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	<title>Millepiani 1.0 - scritture e materiali filosofici</title>
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		<title>Messina bene comune, Messina forma di vita</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Mar 2013 17:20:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>millepiani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[messina bene comune]]></category>
		<category><![CDATA[messina forma di vita]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianfranco Ferraro, Luciano Marabello, Emilio Raimondi, Gino Sturniolo gruppo facebook: https://www.facebook.com/groups/296648163795903/ ********** Ripensare la democrazia a Messina. Mai come in questi ultimi venti anni, la “forma” della nostra città è andata cambiando nel disprezzo delle più elementari regole di scelta democratica. Chi ha chiesto ai messinesi il permesso di chiudere l&#8217;accesso al porto e di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gianfranco Ferraro, Luciano Marabello, Emilio Raimondi, Gino Sturniolo</p>
<p>gruppo facebook: https://www.facebook.com/groups/296648163795903/</p>
<p>**********<br />
<em></em></p>
<p><em>Ripensare la democrazia a Messina.</em></p>
<p><em></em><br />
Mai come in questi ultimi venti anni, la “forma” della nostra città è andata cambiando nel disprezzo delle più elementari regole di scelta democratica. Chi ha chiesto ai messinesi il permesso di chiudere l&#8217;accesso al porto e di sottrarre di fatto alla città il suo rapporto con il mare? E quando è stato chiesto a messinesi di rendere progressivamente privato l&#8217;attraversamento dello Stretto? Chi li ha interpellati sul destino del Teatro in Fiera e chi ha chiesto loro di poter decidere, direttamente, il destino della cittadella fieristica? Chi ha chiesto il loro parere sulla vocazione e sulle ipotesi di trasformazioni speculative del quartiere storico del Tirone? Chi ha chiesto ai messinesi, in una parola, di poter decidere che città volevano?</p>
<p>Ci poniamo oggi una semplice domanda: come reagire alla sistematica espropriazione di luoghi di democrazia, di scelta, come reagire cioè all&#8217;espropriazione che Messina vive ormai da decenni? E come rendere quindi possibili, praticabili delle “scelte” consapevoli e partecipate sulla forma della città da parte dei messinesi? Scelte e decisioni dirette in cui cioè la città, in tutte le sue componenti &#8211; la città dunque dei molti e non dei pochi -, possa entrare e dire la propria su ogni metro quadrato pubblico e su ogni proiezione pubblica di edifici e spazi pubblici che la compongono, così come su ogni attività che la riguarda.</p>
<p>Ripensare l&#8217;ambiente urbano a Messina implica innanzitutto allora un radicale ripensamento del rapporto tra lo spazio democratico e l&#8217;uso in comune delle risorse. Espressioni come “cittadinanza attiva”, “democrazia partecipata”, autogestione dei “beni comuni”, protagonismo della città, sono pratiche e termini entrati ormai nel nostro linguaggio quotidiano. Ma proprio in quanto riescono raramente ad essere attuate nella pratica, essi risultano spesso, agli occhi della politica ufficiale, parole vuote, pratiche inutili.</p>
<p>Al contrario invece, ritrovare il rapporto tra una gestione democratica dell&#8217;ambiente urbano e l&#8217;uso delle risorse significa, più radicalmente &#8211; cioè in maniera più partecipata, e ancor di più per una città come Messina &#8211; dare nuova luce a quanto possiamo intendere con “bene comune”: come “usare” democraticamente quello che c&#8217;è già? Come restituire alla città spazi in disuso o male utilizzati e servizi di pubblica utilità mal gestiti da privati o da amministrazioni pubbliche incapaci di salvaguardare l&#8217;interesse prioritario della comunità cittadina?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>&#8220;Restituire&#8221; beni comuni.