Millepiani.net

Il medico e il malato di fronte all’incertezza: la malattia e la cura nel contemporaneo

pubblicato da millepiani
come: una traccia

Corriere Salute 3.12.17
I pazienti oggi sono chiamati a partecipare alle decisioni sulla cura. Ma spesso questa opportunità è vissuta come un peso e si preferirebbe che il professionista si assumesse l’onere della decisione per intero. Nella medicina però, ora più che mai, questo è raramente possibile
Il medico e il malato di fronte all’incertezza – di Luigi Ripamonti

Diagnosi di carcinoma spinocellulare alla lingua, paziente di 76 anni, donna. «Signora ci sono due opzioni: la chirurgia o la brachiterapia. Nel primo caso porteremo via un pezzo di lingua e lei avrà difficoltà a mangiare e a parlare. Nel secondo le infileremo nella lingua due aghi radioattivi che dovrà tenere una settimana, durante la quale resterà chiusa in una stanza e non potrà ricevere visite. Sarà doloroso ma se il trattamento riuscirà potrà conservare la lingua».
Il caso è reale e paradigmatico. A dispetto di quello si potrebbe pensare, i medici sono stati empatici e professionali nel porre la questione. Ma la malata ha risposto: «Per favore ditemi voi che cosa devo fare, io non so che cosa sia meglio». Chiedeva certezze, ma non ce n’erano.
La medicina è passata da una versione «paternalistica» a una «condivisa» in cui il malato ha il diritto di partecipare alla scelta della cura. Ma questo diritto talora è vissuto come un peso, di cui si farebbe volentieri a meno.
Del resto William Osler, considerato il padre della medicina moderna, diceva che «La medicina è la scienza dell’incertezza e l’arte della probabilità». E allora come uscirne? Per esempio dando percentuali precise di successo che si possono attribuire alle diverse alternative?
«Potrebbe essere utile, ma un recente articolo del New England Journal of Medicine , la più prestigiosa rivista medica del mondo, sottolineava come ciò non aiuti il paziente a gestire la componente emotiva legata alla malattia. Serve invece comprendere le priorità personali del paziente, le sue convinzioni e i suoi valori per aiutarlo a decidere» ha sottolineato Alan Pampallona,della Fondazione Giancarlo Quarta durante un convegno recentemente organizzato a Milano dalla stessa Fondazione su «Relazione di cura e gestione dell’incertezza in medicina».
Ma come può il medico trovare un equilibrio fra un’onesta informazione, che deve comunicare l’incertezza, e infondere allo stesso tempo la dose di fiducia necessaria nella terapia?

Continua a leggere il post »

Caporetto, fatale la forza nemica non lo sciopero dei soldati italiani: una recensione al libro di Barbero

pubblicato da millepiani
come: una traccia

La Stampa TuttoLibri 2.12.17
Caporetto, fatale la forza nemica non lo sciopero dei soldati italiani
Un’analisi della clamorosa disfatta della Grande Guerra tra documenti militari e testimonianze di scrittori in trincea
di Giovanni De Luna

Nella guerra italiana, il 1917 fu segnato dalla gravissima sconfitta militare di Caporetto. Con un’offensiva cominciata il 24 ottobre, le truppe austrotedesche dilagarono in profondità per 150 chilometri verso la pianura padana, in una travolgente avanzata che si arrestò soltanto sulla linea del fiume Piave. Caporetto fu una sconfitta militare ma anche una catastrofe dalla enorme portata simbolica. E ancor oggi quella battaglia emoziona, divide, indigna. Alessandro Barbero ha scelto il suo ultimo libro (Caporetto) per confrontarsi con tutti gli interrogativi che si addensano su una delle più clamorose disfatte italiane, proponendone una sorta di anatomia – fredda e distaccata- senza negarsi una forte simpatia umana verso alcuni dei suoi protagonisti. Lo ha fatto attingendo ad alcuni classici della storiografia militare (Pieri, Rochat), agli atti della Commissione parlamentare di inchiesta, che su Caporetto indagò già nel gennaio 1918, e incrociando le fonti italiane con quelle nemiche: una pluralità di voci, alcune segnate dall’immediatezza e della spontaneità della cultura popolare, altre lasciateci da grandi scrittori (Gadda, Comisso, etc…) che- queste ultime in particolare – ci aiutano a capire il passaggio dall’incanto di una guerra fortemente voluta al disincanto di una guerra stolida, combattuta senza slanci e con una rassegnata apatia.
Barbero descrive accuratamente i piani austro tedeschi per sfondare il fronte nella zona di Plezzo e Tolmino, la colpevole incredulità dei comandi italiani di fronte alle dettagliate informazioni ottenute dai disertori; ci informa sul numero delle divisioni impiegate e dei pezzi di artiglieria dislocati sul campo di battaglia, ci accompagna in una ricognizione puntuale del terreno, delle singole montagne e dei fondovalle.

