Millepiani.net

Courbet e il volto dell’origine del mondo

pubblicato da millepiani
come: un'immagine

Parigi, 8 febbraio 2013 – Per più di un secolo e mezzo è stata avvolta dal mistero: chi era la donna che Gustave Courbet immortalò in un quadro, “L’origine del mondo”, passato da un collezionista all’altro prima di essere esposto a Parigi nel Museo d’Orsay? L’opera, datata 1866, mostra un sesso femminile in primo piano, il primo mai osato nella storia della pittura: la scena in realtà non ha niente di lubrico, non cede a compiacimenti erotici, appare anzi quasi asettica tanto è precisa, potente e realistica l’interpretazione dell’artista. Eppure quella tela di 46 centimetri per 55 dipinta ad olio fece scandalo all’epoca e conservò a lungo, per decenni, il sapore della trasgressione e del peccato. Adesso sappiamo chi era la bella sconosciuta tramandata ai posteri da Courbet. Conosciamo il suo viso e la sua storia. È lo straordinario annuncio dato in esclusiva mondiale dal settimanale Paris Match, che parla di «una scoperta miracolosa». Non tutti gli esperti sono d’accordo, e il museo d’Orsay per ora non si sbilancia: ma Jean-Jacques Fernier, uno dei maggiori esperti di Courbet, al quale ha dedicato un monumentale “Catalogo ragionato”, è convinto che la storia sia vera: il quadro che conosciamo è stato ritagliato da un’opera leggermente più grande.

Continua a leggere il post »

Come non sia vero che Lutero prese martello e chiodini – Melloni sulle 95 tesi

pubblicato da millepiani
come: una traccia

Repubblica 31.10.17
A ciascuno il suo Lutero. Secondo la tradizione 500 anni fa il padre della Riforma affisse le 95 tesi a Wittenberg
Un episodio mai avvenuto ma che dimostra quanta leggenda ancora circonda la sua figura. I mille volti del ribelle che cambiò il mondo in nome della fede – di Alberto Melloni

Aveva quarantacinque anni Lucas Cranach in quella fine ottobre del 1517. S’era guadagnato una prima fama dipingendo a Vienna crocifissioni originalissime, come quella del 1503 (ora a Monaco), con i condannati posti attorno a Maria e Giovanni. Dal 1505 era entrato a servizio dei principi elettori di Sassonia a Wittenberg: la “città” (duemila anime) in cui Federico il Saggio voleva far nascere un suo ateneo e dove era stato chiamato, poco dopo di lui, Martin Luder, monaco agostiniano, prima professore di etica e poi di sacra scrittura, autore di commentari biblici importanti. Figura inquieta e travolgente a cui viene attribuito un gesto che è entrato nell’immaginario collettivo: l’affissione, esattamente 500 anni fa, delle 95 tesi alla porta della chiesa del castello di Wittenberg.
Un gesto mai avvenuto: Lutero non prese il martello né i chiodi, non numerò le tesi, e non affisse proprio nulla; semplicemente sollevò in una serie di punti, in una disputa accademica, il tema della disgustosa compravendita delle indulgenze che svenava la Germania e minacciava la fede. Un appello ai dotti e agli ecclesiastici, che però, dopo pochi anni, assunse nella leggenda la forma eroica dell’affissione e della sfida. Una scena immaginaria che altri artisti hanno ritratto, e che è diventata cinema con Joseph Fiennes (quello di Shakespeare in love, per intenderci) protagonista di Luther (2003). Un’iconografia fasulla opposta alla quale c’è la ritrattistica di Cranach (e dopo di lui dei suoi figli), diventati i gestori dell’“immagine” di Lutero nei dipinti: da quello dal fondo immobile in cui spiccano lo sguardo e le occhiaie del riformatore a quello funebre che lo ritrae morto, con la faccia gonfia e la testa sprofondata nel cuscino su cui si spense trentuno anni dopo l’inizio di quella che tutti, a buon diritto, chiamano “la” Riforma.
Ecco perché adesso — ancora una volta, come a ogni celebrazione — il ricorrere dell’anniversario di quella svolta condita di leggenda interroga la coscienza delle chiese, la storiografia e la cultura: ponendo una di fronte all’altra le letture di quell’uomo, crinale e cerniera di mondi ed epoche. E ancora oggi, nel cinquecentesimo anniversario di quell’inizio la “cosa” Lutero domanda una interpretazione alla quale non sfugge nessuno: sia chi sa tutto di Lutero, sia chi ne sa niente, sia chi è a mezza via. Forte, fortissima è la tendenza a leggere Lutero come l’inventore della modernità e delle sue libertà.