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La recente riapertura del “Teatro in Fiera”, libera restituzione alla città di un <em>bene comune</em> sottratto alla vita pubblica, ha risvegliato l&#8217;opinione pubblica cittadina su due gravi problemi: da una parte, il pessimo stato di conservazione in cui versano tante strutture cittadine pubbliche, dall&#8217;altro l&#8217;opera di progressiva appropriazione di tali strutture, così come di terreni inutilizzati, non solo da parte di privati, ma anche da parte di enti pubblici. Il vero problema che infatti Messina ha vissuto in questi anni non è stato solo la dismissione degli enti pubblici, ma anche una loro gestione essenzialmente privatistica. In questo senso, non fanno eccezione, come il caso del “Teatro in Fiera”, ribattezzato &#8220;Pinelli&#8221; ha ben messo in evidenza, né l&#8217;area della vecchia cittadella fieristica, di fatto mai integrata nel tessuto urbano, né, in misura certamente maggiore, tutto il <em>Waterfront</em>.</p>
<p>Fallita è infatti, sotto gli occhi di tutti, e soprattutto a Messina, l&#8217;idea che un certo intervento del privato nei servizi pubblici, quelli che richiamano, innanzitutto, la gestione dei servizi fondamentali, sia l&#8217;equivalente di efficienza e buona gestione. E ancor più fallimentare si è rivelata al tempo stesso l&#8217;idea, tutta interna a questo modello economico, per cui la gestione finanziaria dell&#8217;ambiente urbano, così come, su altre scale, delle risorse umane, economiche, paesaggistiche del Paese e della Regione, sia incompatibile con la pratica attiva della democrazia. Ed è proprio di fronte al fallimento sostanziale di questa strategia che noi pensiamo ci sia un&#8217;altra possibilità.</p>
<p>Questa idea chiusa, privatistica, dove a scegliere quale sia l&#8217;utilizzo degli spazi pubblici sono solo in pochi, ancor meno quelli che decidono la loro destinazione, mentre pochissimi usufruiscono di servizi, s&#8217;infrange, oggettivamente, con un nuovo protagonismo, non organizzato in associazioni, in cordate, cenacoli, con una irruzione di forze giovani nella vita politica della città che dell&#8217;uso comune degli spazi sociali fanno il senso della loro libera e attiva espressione politica.</p>
<p>Il caso del “Teatro in Fiera Pinelli” di Messina segue infatti da vicino casi simili di “restituzione” di beni pubblici sottratti alla pubblica utilità da parte di una gestione privata e privatistica delle risorse. In città più vicine come Palermo e Catania, così come a Pisa, Treviso, Roma, Napoli, cinema, teatri, ex-fabbriche e spazi pubblici lasciati in colpevole disuso o pronti a diventarlo sono stati &#8220;restituiti&#8221; pienamente alla città, a differenza di ciò che è avvenuto in riva allo Stretto.</p>
<p>Come fare però se le stesse istituzioni locali, come province, comuni e quartieri, vivono ormai, a causa dei vincoli di bilancio fissati spesso senza tenere in alcun conto le realtà locali, nell&#8217;impossibilità di “rappresentare” effettivamente i bisogni e le necessità dei cittadini?<br />
<em></em></p>
<p>Quali istituzioni per i &#8220;beni comuni&#8221;? Occorrerà a nostro avviso muoversi in due direzioni.<br />
La prima: rendere più diretto il rapporto tra istituzioni locali e cittadinanza; la seconda: le pratiche di cittadinanza attiva e di “restituzione” dei luoghi alla città devono essere riconosciute dalle istituzioni rappresentative.</p>
<p>Sulla scorta di diversi esempi già istituiti a livello nazionale, riteniamo innanzitutto che il Comune di Messina debba avviare in questo senso un percorso partecipato, attraverso l&#8217;istituzione di appositi organi consultivi del Comune, che guardino non solo<em> </em>alle realtà associative cittadine riconosciute, ma anche a forme spontanee di organizzazione. Occorre cioè che attraverso una forma di regolamentazione degli spazi pubblici riconsegnati alla libera fruizione della cittadinanza ed alla loro vocazione di <em>bene comune, </em>possa essere riconosciuto quel protagonismo sociale ed autogestionario presente nella società messinese, come è risultato evidente nella riapertura del &#8220;Teatro Pinelli-in Fiera&#8221;.</p>