Continua a leggere il post »

Mann e la svolta dell’impegno in difesa della civiltà democratica e contro il nazismo. Un’antologia.

pubblicato da millepiani
come: una traccia

Corriere 5.12.17
Un volume edito da Mondadori raccoglie i testi d’impegno civile del grande romanziere tedesco, con un’introduzione di Giorgio Napolitano. La stagione più creativa si era conclusa, cominciava la battaglia contro la barbarie nazista. La svolta di Mann sulla scia di Eschilo. Il poeta greco fu celebrato per aver combattuto in armi
di Claudio Magris

Si dice che l’epitaffio sulla tomba di Eschilo lo celebrasse perché aveva combattuto da valoroso a Maratona in difesa della patria e non menzionasse le sue tragedie, capolavori assoluti che, insieme a quelli degli altri tragici greci, sono scesi nel profondo del mito, dell’inconscio e del senso della vita. Da duemilacinquecento anni ricordiamo, studiamo e amiamo l’ Orestea più che lo scudo imbracciato dal suo autore sul campo di battaglia, ma quell’epitaffio dice che la vita e la civiltà valgono più dell’arte e che quest’ultima è grande quando fa sentire a fondo tale verità, quando rimanda a qualcosa più in alto di essa.
Pure Thomas Mann ha sentito di dover brandire la spada nella lotta politica, anche se la spada che sapeva maneggiare era la penna; lo ha fatto, ricorda Massimo Cacciari, controvoglia, costretto dai devastanti disastri dell’epoca che, dopo la fine dello sciagurato massacro della Prima guerra mondiale, vedeva germogliare e proliferare dovunque violenza, odio nazionale, sete di vendetta, razzismo, ideologie barbariche e totalitarie d’ogni genere, germi di quella che sarebbe presto stata la Seconda guerra mondiale, abominio dell’umanità e in particolare della Germania nazista.
Mann è costretto a scoprire che la politica non è una sofisticazione intellettualistica e ideologica, astrattamente lontana dalla vita, bensì è la vita stessa e la sua tutela. Polis, la Città, la comunità, vita condivisa e vite che si influenzano a vicenda; stare insieme, libertà o schiavitù, onore o indegnità, pane o fame, violenza o pace. Il grande discorso Della Repubblica tedesca tenuto il 15 ottobre 1922 a Berlino — che apre questi Moniti all’Europa — è la sua dichiarazione di fede nella democrazia, contestata da numerosi studenti nazionalisti presenti in aula. Mann scopre che non vi è antitesi tra la poesia, la letteratura, l’arte e la democrazia, come aveva invece sostenuto nelle sue esorbitanti, ridondanti, talora sfasate ma geniali Considerazioni di un impolitico , gigantesco manifesto letterario del pensiero o meglio dell’atteggiamento reazionario.

Continua a leggere il post »

«Alfabeto d’origine» di Lea Melandri per Neri Pozza. Cosa significano «scrittura dell’esperienza», femminismo e narrazione di sé

pubblicato da millepiani
come: una traccia

il manifesto 5.12.17
Accedere all’inconscio non è un pranzo di gala
«Alfabeto d’origine» di Lea Melandri per Neri Pozza. Cosa significano «scrittura dell’esperienza», femminismo e narrazione di sé. Un fotogramma tratto da «My sister is a painter», di Virginia Eleuteri Serpieri (2014)
di Francesca Romana Recchia Luciani