Continua a leggere il post »

Vita, passioni e opere del comunardo Gustave Courbet

pubblicato da millepiani
come: una traccia

Repubblica 31.10.17
Vita, passioni e opere del comunardo Gustave Courbet
di Valeria Parrella

“La chiara fontana” di David Bosc, un romanzo sugli ultimi anni del pittore francese che amava la natura selvaggia, l’acqua e i più deboli
Capita che gli scrittori si accordino alle note di un altro artista, di una figura della Storia a cui sono riconoscenti, che li ha inquietati, incuriositi, fino a diventare ossessione, oggetto di studio, e personaggio. Capita che la biografia diventi romanzo, che ciò che i documenti non sanno riportare — perché la burocrazia non sa raccontare, le annotazioni non vanno lette ma interpretate — venga ricostruito negli occhi di un altro artista, che arriverà secoli dopo sulle stesse strade, spinto dalla medesima passione per il mondo e le sue espressioni. È stato un imperatore filosofo per Yourcenar, Katherine Mansfield per Pietro Citati, Balzac per Zweig, Evaristo Carriego per Borges, e Kafka, dieci anni fa, nella grafic novel di Cramb. Qui, nell’incontro tra David Bosc (francese, classe 1975, autore di La chiara fontana, L’orma) e Gustave Courbet, c’è la compassione teneramente virile dell’uomo che riconosce la libertà all’altro, e sente la necessità di celebrarla. Courbet era quello che «non possono esserci scuole, ci sono solo pittori», che scandalizza il mondo con la realtà della sua origine: materica e incontrovertibile. Chi può contraddirlo che l’Origine du monde sia lì? Courbet è pure quello che alla proclamazione della terza repubblica francese chiede e ottiene l’abbattimento della colonna di Place Vendôme, perché era un simbolo napoleonico, e raccontava il sangue della battaglia di Austerlitz, e la prepotenza. Courbet amava il popolo, lo dipingeva, durante la Comune fu fatto assessore alla pubblica istruzione e, se parlava di sé, si dipingeva come quell’uomo disperato de l’Autoritratto del 1841.

Continua a leggere il post »

Martin Lutero – Tre articoli

pubblicato da millepiani
come: una traccia

La Stampa 29.10.17 – Martin Lutero. La purezza della fede in un mondo corrotto. Cinquecento anni fa il monaco tedesco negò l’autorità della Chiesa ma la sua Riforma si disperse nel settarismo Massimo Firpo


Non è storicamente accertato che Lutero, alla vigilia di Ognissanti del 1517, abbia affisso alla porta della chiesa del castello di Wittenberg le celebri tesi con cui condannava la vendita delle indulgenze.

Un testo in latino con cui sollecitava una discussione tra dotti teologi sui gravi errori impliciti nel credere che con un esborso in denaro si potesse cancellare non solo la pena, ma anche la colpa dei peccati, comprare quindi il perdono divino e addirittura far uscire dal purgatorio le anime dei propri cari. Una dottrina (e ancor più una prassi) aberrante, che trasformava la fede cristiana in un mercimonio e contrastava radicalmente con gli esiti cui era giunta la profonda crisi religiosa che aveva tormentato Lutero negli anni precedenti in cui, lungi dal placare le sue inquietudini religiose, l’ascesi monastica le aveva portate al parossismo.
Per quanto si sforzasse di essere un buon frate, infatti, il timore di dover essere infine giudicato dalla giustizia di Dio lo lasciava sgomento, nella consapevolezza che nulla di ciò che avrebbe potuto fare lo avrebbe reso degno di essere assolto da quella giustizia. Fu l’assidua meditazione delle lettere paoline che gli fece infine capire che la giustizia di cui parla la Bibbia non è quella con cui Dio onnipotente giudica gli uomini, contaminati dal peccato originale e quindi irrimediabilmente peccatori, ma quella che gratuitamente egli dona, «imputa» loro, purché abbiano fede nell’esclusivo valore salvifico del sacrificio della croce, credano cioè che solo la fede nella redenzione di Cristo possa renderli giusti agli occhi dell’Onnipotente.
Sola fides, soltanto la fede può salvare, non le opere, non i presunti e risibili meriti degli uomini, che non possono esistere davanti a Dio. Si comprende come la pratica delle indulgenze gli apparisse non solo scandalosa, ma anche tale da insinuare errori gravissimi tra i fedeli. Di qui la sua clamorosa protesta, che non sarebbe diventata una rivoluzione se i progressi della stampa non avessero consentito di diffondere in tutta la Germania migliaia di copie di quelle tesi incendiarie, subito tradotte in tedesco. Continua a leggere il post »

Insieme per la rivoluzione – Benito e Vladimir Il’ic in birreria: un estratto dal nuovo libro di Emilio Gentile

pubblicato da millepiani
come: una traccia

Il Sole Domenica 29.10.17
Insieme per la rivoluzione – Benito e Vladimir Il’ic in birreria di Emilio Gentile