<p>Si tratta di attivare cioè anche a Messina, sulla linea del percorso di democrazia partecipativa recentemente avviato a Napoli, con l&#8217;approvazione di un nuovo regolamento comunale e con l&#8217;istituzione del regolamento di un “Laboratorio Napoli per una Costituente dei beni comuni”, un “Assessorato ai Beni comuni” che sovrintenda e si faccia a sua volta promotore di forme ulteriori di pratiche di cittadinanza, così come previsto del resto dalla convenzione di Aarhus sulla &#8220;democrazia ambientale&#8221; del 25 giugno 1998, riguardante l&#8217;accesso &#8220;alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l&#8217;accesso alla giustizia in maniera ambientale”, convenzione ratificata dallo Stato italiano già il 16 marzo 2001.</p>
<p>Solo in questo modo, attraverso l&#8217;istituzione di un apposito assessorato e la presenza, in seno alla macchina comunale, di organi consultivi aperti in cui trovino continua e libera espressione le istanze autogestionarie dei &#8220;beni comuni&#8221;, l&#8217;amministrazione può, infatti, da un lato allargare le maglie della propria capacità amministrativa, su basi interamente democratiche, e dall&#8217;altro rendere ulteriormente possibile la garanzia di una reale e differenziata democraticità delle diverse pratiche di cittadinanza e di restituzione dei beni comuni agli abitanti. Solo attraverso questa integrazione nel Regolamento comunale dell&#8217;utilizzo di un bene comune può garantirsi da eventuali derive appropriative degli &#8220;usi&#8221;, salvaguardando i processi di democrazia partecipativa.</p>
<p>Grazie a questo movimento, in secondo luogo, le pratiche di cittadinanza attiva e di <em>restituzione</em> dei luoghi alla città potranno incontrare, entro questo orizzonte, la disponibilità e il senso di una presenza proveniente dal privato.</p>
<p>In questo senso, rimettere in moto una gestione democratica della forma di vita cittadina significa, dunque, anche ripensare il rapporto tra le risorse, le capacità produttive e le sue compatibilità. Significa ridefinire il rapporto che una città intrattiene con il “privato” e con la forma-impresa per come essa si dà, sia individuale che collettiva.</p>
<p>Significa, ad esempio, impedire per i luoghi comuni, pubblici e condivisi, quelle pratiche aziendali che puntano tutto su meccanismi predatori e speculativi (vedi caso &#8220;Triscele&#8221;). Significa pensare a “luoghi comuni” &#8211; la cittadella fieristica, ad esempio &#8211; in cui la comunità cittadina può determinare non solo destinazioni d&#8217;uso, ma anche forme di partecipazione produttiva e di diretta presenza del privato, che possono, solo a queste condizioni, incrociarsi con le pratiche di messa in condivisione, di libera fruizione, di autogestione e resa comune di un bene.</p>
<p>Riutilizzare spazi, liberare risorse, gestire democraticamente la città significa in questo senso “restituire” alla città il proprio ambiente, e al tempo stesso riaffermare la capacità di decidere, nella maniera più condivisa possibile, le sue risorse.</p>
<p>Più che di “beni comuni” parleremo allora di “usi in comune”, riconoscendo il valore sperimentale delle temporanee invenzioni urbane, immaginando processi che rivoltino il tempo dell&#8217;abbandono dei luoghi e strutturino in maniera produttiva l&#8217;attesa di una trasformazione degli stessi luoghi. Questo esito renderebbe possibile la costituzione di fatto di &#8220;laboratori urbani&#8221; fatti da chi inventa e attiva i processi e utili al tempo stesso alle Istituzioni capaci di raccoglierne le invenzioni. La stessa Cittadella fieristica potrebbe ad esempio contenere in uno dei padiglioni razionalisti soggetti a restauro un luogo privilegiato a metà tra &#8220;piattaforma creativa&#8221; e &#8220;Urban Center&#8221;, in cui sperimentare stabilmente le connessioni fra i pezzi di spazio fisico e di innovazione sociale, e nel quale dibattere i temi e confrontare gli apporti di soggetti diversi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Regolamenti d&#8217;uso in comune</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Infine, sulla scorta di altre esperienze nazionali, è possibile aggiungere un ulteriore tassello a questa forma di reinvenzione partecipata delle istituzioni, facendo sì che la stessa Amministrazione Comunale indichi dei modelli da seguire, ovvero dei &#8220;Regolamenti d&#8217;uso in comune&#8221;, la cui stessa elaborazione sarebbe affidata a quegli stessi comitati, associazioni, gruppi spontanei e singoli cittadini che si propongono una esperienza di &#8220;restituzione&#8221;, nel quadro di quegli organi consultivi specificatamente incaricati, dal nuovo Regolamento comunale, della selezione delle proposte, della formulazione di <em>Regolamenti d&#8217;uso </em>specifici per ogni realtà, e della gestione istituzionale sotto la supervisione di un nuovo, costituendo, <em>Assessorato ai Beni Comuni</em>.</p>
