03.11.08 - Il futuro non è più quello di una volta
03.11.2008
Caro Emilio,
correvo verso Termini, giorni fa, col cuore in gola. Di sera. La sera della manifestazione e la sera dopo quella che ormai chiamiamo, e chiameremo per molti anni, “Piazza Navona”. Correvo col cuore in gola fino a quando non ho letto, su un muro di San Lorenzo, una scritta: “Il futuro non è più quello di una volta”. Rimango di sasso. Una frase semplice, tutto sommato, “normale”, leggibile. Ma tanto scarna, tanto ovvia quasi, da farmi rallentare fino a fermarmi. Mi richiamano, continuo a correre, fino al treno. Salgo. Come da molto non facevo partendo da Roma, senza alcuna voglia di andarmene. (Poi ti spiegherò di questa strana, riconquistata “pace” con Roma, una Roma ben più atroce e terrificante di quella in cui ho vissuto, una Roma ancora più mia, ancora più intima di quanto non lo fosse stata nel mio primo anno di università, la Roma dei miei amici ritrovati per sempre e la Roma, la stessa, santa e perduta insieme, di Bernhard). “Il futuro non è più quello di una volta”.
correvo verso Termini, giorni fa, col cuore in gola. Di sera. La sera della manifestazione e la sera dopo quella che ormai chiamiamo, e chiameremo per molti anni, “Piazza Navona”. Correvo col cuore in gola fino a quando non ho letto, su un muro di San Lorenzo, una scritta: “Il futuro non è più quello di una volta”. Rimango di sasso. Una frase semplice, tutto sommato, “normale”, leggibile. Ma tanto scarna, tanto ovvia quasi, da farmi rallentare fino a fermarmi. Mi richiamano, continuo a correre, fino al treno. Salgo. Come da molto non facevo partendo da Roma, senza alcuna voglia di andarmene. (Poi ti spiegherò di questa strana, riconquistata “pace” con Roma, una Roma ben più atroce e terrificante di quella in cui ho vissuto, una Roma ancora più mia, ancora più intima di quanto non lo fosse stata nel mio primo anno di università, la Roma dei miei amici ritrovati per sempre e la Roma, la stessa, santa e perduta insieme, di Bernhard). “Il futuro non è più quello di una volta”.

Scalo di San Lorenzo, Roma
Perché c’è una questione che bisogna pensare, adesso, sul serio. Le differenze tra le epoche ci siamo abituati a leggerle fin troppo come differenze tra i “presenti”, tra le costellazioni – di poteri, di immagini, di pensieri – che in un presente si intersecano, o tra i passati, le “tradizioni” che tutti questi “presenti” hanno “portato con sé”. A sinistra, dagli anni ’60 a ora, si sono pensati e giudicati le epoche, i movimenti, la politica, alla luce dei “presenti” e dei “passati”: come se l’agire politico si fosse dato alla luce del suo presente e del suo passato. Come se, lasciamelo dire, ciò che in fondo ha costituito uno dei nodi portanti del “movimento operaio moderno”, nelle Case del Popolo come nelle menti di Bloch, di Benjamin o di Taubes, la “croce” del pensiero della trasformazione, il pensiero del futuro, fosse stato abbandonato e rimosso progressivamente. Si legge l’agire politico come se l’accento che il “futuro” ha su di esso non esistesse. Si è avuto buon gioco nel descrivere questo fenomeno come “eterno presente” imposto dalla società dello spettacolo, e come perdita dell’utopia. L’uno e l’altro veri, peraltro, e parziali.
Il futuro è riapparso lì dove non lo si aspettava e la prima cosa, forse l’unica, che di esso si può dire è: è “diverso”. Anzi, quasi nostalgicamente, un mezzo epitaffio che strizza l’occhio all’ombra dietro l’angolo: “mie cari, ora davvero possiamo dire che quel futuro è scomparso”.
Certo, il futuro non è più quello di una volta. Quel futuro che ha permesso di agire, che ha orientato l’infondato agire del ’900 in un senso piuttosto che in un altro, quel futuro non esiste più. È questo, credimi, questa la fondamentale differenza con l’agire di altre generazioni, questo che rende a quanti sono nati prima degli anni ’80 così lontane, così diverse, estranee, le assemblee di questi giorni. La domanda cruciale che invece occorre porre non è “come agiscono”, ma cosa permette di agire così piuttosto che così. Come la tattica politica si innerva di un agire che rimanda a “qualcos’altro”….
