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(E vedo insorgere un esercito di donne armate di altezzoso e orgogliosissimo femminismo, offese da tanta maschia insolenza). Alcune donne, specie quelle dedite a un certo intelligente militante engagement, tendono a non voler confessare, neppure a loro stesse, la sensualissima gioia della ‘superficialità cosmetica’ che raggiunge la sua massima espressione nel gesto più femmineo e di più assoluta carnalità: il rito-del-rossetto Il rito-del-rossetto è l’essenza stessa della cosmesi, così come la cosmesi è l’essenza stessa del cosmo, ché troppi dimenticano che per i greci κÏŒσμος e κÏŒσμÎσις significano essenzialmente, prima che “mondo”, bellezza, armonia, ornamento. E i greci non ‘chiacchieravano’, non dicevano nulla tanto per dire, ma in ogni loro discorso - logos è identità tra parola e pensiero, tra parola ed essere - tutto ha una limpidezza sillogistica e consequenziale. E se per loro l’essere si dà nella parola, lo stesso essere si dà in κÏŒσμος e κÏŒσμÎσις. E, quindi, Kruas ha detto una incantevole verità. E mi viene in mente Eschilo, ricordi da liceale s’intende, che magnificamente nelle Eumenidi usa κÏŒσμος a proposito dell’ornatus, dell’abitus delle Erinni (e quale immagine è più femmina di quella delle Erinni?). Insomma, era il ‘trucco’ delle Eumenidi, come dire: uso un lipstick della Guerlain o un gloss di YSL per perseguitare Oreste? E per tutta la grecità presocratica, filosofia pitagorica ed eraclitea specialmente, il cosmo e la cosmesi sono essenzialmente questa armonica bellezza, che nasce dalla sterminata radura del χάος, che si “orna” dell’esserci, bellezza che viola il nulla ed “esiste”, che si tocca, che si manifesta. Ma presto il cosmo diventa qualcos’altro, diventa un plasmato e poi un creato, che riceve ‘l’ornamento’ da altro, un ordo universalis e, quindi, universus (tralascio le considerazioni sul significato dell’uni-vertere latino, ché non son storica, né filosofa, ma stolta appassionata di cosmetici). E il cosmo come creato diventò tutt’al più manifestazione della grandezza divina, ove Christian Dior e Chanel non c’entrano alcunché. In breve, tutta colpa di Socrate! Pertanto, mi pare indubitabile - e già rintracciabile in qualche passo del “Crepuscolo degli idoli” di Nietzsche - che il mancato riconoscimento e la banalizzazione del valore di un rossetto sia riconducibile alla tradizione platonica prima e a quella cristiana poi. Tradizione che riduce il rito-del-rossetto a fenomenico uti apparent, negando che è invece consustanziale del sicuti sunt di donna, ovvero del noumeno femmineo. Ma seppure Nietzsche in parte riconosca questo, si ferma, come giustamente potremmo notare con Heidegger, a una visione riduttiva in cui l’appagamento-da-rossetto diventa semplice manifestazione della volontà di potenza e, quindi, espressione di quella ‘strumentalizzazione’ dove la sacralità del rito-del-rossetto è perduta, deprivata, in ultima analisi, del suo originario valore ontologico. Valore che i Sumeri e gli Egizi conoscevano benissimo, così come fino a un certo punto i Greci e i Romani, non solo come abbellimento, ma come rituale, gesto liturgico e solenne, ‘svelamento’ di una sacralità antica e primordiale, che ha una storia lunga cinquemila anni. E mi batto e rivendico codesto valore, io! O che forse Novalis non notò, sollevando il velo della dea Sais, il rosso purpureo delle sue labbra, seppure non lo disse espressamente? Il rito-del-rossetto è desiderio e se il desiderio è, come dice Hegel spinta all’azione, riconoscimento dell’Io autocosciente, è in esso che avviene l’affermazione rigeneratrice e dialettica del cosmico femmineo. Infatti, se si pone come desiderio di riconoscimento implica, naturalmente, un altro soggetto che riconosca e che desideri a sua volta, oggetto e soggetto di desiderio e, nello stesso tempo, metafora stessa del