<p>Si tratterebbe pertanto, in termini giuridici, di una vera e propria estensione, coordinata dai nuovi organi di democrazia partecipata, degli &#8220;elenchi d&#8217;uso&#8221;, già previsti dal diritto pubblico, a luoghi e attività il cui interesse pubblico per la città è considerato rilevante e antitetico, eventualmente, a quello determinato da restrizioni di ordine privatistico.</p>
<p>È evidente che, in questo senso, l&#8217;unico criterio che possa essere fatto valere per l&#8217;elaborazione dei regolamenti è quello dell&#8217;uso in comune. Giuridicamente, si tratta dunque di mettere mano a forme di regolamentazione che incrocino le pratiche vigenti di cittadinanza attiva e, nello stesso tempo, promuovano ulteriori forme di partecipazione, dei privati come di qualsiasi altro ente pubblico oltre quello proprietario, alla gestione in comune di un <em>bene </em>che si costituisce, a partire dalla sua nuova pratica d&#8217;uso, come <em>comune</em>.</p>
<p>Far entrare la &#8220;città&#8221; dove la &#8220;città&#8221; ancora non c&#8217;è, o dove è stata emarginata. Costruire le condizioni perché “noi” possiamo restarci, e attraversarla liberamente, contribuendo alla sua gestione democratica.</p>
<p>È questa la nostra idea di Messina come forma di vita in comune.</p>



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<p class='technorati-tags'>Technorati Tags: <a class='technorati-link' href='http://technorati.com/tag/messina+bene+comune' rel='tag' target='_blank'>messina bene comune</a>, <a class='technorati-link' href='http://technorati.com/tag/messina+forma+di+vita' rel='tag' target='_blank'>messina forma di vita</a></p>

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		<title>Contro il feticismo costituzionale, per l’insolvenza costituente &#8211; di Collettivo Uninomade</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 15:23:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>millepiani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di COLLETTIVO UNINOMADE Chi aveva pensato che la crisi aprisse spazi praticabili per una qualche alleanza tra movimenti sociali e pezzi della rappresentanza, è definitivamente servito. Come era non troppo difficile immaginare, non è avvenuta alcuna resurrezione dello Stato: il processo di crisi radicale delle istituzioni nazionali, e in generale il tracollo della rappresentanza hanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di COLLETTIVO UNINOMADE</p>
<div align="justify">Chi aveva pensato che la crisi aprisse spazi praticabili per una qualche alleanza tra movimenti sociali e pezzi della rappresentanza, è definitivamente servito. Come era non troppo difficile immaginare, non è avvenuta alcuna resurrezione dello Stato: il processo di crisi radicale delle istituzioni nazionali, e in generale il tracollo della rappresentanza hanno conosciuto al contrario un’accelerazione definitiva. La mossa disperata di Papandreou è stata certo la mossa opportunistica, tardiva e disperata di leader corrotto al tramonto. Non per questo, è meno significativa di quanto sia tremendamente illusorio pensare che nella crisi possano esistere spazi di difesa a livello dello stato nazione. La via referendaria, con il suo rapidissimo affossamento da parte europea e le conseguenze drastiche sia in Grecia che in Italia, testimonia, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, che la dimensione della democrazia nei confini nazionali, tutta intera la tradizione della democrazia nazionale e dei suoi poteri costituiti, non ha più niente da opporre al governo della finanza, se non la propria nostalgia. Il governo della finanza ci mette mezza giornata a liquidare chi agita la bandiera della sovranità.</div>
