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Home di Millepiani 2.0 - Scrivi o commenta i rizomi
Nuovi rizomi
06.05.08 - luce / buio V - I “mostri” della Bassa Austria *
06.05.08 - luce / buio VI - Qualcosa accade *
06.05.08 - luce / buio IV - Note a margine sulle Variazioni Goldberg *
06.05.08 - luce / buio III - Note a margine della fine del tempo *
09.05.08 - Un vomito che diventa riso... *
20.05.08 - Erotiche, eretiche, isteriche - Le radici dell'iconografia manicomiale e l'antipsichiatria *
Madrid - Se tutoyer avec les statues - 28.03.08 *
Paìs invisible
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| millepianiLa struttura grafica a rizomi - Come funziona Millepiani.net 2.0 - Millepiani 2.0: lo stato dell'arte e il suo sviluppo * La speranza ελπίδα esperanza [gf 29.06.08] *** Cara a cara con el cataclismo: l'Italia vista da fuori [14.06.08] Hay algo tan agonístico en los italianos que de forma asidua convierten los partidos en un drama. Como si necesitaran imponerse una penitencia para activarse. No conciben el juego de forma placentera, sino como un puro sufrimiento y hasta destilan mayor naturalidad cuando prevalece el tormento a su alrededor, cuando se balancean en el precipicio. Así es Italia, capaz de regalar un gol, fallar unos cuantos y sobrevivir con un penalti en contra a falta de diez minutos tras un angustioso duelo con una meritoria Rumania, resistente en sus duelos con los últimos finalistas del Mundial. Italia estuvo tan cerca de la victoria como de la derrota, y el empate le deja pendiente del resto de equipos del grupo. Una situación en la que si alguien es capaz de sacar provecho esa es Italia. No sería la primera vez que la azzurra sale del coma de forma exitosa. Ya no se trata del estilo de juego, cuestión intrascendente en el calcio, cautivo de un modelo que se niega a revisar, sino de un puro ejercicio de supervivencia. No hay equipo más inquietante que la Italia que se culpabiliza de haber flirteado con el cataclismo. [...] Italia, en pleno calvario por la premura del tiempo, llegó a estar a un
milímetro del gol. No lo consiguió y ahora está a un centímetro de la
eliminación. Fútbol no le sobra para la remontada, para el milagro más
bien. Pero en el barro siempre encuentra remedio. Italia necesita una
cruz para resucitar. Ya la tiene. [José Samano, da Italia dramatiza , 14.06.08] Vi è qualcosa di talmente agonistico negli italiani da far sì che trasformano sovente le partite in un dramma. Come se avessero necessità di imporre a se stessi una penitenza per attivarsi. Non concepiscono il gioco come un semplice piacere, ma come un puro soffrire e perciò stillano più naturalezza quando prevale intorno a loro il tormento, quando oscillano sul precipizio. Così è l’Italia, capace di regalare un gol, di fallirne una serie e di sopravvivere con un rigore contro a dieci minuti dalla fine dopo un angosciante duello con una meritoria Romania, capace di resistere nei suoi duelli con gli ultimi finalisti del Mondiale. L’Italia è stata tanto vicina alla vittoria come alla sconfitta, e il pareggio la lascia in attesa delle altre squadre del gruppo. Una situazione nella quale se c’è qualcuno capace di approfittarne, questa è l’Italia. Non sarebbe la prima volta che la squadra azzurra esce dal coma in ottima forma. E non si tratta neanche dello stile di gioco, faccenda banale nel calcio, prigioniero com’è di un modello restio ad una revisione, quanto di un puro esercizio di sopravvivenza. Non vi è squadra più inquietante di un’Italia che si colpevolizza per aver flirtato con il cataclisma. L’Italia, in pieno calvario nella corsa contro il tempo, è arrivata a un millimetro dal gol. Non lo ha fatto, e adesso è a un centimetro dall’eliminazione. Il calcio non lo domina con la rimonta, quanto piuttosto con il miracolo. Ma nel fango sempre trova rimedio. L’Italia ha bisogno di una croce per risorgere. Ora ce l’ha. [traduzione di gf] *** FAVOLE [di millepiani, in A Pinokkio Bloody Binary Story] [ripubbl. per te da gf 13.06.08] T'avrei, e se fuggissi Tornerò- sbrigati però, preparati,
*** TORO ENFADADO o UNA PASION POLITICA [gf 05.06.08] ![]() [in prima fila, atterrito, l'ex sindaco di Madrid Alvarez del Manzano, Partido Popular - foto: www.20minutos.es] *** Lettera alle compagne e ai compagni sul Congresso e sul Partito - Il loro Congresso - [3] [gf Messina / Pisa 06.05.08] “…il mio resoconto è lì solo per estinguere ciò che in esso viene descritto” Th. Bernhard, Estinzione Care compagne e cari compagni, a distanza ormai di poche settimane dalla convocazione dei congressi di circolo di Rifondazione, voglio comunicarvi la posizione che assumerò nei prossimi giorni. So di doverlo alle persone che hanno condiviso con me questi difficili mesi, a quanti hanno trovato, o ritrovato, nel circolo di Pisa Centro un luogo da cui far partire, o nel quale riattivare, il proprio percorso politico. Lo devo a me stesso: e lo faccio, non lo nascondo, con grande disagio. Un disagio al limite dell’afasia. Sciolgo, in tal modo, quella personale riserva che mi ha consentito, in questi giorni, di riflettere sulla mia intensa attività di questi mesi all’interno del partito, ma, soprattutto, sulla sua prospettiva futura, sul senso stesso del mio agire politico dentro Rifondazione, agire che continuo ad avvertire, e pensare, ancora più urgente e necessario. Adesso. Sono ritornato a fare politica attiva, dentro Rifondazione, iscrivendomi al circolo di Pisa Centro, sull’onda di un progetto preciso, e condiviso, tra parecchi non detti, anche nella stessa Rifondazione, ma soprattutto tra quante e quanti in questi anni non sono riusciti a condividere il percorso di questo partito, pur seguendolo a distanza e pur avvertendo l’urgenza di fuoriuscire dall’impasse al quale questo percorso inchiodava non solo il partito ma tutta la “sinistra radicale”, oggi l’unica sinistra, di questo Paese. È questa “voce”, questa urgenza che io ho portato con me nell’atto di prendere la tessera. A questa urgenza, e ad essa sola, mi sento dunque di dover rispondere. Da non comunista, quale ero, sono e rimango, iscritto ad un partito che ha continuato ad intendere l’orizzonte della propria attività come segnato dalla necessità di una “rifondazione del comunismo”, ho creduto e credo tuttora nella necessità di una forza politica radicata sul territorio e nei luoghi di conflitto, una forza capace però di sperimentare una politica “polimorfa”, dotata cioè di quegli strumenti e di quelle capacità in grado di agire, in modo alternativo ed efficace, sui diversi terreni nei quali agiscono e si dispongono i poteri metamorfici e poliedrici che caratterizzano il difficile crinale di questo estremo lembo di modernità. Una forza politica in grado di convogliare e rappresentare, ma innanzitutto di auscultare, le istanze che giungono dai “mondi” oppressi, dai luoghi nei quali il conflitto si esplica. Una forza che sappia incidere, anche culturalmente, nelle scelte collettive e sia però altrettanto consapevole dei limiti entro cui la società dello spettacolo condanna una parte della sua azione. Una grande, nuova topografia di tutti questi “luoghi”, in qualche modo tentata, occorre riconoscerlo, quando si è ampliato il discorso politico di Rifondazione alle sollecitazioni provenienti dallo sviluppo di nuove forme di dominio, dall’evoluzione dei rapporti affettivi, da nuove possibilità tecnologiche, e dalla permanenza, con punte di nuova barbarie, della “questione di genere”, questa topografia, primo atto della messa a punta di strumenti in grado di produrre resistenze sui diversi livelli, sarebbe dovuta essere, dovrà essere, la continua premura di questa forza. Ed è questa premura che, io credo, debba permanere tra di noi in un momento politico come quello attuale. Non credo davvero, quindi, che il “partito leggero” che qualcuno pure ha immaginato e perseguito nei mesi scorsi, e che ancora si arrischia a pretendere come l’unica possibile risposta alla liquefazione della rappresentanza moderna, così come un partito solo mediatico, potesse, e possa, rispondere a tali complesse necessità. A fronte del risultato elettorale, che in altra sede abbiamo avuto modo, insieme, di analizzare e commentare, ritengo che riproporre il progetto della Sinistra Arcobaleno, per come è stato concepito e condotto, non possa che essere considerato del tutto miope