millepiani
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Le più belle cose: per Francesco Orlando
Parigi - Pisa, 24 giugno 2010

Sono poche le persone che mi hanno insegnato a leggere. E a rileggere, anche, infinite volte, quello che scrivo.
Poche, davvero, le persone da cui ho imparato l'ascolto, di un testo, di una vita, come si può ascoltare un brano di Schubert, o seguire un frammento di Wagner.
Io questo porto con me di Francesco Orlando. E lo serbo.
La più grande intensità e il più grande rispetto nei confronti dell'"esistenza", musicale, biografica, testuale, che ci sta davanti.
E questo mai, davvero, può voler dire "silenzio". L'amore per un testo implica davvero sempre una presa di parola. Talvolta inaudita e feroce.
Un pensiero.
Ora, davvero, ora che tutte le proiezioni costruite in anni e anni, cadono come d'incanto per la violenza, inaudita, della vita, c'è da riprendere in mano i testi. Semplicemente. E guardarli, da fuori, senza di lui. I suoi testi, a cominciare da "Gli oggetti desueti".
Francesco Orlando, ed è cosa che posso dire a pochissime persone, con la certezza di essere ben compreso, ha molto amato.
E ha amato dando di sé le cose più belle che aveva, che conosceva. Ora, le cose più belle in questo caso erano suoi testi, la "letteratura"... Quando uno ama in questo modo, con tale intensità, quello che legge, quello che ascolta - ripeto: l'attività di Orlando è equiparabile in fondo sempre a un infinito "ascolto" musicale - accade talvolta che riesca a fare innamorare chi lo ascolta di quello stesso testo, di quella stessa vita che anima le pagine. Quella vita appare nuda, indifesa, esposta.
Mi sono innamorato del Maestro e Margherita di Bulgakov, di Goethe, di Dante, di Cortazar, di Proust, prima ancora che di tutte le sue categorie. Le "letture" - quelle del Misantropo, della Fedra - sono state sempre solo un segmento di una lettura che può ancora giungere, e tenere testa, a quella, alla "nostra", ancora da venire. Orlando ha lavorato, e pensato sempre i suoi libri, dentro un'aula universitaria. Bisogna sempre tenerne conto. In questo senso davvero l'aula è stato il suo grande e inevaso laboratorio. Dove trasformare le "passioni", le paure, le ossessioni, anche, in una disciplina. Occorre mettere a servizio le nostre ossessioni, le nostre paure... a servizio di ciò che più amiamo, non tenerle a distanza, ma rigiocarle, rilanciarle, in modo imprevisto e imprevedibile: questo ha provato a fare Orlando, davvero, in una carriera universitaria che sappiamo quanto lunga.
Ha provato ad amare, davvero, dentro l'università. E c'è riuscito, per com'era, per come sapeva fare lui.
Francesco Orlando è stato "professore" ed "intellettuale", quando ormai è così difficile, per chi ha vissuto una certa università, pensarle ancora per il futuro, queste parole. Non potrei io stesso farlo senza conoscerne il più intimo segreto. E il segreto è un amore infinito per chi ascolta, e condivide lo stesso momento, lo stesso tempo in cui anche "altri" ascoltano. Non c'è cosa più bella, forse, che ascoltare insieme. Far "vedere" questa cosa ai più giovani è uno dei regali più intimi, penso, che si possa fare loro. Significa amarli soprattutto nella "possibilità" che ogni nuova generazione rappresenta per quello che già infinite volte è stato letto, guardato.
Amare chi c'è davanti a noi per la possibilità ancora inevasa di uno sguardo.
E i testi, la musica, la nostra stessa vita, per le cose più belle, più intense, che essi possono ancora dare a chi li guarda.
Anche dopo la nostra morte.
Così Francesco Orlando ha letto, sempre. Qualunque riconoscimento, e qualunque critica, non può che fare i conti con questo modo di lavorare. Da artigiano. Chi ricorda i suoi quaderni, le centinaia di fogliettini sparsi, le schedature rilette e riprese a distanza di decenni non può che ripensare a come abbia iniziato la sua tesi di laurea, in Lettere, dopo quella in Giurisprudenza: schedando un libro, come raccontava, senza avere per la verità troppe idee su dove andare a parare.