divenire della storia e della vita. E che sia chiaro: il rito-del-rossetto non è semplice esteriorità, assenza di Io, ma è ‘dissipazione’ di sé, una apertura dell’essere e, in quanto tale, comunicazione, linguaggio, ‘evento’. E questo evento si dà a ogni ingresso di una donna in profumeria, in ogni gesto davanti a un espositore. Un orizzonte di senso riconquistato, rintracciabile nell’aria stessa che si respira in una profumeria: avvolgente come una sottana di raso di seta, fresca e morbida, liscia fino alla cremosità, o come uno shantung rigido, apparentemente grezzo, ma sensuale. Il filo d’Arianna di questo ‘svelamento’ è d’argento, talvolta dorato, tal’altra di strass, spesso corposamente kitsch. Straordinario amalgama di pigmenti brillanti, oli e cera, che veste le labbra, che informa, che parla, che dichiara, che avvisa o minaccia. E’ un linguaggio prelogico. Lo puoi adattare al blush o al foulard, non importa, lo puoi scegliere tra infinite tonalità e pastosità, ti puoi perdere nei giochi con le matite e ne puoi sovrapporre due o tre, per ottenere un colore incomparabile. Non importa come usarlo, l’importante è smettere di non usarlo. Il rito-del-rossetto ha la libertà di dire nel silenzio, è un evento ‘epocale’ nella vita di una donna, è il primato del presente sul futuro. E’ il limite sempre spostato in avanti e mai raggiunto, certo sarà sempre un infinito imperfetto e mai, per carità, mai fidarsi di quelli “indelebili”, seccano le labbra e perdono vivacità, rappresentano una meta ideale indecente. Avere un rossetto in borsa sempre e comunque, perché il rito-del-rossetto è continua attività ideatrice, giammai atto compiuto, ma agente, atto gentiliano, streben, la sua forza sta nell’attività creatrice di perfezionamento. Il rito-del-rossetto come emblema della vita activa di una donna, come infinita possibilità di sfumature esistenziali, come attesa dell’inatteso, giacché una donna capace di darsi alla ‘superficialità cosmetica’, senza remore e pregiudizi, “è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile”. E chi giudica tutto ciò massimamente insulso non ha capito che il rito-del-rossetto è un’arte della quale ogni donna dev’esser maestra e artista, poiché solo lei “sa fare della soluzione un enigma”. E guai a leggere in ciò “potere alle donne”, ché potere è sostantivo maschile e ogni donna farebbe cosa gradita a se stessa se si scrollasse di dosso l’ambizione di voler diventare come un qualunque potente impegnato cretino. ** Musica colta a Firenze Torno al Teatro Comunale di Firenze dopo alcuni mesi dall’ultimo concerto visto. Una ottava di Beethoven mediocre e un’ Incompiuta di Schubert che avrebbe preferito non essere mai iniziata. I ricordi non promettono mai bene. Questa volta si tratta di un concerto per piano solo. Ryuichi Sakamoto, che torna in Italia per presentare il nuovo album “Playing the piano”. Due pianoforti gran coda posti uno davanti all’altro che neanche le sorelle Labeque. Sakamoto ne suona uno solo(già difficile quello) l’altro viene comandato elettronicamente “in contrappunto”(indicano le note del programma di sala) con le note suonate dal musicista giapponese. Atmosfera da grande evento, già benedetto sui giornali come “concerto più innovativo dell’anno”, gran spolvero di splendide connazionali del musicista che per l’occasione hanno svuotato i negozi più chic di Firenze, e di appassionati di “musica d’avanguardia” (sento dire nel foyer del teatro da un elegantone finto-trasandato con capelli lunghi e grigi da pensatore profondo). Sono da sempre un ascoltatore attento della musica di Sakamoto. Lo considero un abile intrattenitore. Sin dai tempi della Yellow Magic Orchestra di cui era il leader, mi era piaciuto il tentativo di miscelare le obbligate radici orientali con l’electro pop europeo. Poi la svolta, le colonne sonore: Furyio, con la celeberrima Forbidden colors, la