Una cosa è vera: questa nuova generazione (in)disciplinata dalle chat o dai social network non ha una utopia: né quella dei grandi pensatori del ’900 né quella del povero fourierista piccoloborghese devastato da Dostoievskj nei Demoni. Né l’utopia che pretende di avere, che impone quasi a forza a se stesso chi fa politica oggi reggendosi sulle gambe di quando aveva venti anni in meno e si faceva politica in un altro modo. Ma non avere una utopia non è una disgrazia, ti assicuro, per chi non sa neanche cosa possa aver voluto dire, per le esistenze passate, la parola "utopica". Dalla distanza in cui mi trovo, adesso, sto riuscendo a mettere a fuoco “cosa” di quel tono mi urta, mi colpisce, nelle orecchie. È un tono che vortica tra la falsa modestia di chi, pur senza parlare, si sente comunque “cresciuto meglio”, la spocchia di chi si dice appartenere a un tempo "migliore" e il livore per essere arrivato tardi, troppo tardi sul luogo in cui le cose accadono. Manca oggi, nelle voci di quanti hanno fatto politica “prima” la serena lucidità, il distacco che diviene segreta, ancora più intima partecipazione. Sento invece, e lo avvertono benissimo, peraltro con beata indifferenza, quanti stanno facendo politica per la prima volta in questi giorni, questo malsano, disperato accanimento a farsi vedere o a sparire, diciamo, per “insufficienza di prove” su quanto sta accadendo…
Ti prego di perdonarmi il tono, ma visto l’intimità di questa scrittura, me lo consento: ciò che manca alle voci pubbliche, riconosciute, della “politica” di questi giorni, è una sorta di abbeccedario dell’ascolto. Ho la strana sensazione che questa distanza, questa abissale lontananza di cui ho parlato prima, diventi, rispetto alla politica del “giorno chiaro”, una cesura non rimarginabile, senza appello. E non, come tu sai, perché quelle voci vengano impedite, contestate, messe da parte… No. Tutto viene fatto passare, ascoltato, ora con più ora con meno intensità. E tutto sommato basta poco ad avere un applauso, se proprio lo si vuole. No. Tutto può stare dentro: il locale giovane amministratore del Pd e le sue contestazioni. I gruppi organizzati vengono applauditi, un giorno, e il giorno dopo fischiati: gli stessi che il giorno prima se ne vanno orgogliosi del loro consenso, il giorno dopo sbandano, disperati, senza capire. Tutto può stare dentro e tutto nella sostanziale indifferenza di chi, quelle assemblee, rende così imponenti. E senza che peraltro una voce possa mutare realmente, come ben sai, la forza o la direzione di un’assemblea.
Appunto. Siamo davanti al primo vero evento politico collettivo dopo Genova. Ciò davanti a cui sbandiamo è l’assenza di un senso preciso, di una direzione attraverso la quale si forma una “legittimità”. Come si forma la legittimità delle assemblee dell’Onda – nome che un quotidiano ha appiccicato addosso a questo “sollevarsi” di uomini e di donne -, attraverso quali strumenti, subdoli o pubblici, si legittimano le voci delle assemblee? Questa è la questione inevasa, ciò davanti a cui sbandano disperatamente i giornalisti come i poliziotti. Con chi parlare? Chi esprime davvero il “senso” di un intera forma di agire politico?
Si arriva alle caricature. “Gianfranco – mi fermano qualche giorno fa – bisogna dare dei contenuti fermi a questa protesta, una portata chiara”. “E chi ti assicura che questa chiarezza che tu cerchi già non ci sia?” rispondo, un po’ annoiato. Penso agli sfottò di Wittgenstein contro la metafisica: occorrerebbe altrettanta ironia contro le nuove metafisiche politiche che se ne vanno in giro con una giacchetta in verità troppo larga…
Chi ha conosciuto un’altra forma di agire politico, Emilio, mai come in questo momento rischia di porre semplicemente delle domande sbagliate. Sono altre forme di legittimazione, è un’altra forma-massa ciò che bisogna pensare, adesso. Un altro modo di fare massa e un altro modo di fare assemblea. Due errori da evitare: confondere l’incomprensione dei processi di legittimazione presente con la loro assenza e pensare che il “movimento” non abbia, letteralmente, “futuro”.
Ciò davanti a cui noi siamo ha una incontrovertibile "verità", Emilio. Ed è con questa verrità che bisognerà fare i conti, nei prossimi anni. Come sai, le metafore “politiche” della modernità devono tutto, o quasi, alla “fisica”. Il “movimento”, la “trasformazione” sono state pensate dalla metà del ’700 fino a Deleuze alla luce di uno spostamento “particellare”: la particella si muove dal punto A al punto B e diversamente non può fare una volta che un certo movimento le è stato impresso. La direzione è data, tutt’ora nei manuali dei nostri licei, da una freccia che ipotizza una diversità di posizioni della particella rispetto al fattore tempo. Fin qui, banalmente: la politica della “trasformazione” è stata pensata come una fisica newtoniana. La scomparsa dell’“utopia” ha costituito, in questo orizzonte, una vera patologia da apocalisse culturale: la “posizione” del “futuro” sul piano di un agire politico infondato si è ritrovata improvvisamente svuotata. Tale “svuotamento” è stato infine pensato come fine di qualunque pensiero e agire possibile della “trasformazione”.
Ora, inatteso, il nome di “futuro” riappare sui muri, come epitaffio incerto su un passato, senza quasi dire nulla “di nuovo”: ciò che ci rimane da dire è che la parola “futuro” occupa in questo senso semplicemente il “pensiero di una trasformazione” – una direzione. Ma ciò che ha veramente ceduto, Emilio, è l’orizzonte di una temporalità lineare su cui la politica moderna si è “pensata” come filosofia della rivoluzione. Il nuovo secolo si apre presentandoci un “comune” assembleare che impone di ripensare Marx attraverso Einstein, Matte Blanco e Deleuze. Il “futuro” non è “il” futuro, ma “un futuro”. Possibile. A questa ancora per molti non evidente alba di una nuova “fisica” della politica occorre avvicinarsi sapendo che in gioco è un intero "cosmo". Ciò che abbiamo davanti, mi sembra, è l’abissalità di una nuova tangenza, imprevista e legittimata attraverso un nuovo gioco di reciprocità, tra la circonferenza topografica dell’imago mundi e l’infinità della retta dell’ordo potentiae.

Il Pantheon, Roma