A Orlando piaceva raccontare la sua vita. Lampedusa, certo. Lampedusa. Da infinite distanze, direi.
Che cosa si racconta in fondo, della propria vita - mi sono chiesto ascoltandolo, anche l'ultima volta sul Lungarno di Pisa - cosa racconta quest'uomo in fondo se non di aver amato qualcosa, di averlo cercato, scoperto... Di averne sofferto. Mi fermo qui.
Se mi permetto di condividere con voi queste poche righe è perché quando mi concentro su quello che amo, e penso cosa voglia dire fare filosofia, io porto con me lo sguardo che Francesco Orlando aveva sulla musica.
Uno sguardo che in decenni gli ha permesso di accumulare una delle più incredibili collezioni sonore e di spartiti che Pisa abbia visto. Orlando non ascoltava musica, semplicemente. Ma quando ascoltava, leggeva insieme gli spartiti. Aveva un'esperienza che era insieme sonora e visiva della musica. Ne rimasi stupito, le prime volte. Col tempo capii che la stessa cosa valeva anche per la letteratura. Nell'odio in fondo viscerale per qualunque "traduzione" che quella stessa esperienza gli precludeva. Andare alla carne del testo, di questo si trattava - e si tratta sempre.
E la cosa che vidi bene, quando mi ritrovai, com'è capitato a molti giovani, negli anni, in una delle sue "comunità di ascolto", è che non c'è "comunità" che tenga. Di qualunque comunità bisogna saper ridere: l'ascolto di un libro, di un romanzo che mai lui avrebbe voluto "autobiografico", allude sempre a questo infinito sorriso di scherno che qualunque intelligenza e qualunque intellettuale dovrebbero avere nei confronti di una "comunità" che si autolegittima e si pretende esclusiva. L'ascolto non esclude, ma si apre, per costituzione. E' gratuito. E' sempre stato gratuito, per lui. Il rigore sta dentro l'intensità stessa dell'ascolto.
Ricordo, alcuni anni fa, una delle sue conferenze, a Lettere. Erano presenti anche Luciano Zagari e Carlo Alberto Madrignani.
Zagari intervenne con una delle sue interminabili domande e Orlando rispose, con una delle sue interminabili risposte. Non ci si riusciva a schiodare dalla sedia, per quanto era importante, decisivo, per chiunque, parlare in quel momento di letteratura. Madrignani ascoltava. E' un ricordo, un mio ricordo.
Ho conosciuto Orlando che avevo venti anni. E so cosa porta con sé chi lo ha conosciuto, chi lo ha visto lavorare. So cosa porto io, certamente. Una certa storia. Un'intensità, e un certo sguardo. Anche nell'additare le paure, dove ci sono. Francesco Orlando ha dedicato una intera vita ad additare e lottare contro la "paura". La sua e quella di intere storie della "letteratura". Sapeva bene, ne sono certo, che neanche Matte Blanco avrebbe potuto vincerla, una volta per tutte. C'era una paura ancora, ultima. L'ultima.
Sono contento che sia morto nel sonno.
Il suo amore per la didattica, che domani certamente avrà un suo posto nelle commemorazioni, è stato questo: un combattimento strenuo, quotidiano, con la paura della morte. Condiviso con chi, della morte, poteva riuscire ancora a non avere abbastanza paura. E poteva decidere la partita, forse, meglio di lui. Chissà...
Erano i testi a parlare, per primi. Poi lui. Poi, gli "studenti".
In Sicilia, e l'ultima volta con Orlando abbiamo parlato di Sicilia, come capita sempre tra siciliani emigrati, quando si lascia qualcuno gli si augura "le più belle cose". Le "più belle cose" mi ha augurato, lasciandomi: voglio portarle con me, adesso, e condividerle, le sue "più belle cose". Sapendo bene che portarle, sarà, da oggi, una fatica e una gioia immensa.
Un impegno quotidiano e senza tregua. Come altrimenti non può essere.
Salutarsi - e ci capita spesso, in questo nostro spostarci continuo tra le città - è come sporgersi di continuo su un vuoto. Dove si rimane comunque, in qualche modo, ancora "tra di noi".
Poche volte come questa per me è stato così vero.
[gianfranco]
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