collaborazione con “Bernarda Bertolucci” per Ultimo Imperatore e Piccolo Budda, e il conseguente Oscar, che lo avevano proiettato tra le star internazionali di un certo tipo di musica colta. Reputazione confermata con lavori sia per solo piano che per orchestra, con adeguate e calcolate svolte elettroniche, dove a farla da padrone erano e sono scelte autoriali alquanto furbe. Il tutto confermato nella serata di giovedì scorso al Comunale. Inizio con un brano ovattato e ripetitivo, avvolto da un astuto tappeto elettronico che fa da colonna sonora a immagini e scritte ecologiste che scorrono sul grande schermo sponsorizzato dalla Audi(!) Brano splendido se non fosse che sono passati più di trenta anni da quando gente come Glass, Steve Reich o Terry Riley scriveva queste cose. Secondo brano in chiaro stile finto-debussyano e qua è quasi passato un secolo. Poi inizia il “contrappunto” con l’altro pianoforte. Il musicista giapponese pizzica le corde del piano creando un effetto rumoristico, alternato al piano comandato elettronicamente. John Cage torna tra noi, in peggio e con quel nonsoché di ri-sentito. Grandi applausi del pubblico che non aspetta neanche che il brano sia finito. E’ musica colta, va applaudita. Fortuna che l’autore include anche i suoi cavalli di battaglia, come i già citati brani tratti da Furyo, Ultimo Imperatore e Tè ne deserto. Gioia del pubblico che si scioglie in sospiri. Ora voglio dire: mi sono divertito, in fondo è stato un bel concerto e Sakamoto ha dimostrato anche un certo qual tocco sulla tastiera, ma resta per me un abile musicista pop che ha creato un suo rispettabilissimo universo musicale, rivedendolo come frutto di una straziante e solitaria ricerca d’avanguardia. Non è così: sono musiche che pescano dalla grande tradizione americana e inglese del minimalismo (tanto per dargli un nome) e in alcuni brani di precedenti lavori (Chasm), con voci registrate e sovrapposte, quasi si rasenta il plagio (Reich su tutti). Nei brani più intimisti si sente chiaramente il voler semplificare la lezione di Debussy usandone solo i colori e le tonalità che colpiscono l’immediato. Insomma: bene Sakamoto ma la smetta con questa aria da grande musicista contemporaneo immerso nella lezione di antichi maestri che si guarda bene dal citare, come se tutto fosse farina del suo sacco. Modestia e citazione delle fonti ne farebbero un più simpatico intrattenitore, certamente raffinato, ma sempre immerso nel business della finta musica colta a una sola tonalità che fa sentire tanto intelligenti chi la ascolta. Il giorno dopo mi hanno detto che nella scaletta era incluso Bach. Non me ne sono accorto. ** 1989-2009: venti anni. La tessitura della parola politica di cui si nutriva venti anni fa il mio sguardo e quello di quei pochi che da allora e sino ad oggi hanno traversato questo radicale trapasso di secolo, quella tessitura è rimasta impigliata in gangli di tempo la cui profondità e fecondità non possiamo essere noi a giudicare. Con gentilezza, quella che attiene agli sconfitti, in questi venti anni abbiamo provato a farla passare in una sintassi volgare – perchè per noi è volgare. Con un'intensità fuori dal comune, tutta la mia generazione, le punte migliori, ha lavorato, ognuno secondo la propria vocazione, ad una ritessitura prima del vocabolario, poi di una coniugazione comune di una tradizione che non vuole passare e che avevamo pensato di potere fare 'passare con noi', portare con noi per innovarla. Le punte migliori della mia generazione, chi in solitudine chi in pubblico, chi in politica chi nel lavorio silente della scrittura o dell'interrogazione, è diventata 'grande' con la speranza di potere dire, di nuovo, cose grandi. Era per noi grande, innanzitutto, il pensare la nostra vita, la nostra semplice esistenza, dopo Chernobyl, legata alle scelte degli altri; e quelle degli altri alle nostre. Come