<p><span id="more-1474"></span>
<div align="justify">Va detto subito e con grande chiarezza: davanti al dispiegarsi della governance finanziaria a tutti i livelli, il rifugio nell’idea di una sovranità democratica nazionale come spazio protetto, è completamente fuori tempo massimo. Anche in Italia del resto non manca chi ora comincia a gridare all’alternativa tra democrazia e finanza: la Lega è ovviamente in prima fila, sempre pronta a proporre il proprio cieco identitarismo come fortezza ringhiosa per le paure e i risentimenti generati dal terrore di perdere la “roba”. Ma anche a “sinistra” il richiamo alla democrazia nazionale, magari nelle forme del feticismo elettorale, trova i suoi seguaci. Vendola ha raggiunto in questi giorni vette difficilmente superabili nel giustificare il governo della finanza ponendo la strabiliante condizione dei limiti temporali al governo Monti. A parte la risibilità del pensare che tutta la baracca dei “tecnici” e degli “esperti” sia stata mobilitata solo per un rapidissimo lavoretto commissariale, la cosa che lascia stupefatti è l’idea che tutto diventerebbe accettabile se solo si lasciasse aperto comunque uno spiraglio elettoralistico, non troppo in là nel tempo. Il terreno della rappresentanza politica, agonizzante oggi sino al punto di lasciare il campo alla gestione diretta del “commissario” per eccellenza dei mercati finanziari, dovrebbe resuscitare non si sa come da qui a quattro mesi, e trasformarsi in primavera in un meraviglioso strumento di resurrezione democratica. Ma stiamo parlando di chi era riuscito a teorizzare le “primarie di programma”, tutt’al più un vago rito sondaggistico, come la più avanzata frontiera della nuova democrazia partecipativa, quindi non ci sorprendiamo. Spiace semmai che nei giochini da illusionista da fiera ci caschino di tanto in tanto settori di movimento in cerca di “alternativa”: ma anche lì le ambiguità e l’improduttività più assoluta delle scorciatoie costituite dai rapporti più o meno strumentali sono oramai diventate evidenti, e, si vuol sperare, improseguibili.<br />
Quello che davvero ci interessa è esser chiari su ogni tentazione d’opporre governo della finanza e sovranità popolare: sia nella versione populista della Lega o di settori Pdl che sollevano la crociata dei popoli contro la cricca giudaico-massonica, sia nella versione “responsabile” di chi accetta la compatibilità con il governo della finanza, proclamando però la necessità di elezioni al più presto, si tratta di archeologia. Il problema non è né quello di tornare a parlare la lingua del sovranismo populista, né quello di preservare ancora un qualche spazietto elettorale: nessuna opposizione al governo della finanza è possibile dentro i dialetti della sovranità nazionale o della rappresentanza.<br />
Del resto questo lo sanno benissimo proprio tutti coloro che in Italia hanno plaudito ai salvatori della patria e al “ritorno alla Costituzione”. Il ritorno alla Costituzione dopo la tempesta berlusconiana coincide, in realtà, con la sua sospensione: è la formula classica della dittatura – la sospensione della legge per meglio riaffermarla. É stata davvero straordinaria l’inflazione di evocazioni più o meno dittatoriali, in questi ultimi giorni: le lodi intessute all’opera del presidente Napolitano sono state tutte animate dal sottinteso, a volte neanche troppo sottinteso, e talvolta anzi rivendicato esplicitamente, che il suo capolavoro sia stato proprio nel forzare gli equilibri costituzionali, imponendo una decisa svolta presidenziale al sistema. Napolitano è apparso come il tanto invocato, da Carl Schmitt, custode della costituzione, acclamato come l’incarnazione del Politico con la maiuscola. Asor Rosa può gongolare abbastanza soddisfatto: anche senza carabinieri, polizia e guardia di finanza, può vedere realizzata la sua idea di una forzatura presidenziale, del tanto richiesto impulso “dall’alto” per scacciar via Berlusconi. É però davvero una triste sorte per tutti i cantori dell’autonomia del Politico, del ritorno della decisione nei panni