e controproducente: “avanti con chi ci sta” è per quanto mi riguarda una struttura proposizionale, radicata nella storia intera di questo partito, che suona però adesso come un insulto alla mia intelligenza politica. Ad un nuovo percorso dunque, ad un nuovo progetto, condiviso e partecipato, occorre invece, adesso, avvicinarci. In particolare, il 3% delle politiche deve essere considerato come il punto d’arrivo, l’esito naturale, ovvio per quanto imprevisto – da tutti/e, in questi termini, anche questo un dato non irrilevante su cui riflettere – di tutta una serie di scelte errate, se non addirittura paradossali, compiute negli ultimi anni non soltanto dalla dirigenza, ma dal partito nel suo complesso. Primo tra tutti gli errori quello di aver perseguito, come mai era accaduto nel passato, la devastazione delle strutture territoriali. Primo tra tutti i paradossi quello di scindere in maniera così grossolana e pericolosa, per la nostra stessa tenuta, il “linguaggio”, le “parole” – democrazia partecipata era una di queste – dalla effettiva pratica politica. Errori e paradossi che, ricordo, rilevai già confusamente, mi piace ricordarlo, quando cominciavo la mia esperienza politica dentro il partito in quelle vere e proprie anticipazioni di “Genova” che furono il tentativo del movimento italiano di giungere a Nizza per protestare contro la firma della Carta dei diritti dell’Unione, – era il dicembre 2000 e io avevo diciannove anni - tentativo bloccato dalla polizia nella stazione e nelle strade di Ventimiglia, e, appena una settimana dopo, durante la protesta contro la visita di Georg Haider in Vaticano. Di appena qualche mese successivo, dopo “Genova” e dopo gli attentati di New York, l’inizio del mio percorso nella federazione pisana, nel circolo universitario, percorso intrecciato a quelli che conducevo nel mondo associazionistico e universitario di questa città. Lo stesso percorso che mi ha condotto del resto a conoscere molte, molti di voi e che, già allora, mi rendeva insofferente verso una certa “logica” della politica e dei rapporti di potere che albergava dentro Rifondazione (mi spiace aver dovuto recentemente udire, per bocca di Ramon Mantovani, che a questa logica si ridurrebbe, tout court, addirittura la politica). Vi confesso che ho dovuto fare i conti, in questi giorni, con una istintiva viscerale difficoltà che mi impediva di leggere i documenti congressuali. Ritrazione che solo grazie alla pressione di persone esterne al partito ho potuto superare: in nessuno di tali documenti, davvero, posso dire di riconoscermi. Ma il mio disagio, ben più grave dunque, è di non riconoscermi nello stesso dispositivo che per il confronto è stato scelto, e in un momento come questo. Dispositivo, quello del “congresso a mozioni”, del tutto autistico, interno alla stessa esperienza politica di Rifondazione, che ha nelle lacerazioni, anche personali, di un ceto dirigente fino a ieri concorde il proprio principale movente, ma che gravi danni, forse irreparabili, rischia di produrre nelle possibilità di rappresentare quante e quanti guardano Rifondazione dall’esterno: i non iscritti e quel mondo associativo e sindacale, quel mondo davvero ancorato ai conflitti e alla società, che disperatamente chiede oggi una sponda fatta di strutture e di capacità rappresentative. Quel mondo sul quale, dal giorno immediatamente successivo alla proclamazione della nuova maggioranza congressuale, il partito dovrà puntare tutto per costruire le stesse premesse della propria esistenza. Care compagne e cari compagni, so di non essere il solo ad avvertire questo disagio. So di condividerlo con molte e molti di voi e in particolare con chi si è iscritto/a dopo la sconfitta elettorale, forse scegliendo per la prima volta in vita sua di prendere una tessera di partito, e non certo, lasciatemelo dire, per partecipare a una discussione di questo livello. Un grande disagio che riconosco come politico quindi, senza per questo confondere pubblicamente - come pure qualcuno ha recentemente fatto dalle pagine del quotidiano Liberazione – il piano dei “dolori” privati con quello dei “dolori” politici: essere consapevoli che le sfere si intersechino, come in me si sono intersecate in questi mesi, è un atto di trasparenza personale. Renderlo pubblico può divenire una banalità. Farne uno strumento di attacco o di difesa, in politiciis, è francamente imperdonabile. Avverto dunque un disagio personale e psicologico ad entrare in un campo di battaglia che a mio avviso si riduce ad una semplice messa in scena pantomimica che, oltretutto, rischiando di distruggere davvero ogni rapporto ormai esiguo tra questo partito e la sua “forbice di consenso”, di nessuna utilità risulta, e noi stessi ne siamo testimoni consapevoli, alla definizione di una nuova opposizione di sinistra in questo Paese e alla costituzione di una forza politica, si chiami o meno Rifondazione Comunista, davvero in grado di fungere da aggregatore di una nuova azione. Ritengo che chi fa politica debba attraversare i luoghi che gli sono messi davanti, per come sa e come può. Che ancora più importante sia però, in alcuni passaggi, misurare davvero, pubblicamente, la distanza tra il proprio percorso e i luoghi che si attraversano. In verità. L’imbarbarimento della discussione precongressuale dentro Rifondazione non è altro, a mio avviso, che un’ulteriore sintomo di quella degenerazione civile, per non dire antropologica, in atto in questo Paese: degenerazione a cui, evidentemente, un partito politico non può risultare immune. Misurare la mia distanza personale rispetto a questo luogo politico significa prospettare al partito un altro luogo possibile e, in verità, appunto, indicare il rischio, l’esposizione al fallimento che esso drammaticamente corre. Significa connettere un disagio personale ad una urgenza politica: è quest’ultima che scelgo di sottoporre, nonostante tutto, alla discussione congressuale. Un congresso strutturato attraverso quelle logiche vecchie e desuete che hanno fin qui caratterizzato la storia di Rifondazione, storia che solo tangentemente ho attraversato e verso la quale la mia formazione non mi obbliga certamente a contrarre alcun debito di riconoscenza. Mi ritengo quindi da tali logiche, che pure comprendo e alle quali in passato ho avuto la fortuna, anche generazionale, di sottrarmi, del tutto sgombro: di tali logiche perverse, alle quali pure non avrei difficoltà a sottopormi se fosse in gioco qualcosa di talmente sostanziale da renderne urgente la pratica, non riesco, leggendo appena i titoli dei giornali ogni mattina, ad avvertire la connessione con la fase politica del Paese o, se più vi piace, con lo stesso “compito storico” del partito in un momento come quello attuale. Di tali logiche perverse, e della radicale incapacità di superarle da parte degli uomini e delle donne di questo partito, soprattutto dopo un disastro come quello avvenuto, il VII Congresso è figlio. Di altre logiche, nate su pratiche politiche e intellettuali esterne all’esperienza di Rifondazione, è figlio il mio agire politico. Queste altre logiche, con speranza, con passione, ho messo nei mesi scorsi a disposizione del partito: e con queste logiche altre concepisco la mia attività al suo interno. Sarebbe un bene, questo penso, che tutte e tutti noi ci confrontassimo a partire dalle posizioni che realmente abbiamo senza avere su di noi la pistola puntata da una militarizzazione coatta come quella che si sta compiendo in questi giorni in tutti i circoli. E tanto mi basterebbe, care compagne e cari compagni, per rifiutare il mio appoggio a quante e quanti hanno in queste settimane con più forza premuto per tale soffocante militarizzazione: non necessaria, inutile, priva di sbocco. È invece la costruzione di argini, culturali e politici, indispensabili ora per dare un futuro alla sinistra, il senso profondo del mio lavoro politico, l’ossatura della mia attività, dei mesi scorsi e di questi giorni. Argini, forme di resistenze che tematizzino nella società e attraverso la topografia dei nuovi rapporti di forza la necessità di una pratica politica non vocata alla minoranza, e alla minorità. A ragione Sergio Bontempelli ha sottolineato in questi giorni il fatto che in Italia non è tanto importante ciò che si dice, tantomeno come lo si dice, aggiungo io, bensì ciò di cui si parla. Mettere