Tra «lingua ritrovata», «corrispondenze amorose», «scrittura di esperienza» e alcune «riprese», come recitano i titoli dei capitoli di cui si compone l’ultimo libro di Lea Melandri, con Alfabeto d’origine (Neri Pozza, pp. 169, euro 16) siamo in presenza di un testo sorprendente, dipanato con il fascino e la suggestione di una confessione irrimandabile e di un flusso emozionale che proviene dall’inconscio.
La lettura procede come un incontro con un pensiero alimentato dalla «forza invasiva del mondo interno», di cui si cerca in ogni frase la difficile traduzione attraverso scrupolosa cura semantica e acribia stilistica, condensate in parole precise e ricercate, significati acuminati come una lama che hanno la virtù di attraversare, insieme a quello dell’autrice, anche l’inconscio di chi legge.
UN APPUNTAMENTO tra anime favorito da una scrittura felice, da una parola sempre appropriata, da una ricerca che si spinge, ogni volta più audacemente, sotto lo strato delle apparenze verso una profondità melmosa e inconfessabile, a inseguire le tracce dei desideri rimossi, dei bisogni negati, degli impulsi insopprimibili. Non soltanto, dunque, la testimonianza militante di una battaglia femminista contro gli schemi a buon mercato, manifesto di un’opposizione di lunga durata a binarismi di comodo e a semplificazioni oppositive ma prive di dialettica, bensì al contempo un’esplorazione del profondo che intercetta l’inconscio collettivo decifrando quello individuale.
UNA VISIONE del presente, quella di Melandri, condensata e polimorfa, per via della stratificazione di senso che ella attribuisce al tempo vivente, in quanto prospettiva storica ed ermeneutica della complessità che si interpone sempre tra «due tempi, quello dell’origine a quello della storia», con l’obiettivo di lasciarsi alle spalle la mitologia binaria degli abituali schematismi dicotomici, la «falsa dialettica degli opposti», come lei la definisce, per giungere a cogliere la realtà «nell’intrigo delle sue varie e molteplici componenti». Questo volume, a tratti diario, a tratti rapsodia, che attraversa la biografia della sua autrice ma anche quella di una generazione in lotta (a modo suo un’«autobiografia per interposta persona»), è anche un documento politico che addita le facili e banali «polarizzazioni» come la più infausta e insieme persistente semplificazione della complessità del reale che solo un’irriverente prospettiva, come quella azzardata in questi scritti, in grado di intrecciare senso esterno e senso interno, può restituire ad una semantica dell’interezza, ad una grammatica dell’insieme, ad una sferica totalità in cui torni a valere il senso delle relazioni, delle connessioni, di quel che vincola ogni cosa al suo contrario.

Continua a leggere il post »

Talmud, la rivelazione permanente. Con il trattato sulle “Benedizioni” prosegue la traduzione integrale del testo sacro ebraico

pubblicato da millepiani
come: una traccia

La Stampa 7.12.17
Talmud, la rivelazione permanente
Con il trattato sulle “Benedizioni” prosegue la traduzione integrale del testo sacro ebraico: insegna quando pregare e quando studiare – di Elena Loewenthal