Nel marzo 1904, grazie ad Angelica Balabanoff, il probabile incontro di Lenin e Mussolini a Ginevra con i socialisti che celebravano l’anniversario della Comune
Che vi sia stato un incontro fra Lenin e Mussolini non è la fantasiosa ipotesi di una storia immaginaria.
La circostanza dell’incontro si presentò realmente quando l’uno e l’altro vivevano in Svizzera. All’inizio del 1904, Lenin e Mussolini abitavano entrambi a Ginevra. Il russo vi si era trasferito da Londra l’anno precedente, ma a Londra era tornato per il secondo congresso del partito socialdemocratico russo. Era rientrato a Ginevra nel gennaio del 1904. Anche il giovane migrante italiano vi giunse il 30 gennaio, dopo aver girovagato nei due anni precedenti per vari cantoni svizzeri.
Lenin aveva trentaquattro anni. Da quindici anni militava nel movimento marxista, da quattro anni aveva lasciato la Russia e dopo due anni trascorsi a Londra, si era trasferito a Ginevra, dov’erano altri compagni bolscevichi. Mussolini aveva ventuno anni, da tre anni era iscritto al partito socialista italiano, e proprio nella confederazione elvetica, dove era emigrato nel luglio del 1902, aveva iniziato l’attività politica come giornalista, propagandista e agitatore fra i lavoratori italiani emigrati.
Molti socialisti russi e italiani vivevano allora in Svizzera. Talvolta si riunivano con i socialisti della confederazione elvetica e di altri Paesi europei per conferenze o per convegni politici. A Ginevra, abituale luogo d’incontro era il Café Brasserie E. Handwerk, in Avenue du Mail 4. Con la denominazione “Brasserie de l’Univers” , dove si vendeva a “Bier de l’Avenir”, come era vistosamente scritto nella pubblicità all’esterno, il caffè sembrava appropriato a ospitare nella sua grande sala coloro che volevano realizzare una rivoluzione proletaria universale sotto il sole dell’avvenire.
Mussolini rimase a Ginevra fino al 17 aprile, allorché fu espulso dal cantone, dopo essere stato arrestato per aver falsificato la data di scadenza del passaporto. Il giovane emigrato si guadagnava da vivere dando lezioni di italiano e scrivendo articoli per i giornali socialisti. «Lottavo col disagio economico. Passavo le mie ore libere nella Biblioteca universitaria di Ginevra, dove fortificai la mia cultura filosofica e storica», ricorderà Mussolini in una breve autobiografia scritta nel 1912.

Continua a leggere il post »

Fortini: «I poeti del Novecento» di un dialettico che credeva nella forma. Il centenario del poeta-critico.

pubblicato da millepiani
come: una traccia

Dai Vociani a Saba, da Montale a Giudici: la monografia-antologia di Franco Fortini uscita nel ’77 (ora riproposta da Donzelli) campionava un secolo decisivo, mettendo a punto una posizione refrattaria alle mode
di Massimo Raffaeli

Quando nel marzo del 1977, in una collana di Laterza diretta da Carlo Muscetta, pubblica la monografia-antologia sul Novecento italiano Franco Fortini non è ancora nel senso comune Franco Fortini e cioè uno dei maggiori poeti del secolo. Ha sessant’anni e alle spalle raccolte cruciali (da Foglio di via, ’46, a Questo muro, ’73), è entrato negli «Oscar» Mondadori con le Poesie scelte (’73) a cura di un giovane fuoriclasse della critica, Pier Vincenzo Mengaldo, eppure la sua ricezione è sfuocata o oscurata da una immagine più aggettante, quella dell’ex redattore di «Politecnico» e poi collaboratore di «Quaderni Rossi» e «Quaderni Piacentini», del saggista di Dieci inverni (’57) e Verifica dei poteri (’65), del traduttore di Brecht ed Eluard, cattiva coscienza itinerante della sinistra italiana o, come pure fu detto, sua implacabile ombra di Banquo.
Soltanto negli anni successivi, fra l’eclissi del decennio antagonista e il principio di una nuova glaciazione politica e culturale, alla sua voce sarebbero stati riconosciuti i tratti della necessità e di una compiuta originalità.
Dunque è probabile che la stesura de I poeti del Novecento – che ora tornano (Donzelli «Saggi», pp. 294, € 28,00) a cura di uno studioso benemerito quale Donatello Santarone e l’annessa recensione che lo stesso Mengaldo pubblicò su «Nuovi Argomenti» nel ’79, – abbia avuto per lui tanto il valore di una complessiva ricapitolazione quanto della messa a punto di una posizione per proverbio refrattaria e minoritaria.

Continua a leggere il post »