evidente ci sembrava quanto la politica dovesse riconoscere all'irruzione soggettiva, liberamente altra ed autonoma delle donne nella politica, non solo una parte minoritaria e tollerata, quanto una forza cruciale e decisiva per rinnovare, ed anche abbattere, le regole formali e neutre della rappresentanza. Una forza di genere che riuscisse a rimettere in gioco, a partire da se stessi, lo sguardo freddo e immoto di una sinistra lontana dalle domande che venivano dal quotidiano, dal tempo, dal tempo della vita come dal tempo della sfera pubblica. Dal privato come nuovo luogo di interrogazione di genere, pratica che irrompesse nel pubblico e mettesse a nudo le ipocrisie come forme di potere, la sessualità come possibile forma di dominio, la relazione ed il racconto come forma di ridislocazione e depotenziamento della violenza. Dove più noi avevamo lavorato, più ci sembrava lavorassimo per costruire una sorta di transito, di possibile, alterato luogo di memoria dove riappropriarci, nel futuro, di ciò che di meglio il secolo dove siamo nati ci aveva insegnato. In breve, e per lo meno adesso, al conto del panettiere i bruti numeri di debito ci si sono presentati con la violenza inaudita del già saputo. Non è rimasto nulla. Non è rimasto se non la materia bruta su cui solo la violenza immemoriale della filosofia può intervenire per portare con sé. E nemmeno quella accademica vecchia o quella nuovo-brillante; in fondo, solo quella della pietà verso il tempo proprio e altrui e, in quanto filosofia, quella violenta della distinzione, del giudizio per pazienza può soffermarsi, piegarsi, a volte per interesse, a volte per pietà. Avendo abbandonato venti anni fa la speranza di poter vincere l'imbecillità, meno mi turba l'esito che la forma e le ipocrisie. Esiste una generazione di pianisti – quelli degli anni trenta e quaranta – che non ci si fa scrupolo di chiamare 'sfortunati', sarebbe meglio definirli 'quasi afoni'. La musica, meno della politica, attira la pietà: fortunatamente non ha ricordo 'scritto'. Mentre questa afonia senza ricordo di questi pianisti viene assunta come fisiologica nella storia della interpretazione, la nostra afonia da sconfitta viene schiacciata fra una generazione, quella dei padri, logorroica e sputtanata, e quella dei 'quasi figli', sillabica e a volte ruttante. Ciò che non si è capito è che questa memoria della sconfitta che attiene a questa generazione è il vero ganglo per la costruzione di una comunità senza esclusione, il punto ineludibile di un transito di saperi e conoscenze che solo noi possiamo mediare, un'afonia pubblica che può essere spezzata solo nella ritessitura di saperi di transito, di pratiche e relazioni sull'orlo del precipizio che, nella nostra intensissima memoria biografica diventa, per la prima volta, politica, superando l'identificazione tra personale e politico, rifiutando l'auto-riconoscimento fra privato e pubblico, la proiezione immediata dell'intimo nella membrana trasparente del 'disponibile'. Dove ancora la morte non rende afoni per sempre, esiste una spazio di ricostruzione, di transito e traduzione fra epoche. Riscrittura la chiamavamo: delle biografie e delle pratiche. È sempre lì. Lo spazio - che è oggi il luogo della filosofia - attende la sua costruzione. (13.11.09 - millepiani) *** An-archia L'an-archia è il pensiero politico più gravido di futuro. Esso assume, in sè, la liquidazione definitiva degli istituti di rappresentanza e, insieme, il loro essere sbeffeggiati ad ogni passaggio. Non mi soffermo sulla pietà. La politica deve essere fredda e, insieme, caldissima. Con più grande attenzione ci rivolgiamo, da questo luogo-esperimento, alla potenza dell'auto-rappresentanza. *** dedica, filosofia e scrittura La prima volta nella mia vita che ho aperto il primo testo di filosofia, pur non facendo mai, nemmeno ora, nessuna promessa, mi sono ripromesso solo una