Un viaggio - omaggio a Thomas lo ‘zio’ (upload)
a Renzo, che davvero mi ‘accompagna’, a L., in attesa di ’saper curare’
Mentre il mio amico aspettava, in silenzio, accanto a me, io avevo fatto duemila chilometri per essere presente ad una cosa di cui non mi interessava nulla. Avevo deciso, da lontano, di essere presente ad una cosa ‘pubblica’ che non mi riguardava. Mentre nel mio disinteresse assoluto, nella libreria dove ero ‘nato’, si svolgeva la presentazione di un libro, di un testo che io conoscevo come non avevo mai conosciuto nessun testo di nessun altro, il mio amico mi diceva di restare, ancora qualche minuto. E proprio quando io avevo deciso di andare via, lui mi diceva di restare. Proprio per non confondere, io avevo deciso di andare via, per non confondere il rigore - che mi avevano rimproverato non avessi - che avevo deciso di godermi, con un sentimento di sadismo e di vendetta che non mi ha mai abitato, e che alla filosofia non attiene.
Mentre l’unico amico che conosceva tutto di me, e che mi aveva detto che sarebbe stato presentato, in pubblico, un testo, un libro che io conoscevo meglio di nessun altro, e che mi continuava a ripetere che, forse, sarei dovuto rimanere ancora qualche minuto, io continuavo a pensare che quello che stavo facendo non mi atteneva, o non mi sarebbe attenuto nella forma in cui chiunque lo avrebbe fatto.
E non solo per il fatto che avevo fatto duemila chilometri per essere presente ’solo’ dieci minuti. Ma soprattutto perchè io non ero lì - lo sapevo già quando lo avevo deciso - per ‘essere come loro’. Poichè, prima, io avevo capito di non essere come loro, e questa cosa, scioccamente, mi aveva fatto male, io avevo deciso di essere lì per dimostrare di non essere come loro.
E, mentre il mio amico, l’unico che sa tutto di me, mi diceva di rimanere ancora, io avevo già deciso di andare via, poichè non avevo nessuna altra possibilità di ‘dirmi diverso’ che essere lì senza essere, senza diventare sadico come loro avevano provato ad essere.
E poichè ‘godere’ della sofferenza altrui - in ogni situazione - è una sporgenza verso quello che il ’sadismo’ non sa dire nella sua totalità, e poichè ‘godere’, anche senza riconoscerlo, della propria salvezza, è una forma di sadismo e di vendetta, per lo meno il ’sentirsi salvi’, e poichè io non posso tollerare nessuna forma di felicità che viva dell’infelicità altrui, nemmeno se ciò riguardi la mia salvezza, proprio per questo, senza dirlo al mio amico, avevo già deciso che mi sarei ‘fermato’ prima di ogni sporgenza sadica che atteneva alle mie possibilità, a quello che avevo deciso di fare. E cioè: fare duemila chilometri per sentire parlare di un testo che io conoscevo a memoria. E non dire nulla, fermarmi prima di quel limite che avevo, già da prima, deciso di rispettare.
Mentre il mio amico, che mi aveva detto tutto nel nostro ‘hub’ che si chiama come il nostro amico morto, senza nemmeno immaginare come io potessi reagire, mi diceva di rimanere ancora, io volevo fuggire, e sono andato via come avevo deciso prima di tutto, come avevo deciso mentre prenotavo gli aerei che mi avrebbero portato a dire al mio amico che bastava quello che avevo fatto, vedendo il volto terreo e bianco di quell’intellettuale accademico che aveva dormito a casa mia, e che aveva discusso con mio padre e mia madre - come mai nessuno, salvo il mio amico-, con il quale avevo discusso il testo che veniva discusso nella libreria in cui sono ‘nato’, e che veniva presentato dalla donna che, quando l’avevo conosciuta, era un ‘nulla accademico’, e che io avevo riconosciuto per scelta, e che, invece, adesso, non poteva che presentare i testi di un ’suo’ collega, del ’suo’ ricercatore, lui che finalmente l’aveva fatta diventare una ‘donna accademica’, come voleva e come desiderava, e come non era riuscita a dirsi prima di lui. Prima che lui gli ‘insegnasse’, davvero, come esserlo.