all’ordine del giorno dunque non una trasformazione della politica, ma una trasformazione della società, dei suoi rapporti di forza, mi sembra la nostra prima necessità. In questo senso ritengo urgente, nei fatti, l’assunzione di una nuova pratica politica. Contro le pratiche dunque che hanno caratterizzato anche il nostro recente passato, e che in modo così pervasivo si infiltrano nel nostro presente, occorre dunque, innanzitutto, lavorare. Da subito. Davvero, care compagne/i, non riesco in nessuna maniera ad appassionarmi e ad avvertire come mia la nostra battaglia congressuale: davvero non riesco, per quanto a lungo ci abbia provato in questi giorni, a farne un luogo della mia pratica politica presente e del mio percorso biografico. Mi ha fatto sorridere, in questi giorni, scoprire che nelle lettere che Nichi Vendola e Paolo Ferrero si sono reciprocamente indirizzati dalle pagine di Liberazione, per ben quattro volte – due per ciascuna – si ripete la parola comunità. So di avere in comune molto con tutte, tutti voi, come con chi vive a sinistra fuori da Rifondazione: so di condividere l’ansia di prendere aria, di pensare un futuro, e di poterlo fare davvero solo insieme. Ma sul senso di questa comunità, evocata e poi subito dopo presa a sassate, davvero non mi viene in mente nulla da dire. Tanto lontana, e tanto disonesta, tanto volgare e inutilmente vuota mi pare in questo momento la politica del mio partito. E dei suoi dirigenti. Tanto lontano, tanto astratto mi appare oggi il terreno sul quale i dirigenti nazionali di questo partito, questi dirigenti così gravemente responsabili del suo processo di estinzione, stanno conducendo i suoi militanti a dividersi. È questo terreno, in quanto tale, che io, pensando una pratica politica che sia in grado di aprire davvero un futuro alla sinistra, e che sia in grado di liberare, e non di opprimere, tutti i possibili spazi di partecipazione, è questo terreno che io rifiuto, rigetto, in quanto tale. Mi si dirà: “Ma questa è una posizione che non ha, non può avere alcuna voce politica all’interno del partito”. Rifiutare le forme di mediazione pubblica, di rappresentazione, che un soggetto politico rende operative, e legittime, al suo interno significa, lo so bene, esporsi naturalmente a questo rischio. Non significa però dare il destro a un’accusa di neutralità o di equidistanza: si tratta piuttosto di dichiarare la propria estraneità a una pantomima evocata da uno scontro che non interseca il mondo in cui vivo. È sottrarsi a questo abbraccio mortale e asfittico: è pensare, lavorare nei modi che risultano in questi giorni praticabili al di là del Congresso stesso. È dichiarare false e arbitrarie le forme di rappresentanza che la dirigenza di questo Partito ha scelto per articolare la discussione dei suoi iscritti. È lavorare tenacemente per la “dissoluzione reale dello stato presente” di alcune pratiche politiche che hanno fin qui ammorbato questo partito e che hanno il loro esito ultimo nelle forme con cui questo Congresso è stato organizzato. È sottrarre loro acqua, lasciarle a secco. Ho la grande pretesa di pensare, e la grande arroganza di affermare, se vogliamo, e proprio perché vedo nel mio disagio un disagio condiviso tra i/le compagni/e al di là degli steccati congressuali, di essere nella posizione nella quale il partito dovrebbe collocarsi per rispondere ad un suo ruolo davvero nuovamente efficace nella società. Distanza del partito rispetto a me, certamente, per quanto questo possa valere, ma soprattutto rispetto alla differenza tra quanto dentro Rifondazione, persino dopo Venezia, in questi anni si affermava e non si praticava: la democrazia partecipata. Mi trovo quindi sinceramente, rispetto al “luogo” che vi siete dati/e per discutere, care compagni e cari compagni, ad una grande distanza. Non è francamente di un simile congresso, di una tale canea, che tutte e tutti noi avvertivamo il bisogno. Pensare fuori, essere dentro: è questo lo schizofrenico strabismo a cui mi conduce la miope e aspra battaglia che intendete condurre dentro Rifondazione. Questa l’origine di quella dissociazione, politica prima ancora che psicologica, che intendo adesso rendere pubblica. Fare di tale dissociazione una pratica che non escluda, ma prema continuamente per la condivisione: questo è il compito che attiene oggi a me, dentro il partito, ai margini della sua comunità congressuale. Della sua assemblea. Avrete compreso, a questo punto, care compagne e cari compagni, l’esito naturale della mia riflessione: la scelta, difficile, ma necessaria per una trasparente prosecuzione della mia attività politica, di partecipare alla discussione congressuale, innanzitutto attraverso questa lettera rivolta alle iscritte e agli iscritti del mio circolo, senza prendere però parte alla votazione di alcun documento. È con passione che bisogna fare politica. Con passione e lucidità. L’una e l’altra rischiano di andare disperse tra le volgarità e le banalità di un Congresso la cui logica ha nei fatti l’una e l’altra programmaticamente messo fuori gioco. Non ci serve oggi, e ce ne stiamo rendendo conto troppo tardi, una pratica politica che sottomette all’immagine, spettacolare, di sé persino il proprio potere, oltre che gli effetti verso cui dovrebbe tendere lo sforzo della propria attività politica. Così come non ci serve più, a sinistra, una pratica di legittimazione dell’immagine del potere fondata sull’esposizione dei corpi e delle pratiche altrui. Scusatemi compagne/i. Sono i ricordi a pressare. Penso ai dirigenti e alle dirigenti di questo partito formatisi politicamente ormai anni e anni fa sull’onda della cosiddetta “disobbedienza”. Mi accompagnerà sempre il ricordo di come, quando molti di essi avevano più o meno l’età che ho io ora, noi, allora piccoli, più che giovani, comunisti, tutti bardati di polistirolo e paura, venivamo spinti verso i lacrimogeni della polizia senza nessuna strategia o conoscenza del territorio sul quale dovevamo muoverci. E’ questo il mio più antico ricordo da militante. Da allora, ho pensato che servisse di più, che fosse politicamente più carico di futuro, scontrarmi con i poliziotti nelle questure per ottenere anche solo un permesso di soggiorno piuttosto che andarmi a fare picchiare dai celerini nelle piazze. Per nulla. È questo magma di non-strategie, di impreparazioni, di narcisismi politici che più ha contribuito, dopo il 2002, a distruggere i movimenti. Eppure, è su questo magma che non pochi e non poche hanno costruito in questi anni le loro piccole fortune politiche dentro Rifondazione. Ora, certo, questi dirigenti sono diventati grandi, ma purtroppo, non riesco a vedere molta differenza, oggi sul terreno della competenza e della conoscenza del terreno politico sul quale si lavora, come ieri su quello nel quale ci dicevano bisognasse combattere contro i manganelli, rispetto alle superficiali approssimazioni cui siamo stati abituati e rispetto al permanente desiderio di imporre, su tutto e tutti, una certa immagine di sé. È della incompetenza politica, della incapacità di disabituarsi a parlare delle cose che non si conoscono, - felice espressione recentemente usata durante una delle riunioni del network giovani - più che di una mozione in particolare, che io ho paura. Dell’incapacità di pensare seriamente, di vederlo, il terreno sotto i propri piedi. O il precipizio, piuttosto, verso cui viene lanciato chi ripone in noi la propria fiducia. Vi è un legame netto, reale e verificabile ad esempio nel processo di progressivo abbandono delle strutture territoriali, tra le fallimentari pratiche politiche e psicologiche della cosiddetta “disobbedienza” e lo sviluppo di quelle pratiche lideristiche e personalistiche che abbiamo conosciuto in questi ultimi anni. L’immagine, lo spettacolo di sé, sopra ogni cosa. Ecco, se di questione generazionale si può ancora parlare all’interno di questo partito, e proprio a fronte della presenza di una nuova generazione che, in un modo o nell’altro, si sta avvicinando o si avvicinerà nei prossimi anni alla politica attiva, allora penso sia indispensabile farlo a questo proposito. Ed è questione da porre, se vogliamo che nuovi giovani, davvero, comincino a fare politica con noi nei prossimi anni: serve a sgombrare, perlomeno, spazi e logiche nuove. Lo schifo e la paura sono dei sentimenti che mai