quirinalizi, che il loro alleluja coincida con il parto del governo diretto della finanza. Se dittatura qui è stata esercitata, si tratta di quella dittatura finanziaria, forma ibrida di interventismo funzionale ai mercati, che in questa crisi ha già fatto più volte la sua apparizione. Già nel 2008 l’amministrazione Bush, quando si trattò di immettere nuova liquidità nel sistema bancario, adottò strumenti di intervento commissariali. Ora in Europa gli interventi commissariali si moltiplicano, giustificati da continui richiami allo stato d’eccezione. Ma come la sovranità nazionale invocata dai populismi si rivela poco più che una residuale nostalgia, completamente subalterna al governo della finanza, così questo ritorno al Politico, alla decisione in stato d’eccezione, tutto questo acclamare padri storici e autorità super partes per “salvare la costituzione” non riesce a nascondere la funzione reale di questi interventi, che è solo quella di far ripartire l’accumulazione finanziaria. L’unica costituzione difesa da Napolitano e dai suoi zelanti supporters è questa e solo questa: il comando politico deve essere esercitato nelle modalità dettate dalla necessità dell’accumulazione finanziaria di riattivarsi tra un’esplosione e l’altra delle sue bolle.</p>
<p>Questa e non altra costituzione difendono oggi i vari “custodi”, un “costituzionalismo”</p>
<p>europeo in formazione che coincide perfettamente con la serie di interventi e di dispositivi necessari ad assicurare che la finanza possa continuare a estrarre valore dal comune. L’eccezionalismo dell’amministrazione Bush mirava ad usare senza vincoli la leva dell’indebitamento pubblico per rimettere in piedi il sistema bancario, e rispondere così alla crisi dei subprime; l’eccezionalismo europeo, che fa saltare in pochi giorni i governi italiano e greco, mira dichiaratamente a realizzare “riforme strutturali”, cioè a permettere, attraverso un’ulteriore spinta alla privatizzazione dei servizi, l’immissione nei circuiti dei mercati finanziari anche delle forme residuali del welfare.<br />
Al feticismo populista dei cantori della sovranità nazionale violata, risponde il feticismo costituzionale dei festeggiamenti per il “ritorno allo Statuto” guidato da Napolitano: in ogni caso, di feticismo si tratta. L’adorazione della Costituzione, feticcio massimo della sinistra italiana, si è completamente risolta – come Asor Rosa ha ammesso con una onestà intellettuale pari alla spudoratezza – nell’accettazione della sottomissione alle necessità del capitale finanziario, condita da un po’ di appelli retorici all’equità e alla giusta distribuzione, non della ricchezza, ovviamente, ma dei sacrifici.</p>
<p>Tra feticci sovranisti e feticci costituzionalisti, che nascondono solo la sottomissione alle necessità del capitale finanziario, l’unica strada è uscire con forza da qualsiasi logica della difesa dei poteri costituiti: di tutti i poteri costituiti, della sovranità, della rappresentanza, della costituzione. Abbiamo particolarmente insistito, nell’analisi dei movimenti delle acampadas dalla Spagna ad OccupyWallStreet, sulla straordinaria attenzione per il momento dell’esercizio della decisione comune. Tutti questi movimenti sono attraversati da una forte tensione a non farsi relegare nell’ambito della società civile o dell’opinione pubblica, ma di presentarsi come spazi di esercizio immediato, costituente di potenza democratica. “Democrazia ora” non è un “auspicio”, ma il segno che la vita stessa del movimento è intesa come una pratica costituente. Che non c’è alcuna opinione da esprimere verso chicchessia, nessuna pressione da esercitare, nessun rappresentante da convincere: ci sono solo decisioni da prendere insieme e spazi da occupare. Che se ne vadano tutti, e subito, è l’unica possibile relazione con la rappresentanza. Del resto, nel momento in cui comando politico e accumulazione finanziaria si fondono perfettamente, l’unica politica possibile non ha nulla a che fare con l’esercizio di una pressione più o meno ideologica o “simbolica” sulla rappresentanza, per costruire con parti di essa una qualche alternativa. E questo non per purismo “estremista” di questi movimenti: ma per la saggia considerazione che la coincidenza realizzata di comando politico e finanza toglie di mezzo qualsiasi rappresentanza, lasciando in piedi appunto solo il feticcio dell’antico equilibrio costituzionale.</p>