C’è qualcosa di profondamente paradossale ma non meno congeniale all’ebraismo nel fatto che la tradizione d’Israele chiami «Torah orale» un immenso corpus di testi scritti. Questo suggestivo ossimoro porta con sé l’idea di una sorta di rivelazione permanente che comincia con la chiamata di Abramo – che in ebraico significa «Padre grande» -, prosegue con la dettatura della Legge su al Sinai, s’incammina nella storia del popolo d’Israele con i Profeti e gli Agiografi, e procede in una progressiva discesa ma anche diluizione dell’ispirazione divina che continua peraltro ad animare i detti dei rabbini e il loro inesauribile discutere intorno al testo sacro, cioè la Torah scritta – la Bibbia ebraica.
La Torah she beal peh, «Torah che sta sulla bocca» è fondamentalmente il Talmud, parola ricavata dalla radice ebraica che – in nome di quella straordinaria didattica dello scambio che fa dire a un grande maestro: «Ho imparato soprattutto dai miei discepoli» – significa a un tempo «imparare» e «insegnare»: un immenso verbale di discussioni, commenti, divagazioni e interpretazioni della Bibbia, passo per passo. Non fine a sé stesso, beninteso, bensì parte integrante di un continuo dialogare tra cielo e terra alla ricerca di quegli infiniti significati che la Bibbia contiene ma che non sono palesi.
Giunto alla sua redazione finale intorno al VI secolo, il Talmud è composto da sei ordini e 63 trattati, per un totale di molte migliaia di pagine. Questo testo straordinario (di cui a dire il vero esistono due redazioni, una detta «di Gerusalemme» e una, quella canonica, che viene invece «da Babilonia» perché quello era allora il fulcro della cultura ebraica) è ben più di un dotto commento alla Legge divina, cioè alla Bibbia: è una vera e propria enciclopedia della vita, per quanto disordinata e difficilissima da esplorare, in cui il materiale si delinea – sempre disordinatamente – secondo due categorie: la halakhah, cioè l’insieme di regole, e la haggadah, cioè la narrazione.
In questi giorni esce il secondo volume del monumentale progetto che prevede la prima traduzione italiana integrale di tutti i 63 trattati talmudici, avviato ormai molti anni fa e sostenuto fra gli altri dal Miur e dalla Presidenza del Consiglio (https://www.talmud.it). Si tratta del trattato Berakhot, che vede oggi la luce nella nostra lingua con la prefazione del rabbino Gianfranco Di Segni (in due tomi per i tipi della Giuntina, € 90) e che è forse il più suggestivo, il più ricco di evocazioni di tutto il Talmud.
Berakhot si traduce convenzionalmente con «Benedizioni» ed è uno dei trattati contenuti nell’ordine Zeraim, cioè «sementi» (e dunque tutto ciò che è legato alla vita produttiva dell’uomo e al suo rapporto con la terra, con la materia). Ma nell’universo ebraico la benedizione è qualcosa di difficile se non impossibile traduzione, perché, scrive Di Segni, «non rende bene la ricchezza semantica e concettuale che risuona nel termine ebraico. […] È il modo più tipicamente ebraico con cui si esprime la fede in Dio Re e Creatore del mondo». L’uomo benedice Dio e Dio benedice l’uomo in una dinamica in cui attivo e passivo si scambiano, l’astratto si fa concreto e viceversa, come quando è il Signore stesso a imporre all’uomo «Benedicimi!».
I primi tre capitoli del trattato si occupano della lettura dello Shema («Ascolta Israele», la professione di fede dell’ebraismo), e delle relative benedizioni; seguono parti dedicate alla preghiera «generica» e a quella che si ha da recitare «in piedi» (Amidah); poi si tratta delle benedizioni per il pasto, i cibi, i fenomeni naturali, i miracoli, la salvezza, i vestiti nuovi…, perché tutto è degno di benedizione. Ma, come scrive il più grande talmudista vivente, Rav Adin Steinsaltz, il tema centrale di queste pagine è la fede stessa attraverso un dialogo a molte voci che coinvolge lo spazio e il tempo del mondo.
Forse più il tempo dello spazio, perché l’ebraismo per millenni ha abitato nel primo molto più che nella geografia reale. E allora uno dei temi centrali del trattato Berakhot è quello di capire quando pregare, quando dedicarsi allo studio: «Come faceva re David a capire quando era mezzanotte? Lui aveva un segno per sapere quando era mezzanotte. C’era un’arpa appesa sopra il letto di David, e quando giungeva la mezzanotte veniva un vento dal Nord e soffiava attraverso l’arpa, e l’arpa suonava da sola. Immediatamente David si alzava e si occupava di Torah fino al sorgere dell’alba».
È proprio così che il Talmud si dipana: interrogando il testo sacro là dove esso tace, cercando ciò che in apparenza manca e che invece sta lì, negli inesauribili spazi bianchi fra le righe, là dove tutto è detto, fuori del tempo e dello spazio.

Heidegger sui sentieri interrotti. Pubblicato ‘L’evento’ testo del biennio 1941-42

pubblicato da millepiani
come: una traccia

 Esce lunedì 27 novembre il testo di Martin Heidegger «L’evento» (Mimesis, pp. 343, euro 25)

Heidegger sui sentieri interrotti. Contro la visione lineare della storia. Il 27 novembre esce in italiano per Mimesis «L’evento», a cura di Giusi Strummiello: un trattato del famoso pensatore tedesco risalente al cruciale biennio 1941-42 – di Donatella Di Cesare

Continua a leggere il post »