bisognerebbe far provare alle nuove generazioni. Mai. Eppure, grazie a queste pratiche che, in un singolare abbraccio, sono state condivise da tante e tanti “sessantottini” del nostro partito, lo schifo e la paura hanno occupato il luogo politico di origine della mia generazione e rischiano di continuare a occupare ancora il “luogo” che attiene invece, nei giovani, alla rabbia e alla prudenza, gli unici sentimenti che, con Gramsci e Machiavelli, mi sento di riconoscere a chi fa politica. Ma non è comunque per caso e non è senza la complicità, condizionata o meno, di tutte/i, compresi quanti nei mesi scorsi hanno abbandonato criticamente il partito da sinistra, se non da comunisti, che tali pratiche hanno in questi anni vinto, nel partito: se è vero, come è vero, che Fausto Bertinotti è rimasto segretario di questo partito per ben dodici anni, attraversando, da vincitore, quattro – quattro – congressi. L’irresponsabilità verso il futuro, per stringere in una sola espressione queste pratiche, ha accomunato in questi anni una larga parte della dirigenza di questo Partito. Chiunque abbia assunto ruoli di dirigenza, a qualunque livello, nazionale o locale. Ma una chiamata in causa collettiva della dirigenza ex-bertinottiana non risolve la sostanziale correità di quante e quanti a quel progetto, a quella pratica, hanno dato credito. Un passo indietro, una seria messa in questione della propria attività sarebbero stati dunque necessari, dopo il 13 e il 14 aprile, da parte dell’intero partito, e due passi, certo, due passi indietro da parte, se non altro, dei membri del Cpn. Non passi indietro sul comunismo, o sul partito unico, o sui rapporti col Pd. Sarebbe bastato forse semplicemente un passo in più fuori dalle nostre federazioni, o fuori dai rituali cui ci si è abituati in questi diciassette anni: degli uni e degli altri, a fronte di quello che vedo, che sento, o che capisco senza aver la forza di ripetere, in questi giorni siamo incapaci. Care compagne, cari compagni, si è ripetuto spesso, in questi ultimi tempi, che occorre impedire, alla futura dirigenza, quell’eversione delle logiche democratiche che è stata praticata sistematicamente in questi anni. Come fare non ce lo si dice. Quello che ho imparato, in questi anni, è che le logiche, le pratiche politiche non spariscono per incanto, non si estinguono improvvisamente, proprio in quanto affondano le loro radici nei vissuti e nelle relazioni tra le persone. Agire contro una certa logica può significare solo una cosa: praticarne una di segno opposto. Contro le paralisi e gli ottundimenti, liberare pratiche di insorgenza: questo ho imparato, questo metterò in pratica. Lavorare quindi a delle pratiche realmente sovversive anche all’interno del partito. Sottrarre elementi di riconoscimento ai rituali di legittimazione non revocabile di un ceto dirigente significa corrodere dall’interno alcune logiche. Minarle. Mettere in questione gli stessi luoghi in cui siamo abituati a fare politica, sovvertire le pratiche a cui siamo abituati/e. Distruggere logiche, praticarne di nuove: concepire anche nuovi rituali. Non si tratta semplicemente di abbattere i luoghi esistenti, come qualcuno pensa, ma si tratta talvolta, invece, di riportarli in vita, lì dove possibile, e di pensarne di nuovi, di impossibili: questo è quanto il nostro tempo ci impone, quanto ci chiede lo sfacelo che si propone oggi ai nostri occhi, in questo Paese. Si tratta, si tratterà, a volte, lo sapete bene o lo saprete molto presto, altrimenti, di un lavoro infame. In questo senso ho inteso, nei mesi scorsi, la mia attività politica. Chiamiamola pure una pratica “inattuale” o “non ancora attuale”, del mio presente. Una pratica dello sguardo, prima ancora che della parola: lo sguardo che ho provato a gettare addosso alle cose è stato quello che ho immaginato in quante e quanti penseranno, a questi nostri giorni, tra qualche decennio. In questo senso intendo parlare di responsabilità, in politica. E in questo senso ho dovuto pensare la mia posizione nei confronti del “Congresso”. Congresso concepito e organizzato attraverso una logica ahinoi molto poco “non violenta”: in realtà una vera e propria pratica di assoggettamento militare del linguaggio, delle posizioni, delle persone. Perfino, a volte, delle amicizie. Una logica che pretende di concepire nella forma di un campo di battaglia posizioni che pure inconciliabili non sono: una logica talmente pervasiva e capillare da rendere importante e forse necessaria, pur nella singolarità e nell’isolamento, la rivendicazione di una radicale estraneità. Una qualunque forma di resistenza. E a maggior ragione mi colpisce, compagne/i, e molto, non poco, la seriosità e la violenza con cui il partito si sta avvicinando a questo congresso, in un orizzonte drammaticamente svuotato da un’altra grande compagna della politica: l’ironia. Mi sono ripetuto spesso, tra me e me, in questi giorni: “ma scherzeranno, certamente scherzeranno…”. No, non scherzano. Fanno sul serio. Ecco, compagni, il fatto che voi non prendiate questa pantomima per quello che è, è un problema. Il fatto che non riusciate a guardarla con gli occhi di chi sta fuori, il fatto di non poter, anche solo per un attimo, guardare “con altri occhi” gli effetti del vostro agire, prendere le distanze, con lucidità, per meglio guardare il luogo in cui siamo, il fatto che voi non riconosciate la vera portata dei problemi politici che ci attanaglia, ecco, questo è un problema. E’ il problema politico di Rifondazione. Problema che interroga, prima ancora che le nostre coscienze, le nostre intelligenze. Più volte mi sono chiesto, negli ultimi mesi, a fronte della pochezza politica e intellettuale che sta venendo alla luce, e a fronte della persistenza delle logiche che vediamo ora squadernarsi di fronte a noi, come si sia potuto pensare, come io stesso abbia potuto pensare, in tutti questi anni, di dare vita ad un percorso “serio”, che ci avvicinasse tutte/i, a partire dalle rispettive posizioni, a una sinistra del XXI secolo. Per tali ragioni la logica aberrante nella quale vi state per incagliare è per me semplicemente da abbattere, da rifiutare in toto. E da rispedire ai mittenti. Penso che bisognerebbe davvero, in questo momento, pensare il dentro guardando fuori, con grande umiltà e anche con grande fermezza: vi chiedo, se non altro, di dedicare in questo congresso la minima parte delle vostre energie politiche alla battaglia e la maggior parte alla discussione. Di risparmiarle, le vostre energie, per fare davvero politica. Sarà questo, e non un altro, e a partire dal giorno successivo a quello del congresso, il vero terreno di confronto, il discrimine operativo: l’unico, quantomeno, sul quale penso valga la pena battermi, per dare vita a una vera opposizione, nelle istituzioni, territorio per territorio, casa per casa, esistenza per esistenza… Non intendo dunque, spero almeno questo sia chiaro, “salvarmi”. Né respirare: per quanto lo si vorrebbe, questo oggi, per chi è iscritto a Rifondazione, non è semplicemente dato. Non intendo quindi, d’altra parte, care compagne e cari compagni, “salvare” voi. È la stessa melma quella in cui proviamo a nuotare, aggrappandoci l’un l’altro, senza sapere, facendo ciò, o sapendolo forse fin troppo bene e continuando forse solo per una impellente e inaudita cupio dissolvi, di abbreviare in questo modo le nostre comuni capacità di resistenza. È contro questo feroce dispositivo che occorre davvero scendere giù in apnea per sturare la palude logica, prima ancora che politica e linguistica, dentro la quale siamo intrappolati. Nessun atto di “eroismo”, nessuna, nessuna passione consente più la matassa di logiche miopi da cui questo partito sembra essere avvinghiato: a tale livello, così intimo, così profondo, questo partito risulta essere figlio del suo tempo. Figlio, come ha affermato Mario Tronti dieci anni fa, di una “politica al tramonto”. Liberare dunque parole, innanzitutto, parole, politica e linguaggio, da questa assurda pratica del conflitto indotto, come davvero ritengo si possa chiamare, con cui stiamo ammorbando non solo il partito, ma l’intera prospettiva di ricostituzione di un’opposizione di sinistra in questo Paese. Capovolgere, con un unico fendente, due patologie: l’epigonalità e l’autismo. Di tutto il resto, francamente, devo confessare che mi interessa