millepiani 2.0A prima vista Millepiani 2.0 ha un effetto straniante. La sua logica permette a un rizoma A (o voce, o nodo, o pagina) di avere delle relazione non gerarchiche con tutti gli altri nodi. Nello stesso tempo, oltre ad avere un contenuto proprio, esso può mettere in rapporto questo contenuto con un noto C (“fratello”), fare derivare delle connessione dal proprio contenuto (avere cioè un nodo 'figlio' B o derivato appunto) e, insieme, essere un nodo "figlio" o derivato, oppure essere un nodo vuoto, senza contenuto. [.......] *** This must be the place Visto Cheyenne del "nostro" Sorrentino. Deludente, francamente. Molto. Manca il respiro, manca la capacita´di portare alla luce dei personaggi veri, delle "persone": anche laddove la cifra estetica del semi grottesco-surreale si fa(rebbe) apprezzare o accettare, appunto, come cifra, e potrebbe continuare a sorreggere una sfida. Ma non la sorregge, invece, la indebolisce ancora di piu´ (mentre ne "Il divo", per altri fortunati motivi, la cifra stilistica sosteneva tutta la missione di racconto; meno ne "L´amico di famiglia", se ricordo bene). Non la sorregge in Cheyenne. Non si puo´ fare cinema "all´altezza" avanzando palesemente la pretesa di una storia forte, senza saperla pero´scrivere. Manca tutto, il legame interno vero, la coesione intima - e non per forza logica, ovvio - dei pezzi, anche nella pretesa "semi-surrealta´" della costruzione narrativo-estetica. E´li´che perde Sorrentino, facendo (ora davvero troppo) se stesso. Fa dei pezzi, magari di bravura, e li giustappone. Ma, sostanzialmente, racconta male (e forse racconta poco) e non pratica un lavoro sugli attori sufficiente a supplire all´incertezza narrativa. Crea poco piu´che "caratteri", e nella peggiore dei casi macchiette. Porta Shean Penn nella trappola, questo dispiace piu´di tutto. E, purtroppo per lui e per noi, ce lo ingabbia bene bene. Il rischio lo aveva evitato fin´ora grazie, semmai, ai temi scelti, alle storie, e al supporto di Servillo; ma, a ripensarci, non che quel rischio non lo abbia sfiorato. E davvero "pochino" il finale nel peggiore stile americano (il migliore sarebbe eccezionale e forse inarrivabile), con il campo/controcampo fra donna alla finestra e il "denudato" - banalmente "cresciuto" Cheyenne in basso, quindi immancabile panoramica grandangolare verso l´orizzonte con musica. Dispiace, ma va riincoraggiato. Film di
transizione per cominciare ad entrare in se stesso uscendo un po´ da se
stesso, si spera. [mf] *** ...alla mia origine - e a e.l.d. - ... "Dio stesso non può fare che quel che è stato non sia. Quale migliore prova che la creazione è un'abdicazione?... La creazione e il peccato originale non sono che due aspetti, differenti per noi, di un atto unico di abdicazione di Dio. E l'incarnazione e la passione sono altresì degli aspetti di questo atto. Dio si è vuotato della sua divinità e ci ha riempiti di una falsa divinità. Vuotiamoci di essa; questo atto è il fine dell'atto che ci ha creati. In questo atto stesso, Dio con la sua volontà creatrice mi mantiene l'esistenza perché io vi rinunci" Simone Weil *** ...a Luigi Nono... Steve Reich - Kronos Quartet / Pat Metheny - Different Trains / Electric Counterpoint Label:Nonesuch *** [a partire da alcune sentenze di questi giorni...] "Alla base dell'esercizio della giustizia esiste l'esercizio esclusivo della forza che lo Stato si arroga. Tutto l'Occidente - ed in primis i Romani che, appunto, del diritto furono gli 'inventori' - lavora affinchè dietro questo esercizio esclusivo venga nascosta la radice violenta che fonda ogni diritto e, dunque, ogni esercizio della giustizia. La 'giustizia' di cui tu parli - e con cui anche il condannato potrebbe essere in accordo - è quella apocatastica, quella della 'seconda venuta' di 'Dio' e della remissione dei peccati. Al di fuori di questa remissione dei peccati, il condannato è solo e sempre il capro espiatorio di questo occultamento, dell'occultamento della violenza dentro l'esercizio della giustizia. Il problema dunque non è tanto che 'se si va alla radice dell'esperienza umana il giudicare è quasi ridicolo' (Carmelo Picciotto, Nicola Bozzo) ma che l'esercizio della giustizia - che è cosa diversa dal 'giudicare' - nelle forme del diritto nasconde la violenza originaria dell'esperienza umana: precisamente il contrario di ciò che si crede di leggere in Dostoevskij. Che alcune figure in Dostoevskij rappresentino questo ridicolo del 'giudicare' nulla toglie al fatto che precisamente nel russo - come perfettamente aveva colto Pareyson nel suo libro dedicato alla scrittore - ciò che è in scena è l'esperienza umana tragica sin dall'origine, cioè l'esperienza umana sin dall'origine giudicata. E in questo nulla c'è di ridicolo." COMMENTA IL RIZOMA O CONDIVIDILO |