cosa. Non avendo davanti la differenza che esiste tra la 'verità' e la 'verità che si dice', mi sono ripromesso di dire sempre, in ogni occasione, la verità. Questa promessa non è una promessa che tocca le 'onde della vita' per come determinano il nostro tempo. E per come ne sono determinate. In questo, si sappia per lo meno quello che penso, nessuno può vantare coerenze: sarebbe stato ucciso da infante. Prima di uccidere. È una promessa che ho fatto di fronte un testo di filosofia che, tecnicamente, non lo era: era una lettera. So di potere scrivere delle lettere bellissime. Lo so non solo perchè me lo hanno detto tutte le volte che le ho scritte, e perchè è vero, ma perchè, per me, è l'unica maniera di unire due verità: quella in cui sto, quella dell'interrogazione filosofica, e quella da cui sfuggo, come tutte le donne e gli uomini di questo mondo. Per salvarmi. Quella del tempo. Quando 'mi' sono fatto questa promessa - è come se fosse oggi - non avevo pensato a questa differenza, ero molto giovane. Non avevo pensato che 'quel' testo fosse una lettera. C'ho pensato molto dopo. È solo in questo senso che, per me, la dedica ha assunto un'importanza capitale nel mio 'lavoro' filosofico. Capitale proprio perchè, dopo aver letto quella lettera e aver fatto quella promessa, io non so scrivere un solo rigo di filosofia senza dedicarlo. In questo senso, hanno ricevuto lettere chi ha rifutato le mie lettere, chi mi ha risposto, chi ha tentato di rispondermi continuando a pensare in solitudine, chi mi ha amato senza ripetere le mie parole, chi mi ha odiato proprio per quelle parole, chi mi ha totalmente ignorato o totalmenete abbattuto - così credeva, maschio -, chi mi ha rimproverato di dividere due verità che sarebbero, in verità, o solo una o nulla. Hanno ricevuto lettere significa che hanno ricevuto dediche. Dediche che potevano trovare nelle righe di quello che scrivevo. Solo Caterina Resta, ordinaria di Filosofia Teoretica all'Univerità degli Studi di Messina, mi ha revocato la 'possibilità' della dedica. In questo senso rappresenta l'unica eccezione che ho incontrato nella mia vita. Doppia eccezione, essendo filosofa che si occupa di Derrida. E che scrive sulla dedica. Come ogni interdetto, l'interdetto della dedica può essere riconosciuto negandololo: "Io dedico a qualcuno che mi ha revocato la 'possibilità' della dedica". Questo poichè esistono alcuni fondamentali della dedica che si inscrivono nello stesso statuto della scrittura. La possibilità di dedicare le ultime parole prima della propria morte al proprio carnefice, ricordandogli che lui è un carnefice, è, in questo senso, il caso più esemplificativo ed incontestabile: "Ti dedico le mie ultime parole per ricordarti che tu, per me, sei il mio carnefice". Cioè: ogni interdetto - o il suo maleficio - può essere sempre revocato. Il De Mauro definisce infatti l'interdetto una "sanzione punitiva con cui si vieta la celebrazione pubblica dei riti sacri in alcuni luoghi o si priva qcn. del godimento di determinati diritti spirituali, senza però escluderlo dalla comunità ecclesiale". Proprio per la non esclusione dalla comunità, l'interdetto che revoca il diritto di dedica non impedisce, in privato, di dedicare. E, comunque, non esclude la pratica della dedica in tutti quei luoghi in cui l'interdetto - spostandosi dal territorio dell'interdizione a quello del 'potere' dove l'interdizione è riconosciuta vigente - rivendica altri luoghi. In particolare, la violazione dell'interdizione della dedica punta a rendere laico quel 'maleficio' che cammina insieme all'interdizione della dedica, quel maleficio, cioè, che pretende di essere irrevocabile proprio per il carattere personale della dedica. In questo senso, al contrario di ciò che ogni maleficio o interdizione pretenderebbe implicare, la dedica sta in testa ad ogni lettera e mai collocata nel suo finale ["E, dunque, ti