molto poco. A fronte del dramma vero, quello che attanaglia questo Paese e le esistenze che ancora in esso vi conduciamo, davvero non riesco ad appassionarmi alle parole, ai dolori, alle ripicche di questi giorni. Alle ipotesi costituenti che vengono sbandierate tra di noi in questo primo scorcio di una legislatura che sarà davvero, e come neanche noi riusciamo a prevedere, costituente. Agli insulti, alle calunnie, ai livori che vorrebbero fare da premessa, o forse non più, chissà, alla costituzione di due forze politiche che riunendosi strategicamente in vista delle prossime elezioni rischiano di prendere, insieme, ancora meno del 3%. Non intendo aggiungere più una sola parola, su tutto questo. Continuerò a lavorare, certamente, per come posso e so fare, perché si costruisca insieme, da queste macerie in cui responsabilmente ci siamo gettati e da cui irresponsabilmente non si vuole farci uscire, una nuova politica. Uno straccio di futuro, per chi viene dopo di noi. Quando in questi anni non ho fatto politica, pure ho sempre continuato a pensare la politica. Ne ho fatto oggetto di studio, di interrogazione: ogni mattina, ogni sera, in ognuno dei luoghi che ho attraversato in questi anni, in ognuna delle lingue che ho praticato. Politicamente ho imparato da amici più grandi di me a declinare le mie urgenze. Se ripenso a questi miei anni, e a questi ultimi mesi passati insieme non posso che riconoscere la mia astensione sulle mozioni congressuali come un atto in fondo dovuto innanzitutto a me stesso. Sono entrato in questo partito pensando un nuovo partito, pensando come necessaria una nuova forma. Penso ancora le cose che pensavo mesi fa. Un risultato elettorale come quello che ci è piovuto addosso implica quasi naturalmente che il partito si ripieghi sulle logiche che più conosce. È sbagliato, ma più oltre io non infierisco. Sul partito di ieri lascio che a decidere sia il partito di ieri. Non mi sento chiamato in causa: e dunque mi astengo, responsabilmente. Le pratiche non sono mai “senza senso”. Mai mi azzarderei a dire che il Congresso è “senza senso”. Quando si dice che qualcosa è “senza senso” bisognerebbe prima verificare se abbiamo preso in esame tutti i sensi possibili. E non è detto, solo a questo punto, che non si possa contrastarlo, questo senso. Da domani comincia un lavoro nuovo, difficile. Costruire una nuova forma, sbloccare un futuro: anche dentro un partito chiamato “Rifondazione comunista” io lavorerò per estinguere, esaurire le logiche del secolo passato. Per fondare qualcos’altro, tra di noi, pazientemente. Qualcosa di condiviso e di imprevedibile: è questa apertura al futuro, questo atteggiamento necessariamente polimorfo verso la nostra pratica futura, ciò che vorrei condividere, innanzitutto. Ma non è certo questo congresso, qualunque mozione dovessi scegliere, il luogo per una tale apertura. Mi auguro che tale posizione, che pure risponde al mio personale ed esclusivo percorso di riflessione, possa costituire per tutti, tutte voi, di più non chiedo, uno spunto per pensare insieme la nostra attività politica futura, le reali forme di opposizione in questo Paese al di là e davvero oltre quel ridicolo e triste teatro di fantasmi dentro il quale il nostro partito si accinge una volta ancora, per così dire, a discutere. Messina / Pisa, 6 giugno 2008 *** [F/H 11.05/04.06.08] H: dovete educare la gente F: come faceva Thomas Mann, dopo essersene andato dal suo Paese F: o come faceva Thomas Bernhard dopo aver proibito di mettere in scena le sue opere in Austria F: quale gente dobbiamo educare? H: forse hai ragione, ma scrivi lo stesso *** Astratti furori [gf 31.05.08] "Io ero, quell'inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch'erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un'ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l'acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete. Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire a vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffé, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un'infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l'acqua mi entrava nelle scarpe".
[Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, cap. I] *** Cuerpos de ecran [Guillermo San Miguel, Merida (Venezuela), 29.05.08] ![]() I corpi allo schermo: fotografare oltre la fotografia É difficile dire che quelle di Willy San Miguel non siano fotografie: occorre chiedersi però in tal caso cosa sia davvero ciò che passa davanti al suo obiettivo o che cosa l’obiettivo della sua macchina fotografica aggiunga alla nuda vista degli occhi. Il segreto dei lavori dell’artista boliviano sta in realtà, più che nella tecnica, nello sguardo stesso con cui il mondo viene da lui misurato. È come se infatti San Miguel non riuscisse mai ad accontentarsi dei corpi che fotografa. Le figure divengono altro, a volte si decompongono, a volte si trasformano: non si tratta però di semplici rivestimenti pittorici o travestimenti carnevaleschi. È il nucleo stesso delle figure che appare sospinto da una interna esigenza in direzione di una nuova visibilità, di un nuovo presente. Esse non sono mai forme stabili, ferme. Sono figure-in-transizione, ma, più ancora che nomadi, metamorfosi viventi: le “fotografie” si fanno anche, quindi, rappresentazioni dello statuto diveniente dei corpi (e, bisogna sottolinearlo, di corpi di donna). In questo senso è la stessa tecnica fotografica che diviene oggetto di elaborazione critica da parte di San Miguel. Se lo scatto fotografico cristallizza il singolo momento del corpo, sottraendolo alla dimensione della metamorfosi, qui si tratta di far penetrare invece la stessa dimensione temporale all’interno di un singolo scatto. Le pretese dello sguardo si scontrano con le opportunità esecutive dell’obiettivo. Lo sforzo di Willy San Miguel consiste dunque in questa lotta con l’impossibile: permettere ad una “rappresentazione” della vita corporea di seguirne l’intima logica, lo specifico campo di possibilità. E’ un rompere i contorni, e con ciò i legami, della “figura”. Il risultato cui San Miguel perviene, è però spiegabile solo alla luce di quelle tecniche, la pittura e il teatro-danza, con cui l’artista si è confrontato nella sua carriera. La proiezione di immagini su corpi danzanti si è unita ad un’attività pittorica che, attraversando il “sur-realismo” di Magritte e incontrando l’iperrealismo psicologico delle figure di Bacon, ha trovato come naturale sbocco una tecnica che unisce la fotografia all’eleborazione digitale in un estremo tentativo, naturalmente irrisolto, irresolubile, di sperimentazione dell’obbiettività della creatura. L’assurdo del divenire, che è anche l’assurdo della compresenza, è la chiave, comune peraltro a tanta letteratura (Cortázar) e ricerca filosofica e psicoanalitica (Matte Blanco) sudamericana del secondo Novecento, con cui guardare la di volta in volta macabra, scabrosa, irritante, divertente o ironica scomposizione cui San Miguel sottopone le sue tenui figure di donna. La figura “normale” finisce per essere come travolta da un’altra figura: ne segue, nello spostamento paradigmatico dal corpo vivente alla materia in metamorfosi, una distruzione senza sconti della stessa unità della visione. Ed è proprio questo “campo di battaglia” che trova spazio sul monitor di un computer o su una pellicola fotografica. Si potrebbe parlare di una “spettralità” della fotografia di San Miguel: al di là delle possibilità che la tecnica del collage ha fin qui offerto, le visioni vengono adesso colte nel momento della transizione reciproca, che è anche quello del loro reciproco tentativo di annientamento: ovvero di un momentaneo, fragilissimo, equilibrio. Si tratta in fondo, non possiamo dimenticarlo, della prima forma d’arte che viene fuori dallo sviluppo dalla grafica informatico-digitale, in cui ricerca tecnica e nuove esigenze artistiche si affiancano fin quasi a confondersi. [gf] *** Due miserie in un corpo solo. - Il loro congresso [2] - ![]() ![]() [gf / 28.05.08] *** AUGURI - Il loro congresso [1] - ![]() ![]() ![]() "Fate presto!" (P. Ingrao) A seppellirvi. [gf / 27.05.08] *** "Teniamo insieme fermo questo passaggio: forse ciò che Gramsci mette in questione, ciò che per lui fa il mondo "terribile" è la connettività, il legame, sempre instaurato, fra la propria azione