Poichè io avevo scelto di essere diverso da loro prima di incontrarli, proprio come ‘lei’ mi ha scritto nelle sue ’sette pagine’, io non potevo rimanere più di dieci minuti ad ascoltarli. Non potevo rimanere più di ‘dieci minuti’ proprio perchè io non sono come ‘loro’, e mi risulta insostenibile, vomitevole, ributtante assistere alla scena di una donna che presenta il libro del suo ricercatore, che non voleva avere come ricercatore, e che parla di ‘dike’ e ‘nomoi’. Della ‘giustizia nella città’ e della ‘giustizia delle donne espulse dalla città”. “Espulse dalla città”, così ho sentito dire, in pochi minuti di ascolto.
Una donna che sa rimproverare dove non sa arrivare. E che non sa scegliere nè distinguere.
Una donna che non sa scegliere o distinguere, in pubblico, accademicamente, come essere.
Anzi, ha già scelto ed ha reimparato a distinguere: essere come gli altri. Fuori dalla verità della ‘città’, dalla sua ‘forza’.
Poichè io conoscevo a memoria quel testo di cui si discuteva, e poichè io ho una memoria formidabile - solo perchè la esercito -, non solo io conoscevo come se l’avessi scritto io quel testo, di cui avevo suggerito quell’inversione decisiva che fa il ’senso’ di quel testo, ma conoscevo, per esperienza diretta, la paura ed il terrore che li prende di fronte la ‘verità’ detta in pubblico.
Proprio perchè loro sapevano - come lo sapevo io - che ‘non era finita’, e che non era che ‘l’inizio’, ed io prima di ‘loro, nonera che l’inizio per rimarcare, risegnare, rinominare, ridisegnare lo spazio che si era perso: con la commistione, con la debolezza, la pietà, la misericordia e l’amore di chi era già stata ‘messa in croce’. Con l’inferno che attiene al luogo del ‘pubblico potere’, il sacrificio dei nomi, la messa in pubblico del ruolo, l’insistenza e la persistenza. Ed il sacrificio.
Poichè io, venendo dalla scuola di Giacomo Macrì, ho da sempre rifiutato, come lui, questo massacro, come mi è stato stato scritto in ’sette pagine’ rispetto ‘l’accademia’, questa volgarità della ‘messa in pubblico per segnare il territorio accademico’ non l’accetto; poichè io vengo da questa scuola che, di fronte il ruolo e ‘l’amicizia che si assume’ di fronte la filosofia, rivendica la sua totale autonomia, la sua totale estraneità e il suo più disinteressato amore, io sono l’unico che, in questo gioco al massacro che una donna ha voluto ‘costruire’, ne uscirà libero.
Ma, poichè per me la memoria non è niente altro che il mio ’strumento di vita’, non ho alcun dubbio non solo di volerlo, ma di poterlo raccontare, di volerlo e saperlo scrivere. E di sapere tutto quello che potrebbe accadere anche solo io apparendo.
E, dunque, conoscevo già l’effetto della mia presenza.
Se, davvero, la ‘filosofia’ ama, più di qualsiasi cosa, la verità, io non potevo che essere lì perchè ci si ricordi che qualcuno si ricorda. Dell’accaduto. Di quello che è accaduto.
Poichè l’interrogazione, in filosofia, non si veste mai di abiti belli e di ‘parole facili’, ma di una violenza pari ad ogni profondo amore, e poichè la filosofia non intrattiene nessun commercio nè con la vendetta nè con la ‘giustizia’, ma solo con la ‘verità’ e con il ‘giusto’ - e, forse, a volte, pur essendo ‘’smisurata’, con la ‘misura’, come mi hanno detto - non ho potuto non trascinare con me il mio amico fuori dalla ‘nostra’ libreria. Dopo dieci minuti.
Proprio perchè, in quel momento, la forza della filosofia stava fuori da quella libreria, e la sua violenza, la sua forza e la sua ‘verità’, anche se solo momentaneamente, si erano mostrate.
Il suo futuro, direi, se mi è concesso.
Altrove, davvero altrove.
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