maledico (e/o) ti vieto di..."], proprio per il suo carattere irrevocabile da nessuno, compreso il dedicatario, la dedicataria. Essa, la dedica, è, appunto, un senso irrevocabile della scrittura, che non si dà o non si toglie, ma che si mostra, e si dichiara 'in primis', a partire da quello che si vorrebbe scrivere. La dedica è il senso di quello che si vuole scrivere, senza saperlo già. Solo per questo, l'inderdetto della dedica coincide con un 'maleficio'. E cioè con la vocazione a potere dichiarare chiuso ogni spazio della parola. Proprio per quello che il De Mauro dichiara essere un 'interdetto', la revoca della dedica coincide precisamente con una maleficio: dove il 'fare-male', per dirla banalmente, coincide con un desiderio, non dichiarato ma rivolto e scritto, oserei dire 'dedicato', di restrizione dello spazio in cui la scrittura può esprimersi. La revoca di possibilità della dedica è un maleficio poichè tende a determinare, a cartografare in riduzione, a ridurre, limitare, marginalizzare, a volte per elimiare definitivamente, quello spazio d'espressione incontrollabile che non sta dentro la 'comunità' della scrittura' accettata o accetabile (quando la dedica, invece, è, di per sè, senza possibilità di rifiuto). La frase 'Io ti amo', infatti, non è una dedica, non rientra all'interno delle dediche possibili, è una dichiarazione. Possiamo scontrarci nel definirla un performativo - anche espressivo - o sulla sua revoca definitiva. Ma nessuno sarebbe d'accordo nel definirla 'una dedica'. Al contrario del 'maleficio' della revoca della possibilità di dedica, è una frase che apre uno spazio, che apre lo spazio, uno spazio, fosse anche di rifiuto. Uno spazio per dire. Ecco, e per dirla in termini filosofici: io credo che tutto lo spazio che la scrittura di Derrida ha aperto attiene più alla questione della possibilità di accogliere la frase 'Io ti amo' che a quella di accogliere la frase 'Io ti dedico'. (anche se "Le toucher, Jean-Luc Nancy" contraddice quello che sto dicendo; ma ci tornerò, certo che ci tornerò). Nella prima, quello che è in gioco è precisamente la questione di un'eterologia possibile; nella seconda, invece, la questione che si apre è quella di una democrazia impossibile. Mentre nella frase 'Io ti amo' - che è una frase che si dice 'in ogni caso', o non si dice, e che si 'deve' dire nel momento dell'amore, di qualsiasi amore, anche quello più 'solo', la questione è, davvero, la questione di una comunità impossibile, quella di cui parla Musil nella seconda parte dell' 'Uomo' -, nella questione della dedica si gioca un'altra 'eterologia', che non attiene più a un sì o a un no, ma ad uno spazio che si apre nella scrittura. Anche nella scrittura dell'amore. Mentre, in questo senso, un'eterologia della frase 'Io ti amo' sarebbe forse possibile, sarebbe forse impossibile, come forse lo è - per questo è un maleficio la sua 'revoca' - un'eterologia della frase 'A te che...'. Dove per eterologia si intende, molto semplicemente, una logica della scrittura in cui l'altro vive senza dire di sì, in cui parla anche tacendo, in cui, come diceva precisamente Bataille, "[...] non l'amore è il governo, ma lo spazio della scrittura che lo fa diventare 'un'amicizia' ".- (26.03.07 - millepiani) I "MILLEPIANI" Rizoma (introduzione) 1914: Uno solo o molti lupi? 10.000 a.C.: La geologia delle morali (Cosa ne pensa la Terra ?) 20 novembre 1923: Postulati della linguistica 587 a.C.-70 d.C.: Su alcuni regimi di segni 28 novembre 1947: Come farsi un corpo senza organi ? Anno Zero, Viseità 1874: Tre novelle, o "che succede ?" 1933: Micropolitica e Segmentarietà 1730: Il divenire-intenso, divenire-animale, divenire-imprecettibile... 1837: Sul ritornello 1227: Trattato sulla nomadologia; la macchina da guerra 7000 a.C.: Apparato di cattura 1440: Il liscio e lo striato Conclusione. Regole concrete e macchine astratte |