spazialmente e temporalmente situata, e la sua ulteriore ripresa, seppur a titolo di “eco”, ovvero in modo incompleto, reinterpretato, stravolto, da parte di altri. Tali echi sono certo “inaspettati”, ma sappiamo che erano potenzialmente già lì, sonnolenti nella complessità del mondo". [Salvatore Prinzi, da Variazioni su un tema gramsciano] *** Ebrei, Rom, discriminazioni: una risposta al "senso comune" di Sergio Bontempelli [Il testo costituisce una risposta alla lettera inviata all'autore, uno dei maggiori esperti italiani di immigrazione e da anni dirigente dell'associazione Africa Insieme, da una lettrice del quotidiano "City", distribuito gratuitamente nelle stazioni e nelle metropolitane, in seguito alla pubblicazione di un articolo dello stesso autore sul numero del 16.05.08 e intitolato "Contro i rom le stesse accuse rivolte agli ebrei". Qui il testo della lettera della signora, della quale consigliamo un'attenta e avvertita lettura /26.08.05 - gf]. Gentile signora, in ogni discussione, anche la più dura, ci sono dei limiti che non bisognerebbe mai oltrepassare: limiti che attengono al rispetto reciproco, alla civiltà, alla decenza, alle regole elementari del vivere insieme. Prima di farle alcune osservazioni, vorrei partire proprio da qui: da ciò che, nella sua lettera, non può essere accettato, nè diventare oggetto di dibattito. In nessun modo, a nessuna condizione, per nessun motivo. Lei scrive che «arginare la criminalità dei Rom significa occuparsi di questi bambini, non con i roghi, magari, ma il male è estremo e forse occorrono misure estreme». Bene, signora, questo non è accettabile. Anche ammesso - e non concesso, sia chiaro - che una giovane Rom abbia realmente cercato di rubare un bambino (si rende conto, signora, di cosa stiamo parlando?), anche ammesso che questo sia vero, quel che è accaduto dopo è che una folla inferocita - lei la chiama «la popolazione civile» - ha messo a ferro e fuoco un intero campo dove abitavano decine di persone del tutto estranee a quella vicenda. E lo ha fatto perchè la presunta colpevole del «rapimento» appartiene all’etnia Rom, e dunque ad essere punita - tra l’altro con mezzi sbrigativi e violenti, al di fuori di ogni regola del diritto - doveva essere l’intera comunità e non la singola responsabile. E siccome a casa mia questo si chiama pogrom, devo chiarirle sin da ora che i pogrom, sempre a casa mia, non hanno alcuna giustificazione. Che non esistono «misure estreme», magari sbagliate ma in qualche modo comprensibili. Lei non accetta alcuna attenuante per il comportamento che, con disinvolto uso di pregiudizi e di chiacchiere da bar, attribuisce ai Rom: ma se le regole valgono per tutti, se è inaccettabile che qualcuno non paghi il biglietto sul tram, sono inaccettabili a maggior ragione pogrom e violenze a sfondo razziale. Non possono esistere, su questo, due pesi e due misure: non si può essere feroci con chi si suppone che non paghi un biglietto, e indulgenti con chi si lascia andare a violenze da pulizia etnica. Lei mi chiede se ho mai visto un Rom lavorare in Italia. Si, signora, ne ho visti tanti. Ho amici molto cari che, al semaforo dove chiedevano l’elemosina, sono stati assunti - al nero, e con paghe da fame - da datori di lavoro in cerca di manodopera “facile”. Abitavano sotto un ponte, senza acqua, luce nè servizi igienici. La mattina si svegliavano alle quattro, si allontanavano dalle loro baracche e andavano a dormire un paio d’ore nei campi all’aperto: così, in caso di un’irruzione della polizia, non avrebbero perso la giornata di lavoro, e non sarebbero stati licenziati. Ho accompagnato tanti Rom a cercare lavoro, ma non bisognava dire a nessuno dove abitavano: se si scopre che vieni da un campo nomadi nessuno ti assume. Ho conosciuto anche tanti bambini, quei bambini per i quali lei mostra tanta attenzione. Molti di loro, assieme ai genitori, sono stati sgomberati dai campi e dalle baracche dove abitavano: costretti, per questo, a interrompere la scuola, a spostare le loro abitazioni precarie, a trasferirsi in luoghi sempre più inospitali e deserti. Quattro di loro, sgombero dopo sgombero, sono finiti sotto il ponte di un cavalcavia dell’autostrada, a Livorno. L’ha visto, signora, il luogo dove abitavano i quattro bambini morti nel rogo dell’Estate scorsa? Io si, l’ho visto: non c’è nulla intorno, non ci sono case, non ci sono luci (nemmeno quelle della strada), la notte l’unica fonte di illuminazione è la Luna, quando c’è. Quattro bambini sono morti, in quel luogo deserto. Forse non sarebbe successo se, invece di procedere agli sgomberi, si fosse pensato a quei bambini, alla loro vita, alla loro sicurezza, ai loro diritti. Le tante emarginazioni, esclusioni e violenze che subiscono i Rom sono alimentate proprio dai discorsi di senso comune. Tutti sanno, tutti dicono che i Rom rubano, non hanno voglia di lavorare, portano i bambini a rubare, li sfruttano ai semafori. E siccome i Rom non hanno voglia di lavorare nessuno li assumerà mai; siccome rubano nessuno vorrà averli vicino casa; siccome sfruttano i bambini e li trasformano in criminali, quei bambini diventeranno una minaccia («piccole api addestrate alla malvivenza») e nessuno li vorrà a scuola coi propri figli. La maldicenza produce emarginazione e discriminazione. Lei scrive che «lo sterminio degli Ebrei servì principalmente a risanare le casse dello stato in periodi di fragilità economica»: in altre parole, servì a chi comanda per continuare a comandare. Eppure si alimentò di dicerie, pregiudizi, stereotipi diffusi tra la gente comune. Ha notato che quasi tutti i partiti politici dicono le stesse cose che dice lei, signora? Non le viene il sospetto che anche i veleni diffusi oggi contro i Rom servano a chi comanda, per continuare a comandare indisturbato? Per distogliere l’attenzione da altri problemi? Ha visto come chi governa asseconda facilmente le richieste della gente in materia di sicurezza? Ha notato altrettanta solerzia e impegno su richieste di altro tipo, sui problemi del lavoro, della casa, dei pensionati che non arrivano alla fine del mese? Non le viene il sospetto - perdoni la franchezza - di essere presa in giro? E se qualche Rom commette un reato - succede meno di quanto lei pensi, glielo assicuro - perchè non dovrebbe bastare la legge penale ordinaria, perchè bisogna pensare a provvedimenti eccezionali, a espulsioni generalizzate, a punizioni etniche? Dobbiamo far funzionare la giustizia, punire non i popoli, le etnie, i gruppi ma i singoli responsabili: rivolgendoci, possibilmente, non solo ai piccoli reati di strada, ma anche ai crimini dei potenti, di cui nessuno parla più. Forse non per caso. Quanto al parallelo tra ebrei e Rom, se la cosa l’ha così tanto offesa e disturbata, le consiglio di rivolgere le sue ire non contro di me - che non conto nulla: le assicuro, è fatica sprecata - ma contro le comunità ebraiche, che in un recente comunicato hanno detto cose simili, in modo ben più documentato e autorevole di quanto possa fare io. Un caro saluto
*** Insicurezza: percezione spontanea o costruzione politico-mediatica? Postiamo questo articolo di Giuseppe Faso, autore del libro "Lessico del razzismo democratico. Le parole che escludono" (DeriveApprodi). L'articolo è apparso su «Left», n. 20, 16 Maggio 2008 con il titolo di «Sentimento». Un gruppo nutrito di persone va ripetendo che sono inutili le certezze sulla diminuzione dei crimini, quello che conta è l’aumentata percezione dell’insicurezza. E che non averne tenuto conto ha nuociuto al marketing del centro-sinistra. Hanno cominciato Veltroni (allora Sindaco di Roma) e Amato (allora Ministro dell’Interno). Ora, vi ritornano in tanti esponenti del PD, tra cui Rutelli per spiegare al volo (e con una favoletta sola) la sua cocente e grave sconfitta elettorale, e i giornalisti. Tra cui si distinguono il comunquista Augias («comunque la percezione dei cittadini è quella, e una certa sinistra avrebbe dovuto capirlo», La Repubblica del 26 Aprile 2008), e Michele Serra. Il quale afferma che «il sentimento dell’insicurezza è soprattutto
un sentimento “popolare”, un sentimento di strada» (20 Aprile 2008,
sempre su La Repubblica). Chi voglia capire da dove viene, si
rivolga a Lisa Simpson, reduce dalle lezioni di creazionismo: «Abbiamo
fatto una verifica e la risposta è sempre la stessa: l’ha fatto Dio».
