luogo della filosofia - attende la sua costruzione.
Dove più noi avevamo lavorato, più ci sembrava lavorassimo per costruire una sorta di transito, di possibile, alterato luogo di memoria dove riappropriarci, nel futuro, di ciò che di meglio il secolo dove siamo nati ci aveva insegnato.
In breve, e per lo meno adesso, al conto del panettiere i bruti numeri di debito ci si sono presentati con la violenza inaudita del già saputo.
Non è rimasto nulla. Non è rimasto se non la materia bruta su cui solo la violenza immemoriale della filosofia può intervenire per portare con sé. E nemmeno quella accademica vecchia o quella nuovo-brillante; in fondo, solo quella della pietà verso il tempo proprio e altrui e, in quanto filosofia, quella violenta della distinzione, del giudizio per pazienza può soffermarsi, piegarsi, a volte per interesse, a volte per pietà.
Avendo abbandonato venti anni fa la speranza di poter vincere l'imbecillità, meno mi turba l'esito che la forma e le ipocrisie.
Esiste una generazione di pianisti – quelli degli anni trenta e quaranta – che non ci si fa scrupolo di chiamare 'sfortunati', sarebbe meglio definirli 'quasi afoni'. La musica, meno della politica, attira la pietà: fortunatamente non ha ricordo 'scritto'.
Mentre questa afonia senza ricordo di questi pianisti viene assunta come fisiologica nella storia della interpretazione, la nostra afonia da sconfitta viene schiacciata fra una generazione, quella dei padri, logorroica e sputtanata, e quella dei 'quasi figli', sillabica e a volte ruttante.
Ciò che non si è capito è che questa memoria della sconfitta che attiene a questa generazione è il vero ganglo per la costruzione di una comunità senza esclusione, il punto ineludibile di un transito di saperi e conoscenze che solo noi possiamo mediare, un'afonia pubblica che può essere spezzata solo nella ritessitura di saperi di transito, di pratiche e relazioni sull'orlo del precipizio che, nella nostra intensissima memoria biografica diventa, per la prima volta, politica, superando l'identificazione tra personale e politico, rifiutando l'auto-riconoscimento fra privato e pubblico, la proiezione immediata dell'intimo nella membrana trasparente del 'disponibile'.
Dove ancora la morte non rende afoni per sempre, esiste una spazio di ricostruzione, di transito e traduzione fra epoche. Riscrittura la chiamavamo: delle biografie e delle pratiche.
È sempre lì. Lo spazio - che è oggi il luogo della filosofia - attende la sua costruzione.