<p>La distanza da qualsiasi difesa della rappresentanza esprime il deciso rifiuto di difendere questo feticcio e questo equilibrio: le soggettività che animano questi movimenti appartengono ad un mondo completamente diverso dai soggetti su cui l’equilibrio costituzionale tradizionale si fondava. Per loro, il compromesso welfaristico tradizionale non ha mai funzionato: l’estraneità profonda di OWS o delle acampadas alla rappresentanza, di “sinistra” o “destra” non ha nessuna importanza, è la lucida presa d’atto della distanza profonda tra i soggetti collettivi, che hanno fondato gli equilibri costituzionali del Novecento, e le soggettività dell’epoca della precarietà generalizzata. Nessuna difesa della costituzione potrebbe quindi mai attirare queste soggettività “precarie”, che si sanno completamente estranee a quel compromesso. Immaginare che questi movimenti possano essere trattenuti in un disegno di difesa delle costituzione esistente, che le acampadas italiane potessero svilupparsi nel segno di un’austera difesa di equilibri e valori costituzionali lontanissimi dalla materialità delle vite precarie, che i precari italiani avessero gran voglia di accamparsi nel nome della difesa di un patto sociale che li esclude, di partiti incapaci a rappresentarli, di sindacati disegnati sul mondo del lavoro dei nonni, è stato solo uno dei tanti equivoci per cui il movimento italiano ha sinora avuto difficoltà nel tradurre le occupazioni costituenti delle metropoli globali. Con tutta la buona volontà, non ci riesce di pensare che “difendiamo la costituzione” sia una traduzione molto efficace di “que se vayan todos”.</p>
<p>Fuori dal feticismo costituzionale significa fuori dall’idea nefasta dell’inviolabilità della regola prima della vera costituzione vigente, quella finanziaria: quella Grundnorm che vorrebbe imporre sempre e in tutti i casi il pagamento del debito, persino quando questo significhi mettere a repentaglio le basi stesse della riproduzione sociale. Una logica accettata anche da chi propone, da “sinistra”, l’“equa” distribuzione dei sacrifici, o magari un po’ di austera sobrietà per il bene comune. Come la costituzione dei padri non si può che difendere, così il debito non si può che estinguere, recita la voce dei poteri costituiti, anche quando sono poteri costituiti di sinistra. Al contrario, pratica costituente qui e ora, “democrazia reale ora”, non può che coincidere con la sottrazione materiale alla logica dei mercati, e con l’organizzazione concretissima della rottura della “costituzione finanziaria”: la forza dei movimenti può risiedere solo nell’organizzazione materiale dell’insolvenza. Diffusione capillare delle occupazioni, creazioni di statuti dell’autorganizzazione della precarietà, sciopero precario come ricerca di forme di lotta che nella loro materialissima efficacia costituiscano l’equivalente funzionale dello sciopero tradizionale industriale; e ancora, centralissima, la generalizzazione della logica del default controllato, non solo come rivendicazione di un rifiuto al pagamento del dedito “sovrano”, ma come pratica sociale di riappropriazione di ricchezza attraverso l’organizzazione dell’insolvenza; la pratica di tutte le forme di autoriduzione e di affermazione che la vita non è in debito. Dopo la realizzazione della sintesi perfetta tra comando politico e accumulazione finanziaria, l’effrazione della logica della “costituzione” finanziaria diventa oggi la sola, autentica pratica costituente: lontana da qualsiasi difesa del “popolo”, della “sovranità”, degli scampoli di rappresentanza, tutte forme di feticismo residuale per lo Stato e per il “pubblico”, stanze dove aleggiano – loro sì davvero “sovrane” – solo le passioni tristi.</p></div>



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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 19:57:57 +0000</pubDate>
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