Serra spiega, indulgente, che «la tentazione delle varie “ronde” più o
meno spontanee, più o meno manesche, nasce esattamente dal timore che
l’arretramento dello Stato, sul terreno tutt’altro che simbolico delle
città, dei quartieri, delle periferie, sia anche un arretramento
“politico”». E ribadisce che sarà duro imporre agli stranieri «il
rispetto delle nostre leggi: operazione, quest’ultima, di particolare
difficoltà nel caso di popoli e culture che hanno delle donne un
concetto “proprietario”, dunque rapinoso e violento». Pare che non si possa chiedere a leaders politici un minimo di dignità scientifica, senza scatenare reazioni come quelle di infausta memoria espresse pochi mesi fa da Amato. Ma da chi esibisce di saper leggere e scrivere, forse qualcosa di più ci si potrebbe aspettare. Per esempio, che si rendano conto, il Serra e l’Augias, che le loro strategie retoriche sono minuziosamente descritte negli studi più prestigiosi sul discorso razzista. Già all’inizio degli anni ‘90, per esempio, da un osservatorio poco provinciale, Teun Van Dijk (di eccellente competenza, sulla lingua, la percezione e il razzismo) mostrava come la percezione «popolare» di una pericolosità sociale degli immigrati non sia un fenomeno naturale, ma sia profondamente influenzata dal discorso istituzionale e mediatico. Van Dijk indica le motivazioni e descrive le strategie discorsive delle élites, che offrono una pre-formulazione del discorso pubblico razzista consentendone la riproduzione e la diffusione. Sono i colti che costruiscono cornici ideologiche che portano alle percezioni “di strada”: tra queste, quella sul carattere congenitamente diverso delle minoranze immigrate, sulla minaccia per le «nostre» donne (come da indimenticabile exploit Poverini-Augias) e sul carattere culturale della loro inassimibilità, opposta a quella positiva presentazione di sè necessaria a coprire la xenofobia delle élites politiche e mediatiche. *** La 'ggente [gf - 17.05.08] "Ora tutte le vie del pensiero sono trincee. Le mie, poi, catacombe." Karl Kraus ![]() Napoli, quartiere Ponticelli, 14.05.08 ...la gente è scesa di nuovo in strada e tra le urla minaccia: "voi spegnete questi incendi ma noi li riaccenderemo''... [ANSA] Roma, quartiere Prenestino, 16.05.08 ![]() Kovno, Lituania, 1941 *** Hanno vinto. (da Repubblica, 11.05.08) Ultima relazione al partito del numero uno di Montecitorio che dà la reggenza a La Russa. "Bello registrare come tutto questo avvenga nel ventennale della morte di Almirante". Fini, lascia la presidenza di An. "Ora abbiamo davvero vinto". Il ministro della Difesa: "La sinistra radicale è assente dal Parlamento, spetta a noi farci carico della difesa dei lavoratori, dei temi sociali e della sicurezza del lavoro". ROMA
- "Per noi è stato molto bello registrare come in modo casuale questo
sia avvenuto, insieme ai successi politici di questi giorni nel
ventennale della morte di Almirante. E' la dimostrazione di una
semplice ed evidente verità: si onorano i nostri morti, la nostra
politica diventa centrale. E' la dimostrazione che abbiamo davvero
vinto", lo ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini,
leggendo la sua ultima relazione all'assemblea nazionale di Alleanza
nazionale, tappa di quel cammino che porterà il partito allo
scioglimento nel Pdl. La Russa è stato indicato reggente del partito:
"La sinistra radicale non c'è più e noi dobbiamo assumere i temi della
difesa dei lavoratori, i temi sociali e della sicurezza del lavoro", ha
detto il ministro.
Fini ha definito la sua relazione come "l'ultima da presidente" e nel corso dell'assemblea nazionale del partito presso l'hotel Summit di Roma, ha indicato nella figura di Ignazio La Russa il ruolo di reggente. Il presidente della Camera ha voluto "ringraziare gli elettori che hanno creduto nel nostro progetto in tutti questi anni" e che hanno scommesso "sul popolo della libertà, molto più di altri dirigenti che ne hanno scoperto l'importanza solo dopo avere avuto la certezza di essere nelle liste o di essere destinati a ruoli di governo". Poi ha frenato gli applausi che salivano dalla platea, mentre indicava all'assemblea i successi elettorali e ha tratteggiato un pantheon tutto interno del partito, elencando i nomi di battesimo delle personalità che sono state pietre miliari della storia dell'Msi prima e di AN poi. "E' con profonda commozione personale che ripenso ad amici come Pinuccio, Marcello, Luciano, Marzio, Almerigo e Nicola", ha scandito dal palco tra gli applausi della platea. Un solo nome è stato richiamato per esteso, quello di Giorgio Almirante, di cui Fini fu il delfino.
"L'elezione alla Presidenza della Camera è il segno della fine del
dopoguerra", ha aggiunto Fini. "E' stato l'ultimo atto alla base
dell'intuizione di Fiuggi - ha sottolineato -. E' venuta meno la
condizione di minorità politica: non siamo più figli di un dio minore.
Abbiamo riportato il pensiero della destra centrale nel dibattito
politico e nelle istituzioni". Fini ha definito "bello, il discorso del
presidente della Repubblica sui terroristi". Quello del capo dello
Stato, ha detto, è stato un modo per rendere omaggio alle "vittime del
terrorismo, senza distinzione di destra o sinistra". Negli ultimi dieci
giorni "si è concluso un lungo percorso della storia repubblicana". "Alleanza Nazionale - ha detto ancora Fini - ha saputo vedere giusto. Ma con serena consapevolezza dobbiamo dare atto a Berlusconi e Bossi di avere avuto lungimiranza politica e capacità di comprendere che era il momento, che quella del Pdl era l'unica possibilità di dare una alternativa ad un'Italia che voleva liberarsi non solo dai fallimenti del governo Prodi ma dall'inguaribile complesso di superiorità della sinistra sulla società italiana, che invece aveva bisogno di cose diverse". Poi, dopo aver espresso soddisfazione "perché abbiamo superato il guado grazie all'ottimismo non solo della volontà ma anche della ragione" Gianfranco Fini ha ceduto la parola a Ignazio La Russa. *** luce/buio II O. Messiaen, Quatuor pour la fin du Temps (1940-41) viol. Yordanoff, cello Tetard, clarinetto Desurmont, pf. Baremboim, DG 1978 [millepiani - 06.05.08] Un ascolto straordinario, che segue la linea della 'fine del tempo', scritto tra luce e buio, da ascoltare prima movimento dopo movimento e poi, al buio, senza fratture. Un ascolto duro. Necessario, come leggere Celan. p.s. Chi mastica di musica classica 'contemporanea' (??? sono passati 60 anni dalla composizione di questo quartetto) può evitare un ascolto frazionato e, dopo aver letto le notazioni di Messiaen, ascoltare direttamente tutta la composizione: il file è alla fine della presentazione del Quatuor. [millepiani - 06.05.08] da Wikipedia Storia del Quatuor pour la fin du temps Il Quatuor pour la fin du Temps (o, in italiano, Quartetto per la fine del Tempo), è una composizione da camera di Olivier Messiaen. Composto tra la fine del 1940 e i primi giorni del 1941 nel campo di concentramento di Görlitz, è considerato uno dei più alti esempi di musica cameristica del ventesimo secolo. Quando nel settembre del 1939 la Francia entrò in guerra, Messiaen fu chiamato alle armi e pochi mesi dopo, nel maggio del ’40, durante un’offensiva tedesca venne catturato dal nemico. Insieme ad altri prigionieri fu trasferito nel campo di concentramento Stalag VIII A di Görlitz (al confine Sud-Ovest della Polonia), ove sopravvisse per un anno nelle atroci condizioni a tutti note. L’ufficiale nazista responsabile del campo era un appassionato di musica e, venuto a sapere delle competenze di Messiaen (come di altri tre prigionieri musicisti), lasciò lavorare il compositore in vista di un concerto al campo. Messiaen scrisse, per i musicisti conosciuti nel campo (un violoncellista, un violinista e un clarinettista), dapprima un breve trio (confluito poi nel Quartetto, come quarto movimento) e poi, con l'aggiunta di un pianoforte (suonato da Messiaen stesso), realizzò il Quartetto. Il Quatuor pour la fin du temps era concluso agli inizi del nuovo anno: fu eseguito il 15 gennaio del ’41, sotto la neve ed in condizioni inimmaginabili, di fronte a tutti i prigionieri dello Stalag VIII A radunati in un piazzale gelato. Gli altri musicisti ad eseguire il Quatuor con Messiaen furono Henri Akoka (clarinetto), Jean le Boulaire (violino) ed Étienne Pasquier (violoncello); nessuno dei tre era un musicista professionista. I nazisti riuscirono a procurare per Pasquier un violoncello con tre sole corde e il pianoforte su cui suonò Messiaen era talmente vecchio e malmesso che i tasti, una volta premuti, restavano abbassati. Struttura del Quatuor pour la fin du temps Il Quatuor consta di otto movimenti, il terzo movimento è un solo di clarinetto, nel quarto non suona il
pianoforte, il quinto è eseguito solo da pianoforte e violoncello,
l'ottavo solo da pianoforte e violino. Ognuno è dotato di titolo e introdotto da un breve dedica o da una spiegazione/ambientazione scritta di proprio pugno da Messiaen nella prefazione al Quartetto stesso: 1. Liturgie de cristal (Liturgia di cristallo) : Tra le tre e le quattro del mattino, il risveglio degli uccelli: un merlo o un usignolo solitario improvvisa un canto, circondato da uno scintillio di suoni, da un alone di trilli che si perdono alti tra gli alberi. Si trasponga tutto ciò su un piano religioso ed ecco che si ottiene l’armonioso silenzio del Paradiso. 2. Vocalise, pour l’Ange qui annonce la fin du Temps (Vocalizzo per l'Angelo che annuncia la fine del Tempo) La prima e la terza sezione (molto brevi) evocano la forza del possente angelo, incoronato da un arcobaleno e vestito di nubi, che posa un piede sul mare ed un piede sulla terra. Nella sezione centrale ci sono le impalpabili armonie celesti. Al piano dolci cascate di accordi blu-arancio, che abbelliscono con la loro sonorità distante la melopea quasi da canto piano del violino e del violoncello. 3. Abîme des Oiseaux (Abisso degli uccelli) : Clarinetto solo. L'Abisso è il tempo, con le sue tristezze, i suoi scoramenti. L'uccello è il contrario del Tempo; è il nostro desiderio di luce, di altezze, di arcobaleni, di canti gioiosi! 4. Intermède(Intermezzo) : Scherzo, di carattere più superficiale degli altri movimenti, ciononostante ricollegato a questi da certe reminiscenze melodiche. 5. Louange à l’Éternité de Jésus (Lode all'Eternità di Gesù) : Qui Gesù è inteso soprattutto come il Verbo. Una grande frase, infinitamente lenta, di violoncello, magnifica con amore e riverenza l'eternità di questo Verbo dolce e potente, "che gli anni non possono consumare". Maestosamente la melodia s'appiana, in una sorta di lontanza tenera e somma. "In principio era il Verbo, e il Verbo era in Dio, e il Verbo era Dio". 6. Danse de la fureur, pour les sept trompettes (Danza furiosa per le sette trombe) : Ritmicamente, il brano più caratteristico della serie. I quattro strumenti, all'unisono, rievocano le sonorità di gong e trombe (le prime sei trombe dell'Apocalisse latrici di diverse catastrofi, la tromba del settimo angelo annuncia la consumazione del mistero di Dio). Impiego del valore aggiunto, di ritmi aumentati o diminuiti, di ritmi non retrogradabili. Musica di pietra, formidabile granito sonoro; irresistibile movimento d'acciaio, d'enormi massi di furia porpora, d'ebbrezza glaciale. Ascoltate soprattutto il terribile fortissimo del tema per aumentazione e il cambiamento di registro delle sue varie note, verso la fine del pezzo. 7. Fouillis d’arcs-en-ciel, pour l’Ange qui annonce la fin du Temps (Vortice d'arcobaleni per l'Angelo che annuncia la fine del Tempo) : Si rinvengono qui certi passaggi del secondo movimento. Appare l'Angelo pieno di forza, e soprattutto l'arcobaleno che lo incorona (l'arcobaleno, simbolo di pace, di saggezza, di tutte le vibrazioni luminose e sonore). - Durante i miei sogni, sento e vedo accordi e melodie conosciute, colori e forme note; poi, dopo questa fase transitoria, passo all'irreale ed esperisco con estasi un vortice, una compenetrazione circolare di suoni e colori sovrumani. Queste lame di fuoco, queste colate di magma blu-arancio, queste stelle improvvise: ecco lo scompiglio, ecco l'arcobaleno! 8. Louange à l’Immortalité de Jésus (Lode all'Immortalità di Gesù) : Lungo solo di violino, funge da contraltare al solo di violoncello del quinto movimento. Perché questa seconda Lode? Perché s'adatta più precisamente al secondo aspetto di Gesù, al Gesù uomo, al Verbo fatto carne, che resuscita immortale per comunicarci la sua via. Ed è tutto amore. Il suo lento salire verso il picco, rappresenta l'ascesa dell'uomo verso Dio, del Figlio verso il Padre, della creatura divinizzata verso il Paradiso. Filosofia e Mistica del Quatuor pour la fin du temps Il Quatuor affronta come nodo centrale il problema del Tempo. La questione è vista da almeno tre punti di vista: religioso, filosofico e tecnico (musicale). Punto di vista Religioso: Il Quatuor è dedicato all'Apocalisse (ovvero alla fine del tempo per definizione), e la partitura apre con una citazione dal testo di San Giovanni (inizio del cap. 10) modificata leggermente dal compositore: . Messiaen ha operato un sunto del testo originale dell’Apocalisse: i puntini di sospensione fra parentesi quadre indicano la presenza di frasi o termini presenti nel testo che il compositore ha scelto di non citare; le parole in corsivo sono invece interpolazioni non presenti nel testo originale (inserite quindi da Messiaen) e finalizzate a mantenere il senso nella citazione a posteriori delle cesure. La questione religiosa funge più che altro da ispirazione, e Messiaen cerca una musica cangiante e priva di punti di riferimento proprio per rendere - paradossalmente - l'inesprimibile. Il compositore difatti dichiarò: "non ho voluto in alcun modo realizzare un commento al libro della Rivelazione, ma semplicemente giustificare il mio desiderio di cessazione del tempo". Punto di vista Filosofico: basandosi su San Tommaso d'Aquino come su Bergson, Messiaen sviluppa la propria personale concezione partendo dalla distinzione tra ‘eternità’ e ‘tempo’: la prima è sincronica e quindi simultanea ed immobile, non necessita di un inizio né di una fine; il secondo distingue invece momenti diacronici: un prima ed un dopo. Il tempo umano (che è quindi estraneo all’eternità cui il credente aspira) giace e scorre sulla superficie dell’immoto; il singolo credente, così come l’intera Umanità, torna all’eternità rispettivamente con la fine del proprio tempo e con la fine del Tempo . L’elemento atemporale (o meglio: atemporalizzando) dell’uomo – la sua anima – compie il proprio viaggio nel tempo – la vita – per stabilire a quale tipo di eternità (cioè di immobilità atemporale) sarà destinata post mortem: o la comunione con Dio o la dannazione. In entrambi i casi la possibilità di un prima ed un dopo non è più concepibile: la gioia della salvezza e il dolore della condanna non conoscono fine perché sono condizioni che sussistono - appunto - senza tempo. "Supponiamo che ci sia stata una singola pulsazione in tutto l’universo. Una sola; con l’eternità prima e l’eternità dopo di essa. Un prima ed un dopo, quindi. Questa è la nascita del Tempo. Immaginiamo ora: quasi immediatamente, una seconda pulsazione. Dato che ogni pulsazione si prolunga nel silenzio che la segue, la seconda risulterà più lunga della prima. Un altro numero, un’altra durata. E questa è la nascita del Ritmo." (Conférence de Notre-Dame, 4 décembre 1977, Paris, Leduc). Punto di vista Tecnico-Musicale: Messiaen, attorno all'epoca di composizione del Quatuor, aveva sviluppato e maturato una profonda convinzione relativa all'insufficienza del tempo musicale classicamente inteso. Egli cercava una musica che esprimesse le vette del sentimento umano (in particolare quello religioso) e riteneva che la tradizionale struttura ingabbiata in battute ed organizzata per accenti fissi a seconda del metro notato fosse decisamente insufficiente. L'effetto che il compositore cercava: "La mia prima preoccupazione consisteva nell’abolizione del tempo stesso, qualcosa di infinitamente misterioso ed incomprensibile alla maggior parte dei filosofi, da Platone a Bergson." (Goléa Antoine, Rencontres avec Olivier Messiaen, Paris: Juillard, 1960). L'effetto contemplativo e spirituale cercato da Messiaen nella propria musica viene realizzato principalmente tramite l'utilizzo di: ritmi non retrogradabili, moduli ritmici non tradizionali (mediati dal Teleion o dalla musica del Karnataka), modi a trasposizione limitata, armonie non tonali (e specificamente statiche, come quelle della musica orientale, in particolare giavanese e giapponese). Il Quatuor nella sua interezza: ** luce/buio I Richard Strauss, Metamorphosen (1945) dir. Furtwängler, Berliner Philarmoniker, reg. 27/10/1947, mono da "The First Post-War Recordings" (1947), Andromeda "Chiamati.//In affari riversi/li abbiamo raccolti sbocciati/tra buio e luce e ripersi.//Metamorphosen,/di morte chiamati, d'estati arse e feroci, pietre calde ed aculei/sbattendo impazziti senz'acqua/ [...]/ se sono forme moriranno." Uno dei più grandi pezzi mai scritti affacciati sulla fine. In una delle più grandi interpretazioni che abita un nuovo inizio. [millepiani - 05.05.08] ** [gf 04.05.08] |