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    Bertinotti ci spiega perché questo movimento è post-novecentesco


    Il Foglio 24.10.08
    Fausto fa il punto sulla piazza - Bertinotti ci spiega perché questo movimento è post-novecentesco - intervista di Lanfranco Pace

    Roma. La consegna era stata chiara: Praga e solo Praga, il presidente non parlerà d’altro. Significa non conoscere il Fausto Bertinotti liberato dal lavoro, dai corsetti della funzione sia essa presidente della Camera o leader di partito, e tornato compagno e libero pensato re, appena inquieto per la sua prima lezione all’Università di Perugia. Ma pacta sunt servanda e disciplinatamente comincio da Praga. “Avvenimenti tragici che quarant’anni fa furono la pietra tombale del ciclo di lotta di classe aperto dalla rivoluzione del 1917, il secondo, rimanendo alla definizione di Louis Althusser dopo quello aperto dalla presa della Bastiglia e finito nel bagno di sangue della Comune. Visti oggi, quei fatti prendono un rilievo eccezionale. Allora in Italia c’erano due attori che si muovevano in parallelo, il Pci e il movimento studentesco. Ed entrambi persero l’occasione per impadronirsi della riforma del comunismo reale e farne un progetto realistico e possibile. La piattaforma della Primavera era vasta, come accade ogni volta che si fa revisionismo, ma bisognava saper distinguere, leggere tra le righe: nel Manifesto dei duemila intellettuali c’era voglia di libertà, di cambiamento e l’embrione prezioso della democrazia consiliare.

    La schiacciante maggioranza del popolo, lo dicono vari sondaggi, preferiva ancora un socialismo dal volto umano al capitalismo. Invece Pci e movimento degli studenti non vollero guardare né capire. Il primo bruciò ogni possibilità di far crescere l’influenza dell’eurocomunismo. Quanto al movimento del ‘68, che pure aveva nel suo codice genetico la diffidenza e l’ostilità verso ogni sistema di potere, non riconobbe quei giovani come propri fratelli. Prese lucciole per lanterne, magari guardò a Cuba e alla Cina, ma non a Praga. Così un movimento che aveva avuto in Europa un’origine comune a un certo punto si biforca, fino all’incomunicabilità. Lo capì, sia pure in ritardo, Rudi Dustchke, che prima di morire disse che il suo grande rimpianto era non aver capito la rivoluzione della Primavera. Il 1968 non era il 1956 e Praga non era Budapest, che per il momento storico eper il contesto, rimase dentro la logica comunista. I fatti di Praga avvennero in un mondo aperto e in profonda, impetuosa trasformazione: appiattendosi sugli schemi della realpolitik e in alcuni casi dando vita a rlgurgiti stalinisti, il Pci andò incontro a una sconfitta strategica e il movimento del ‘68 perse la sua innocenza”. Fu il Psi di Craxi a raccogliere lo spirito di Praga. “Accolse gli esuli questo sì, tutti gli esuli dell’est e visto come il Pci aveva chiuso le porte in faccia a Jiri Pelikan già questo fu un merito”.
    Presidente Bertinotti, ormai è andata come è andata, mettiamo un attimo da parte le ucronie. Qui e ora c’è chi dice che sta tornando il ‘68. “E’ una sciocchezza, se proprio devo fare paragoni il movimento da cui quello attuale è meno lontano è probabilmente la Pantera. Con questa differenza non da poco: il movimento degli anni 80 manteneva un legame sia pure tenuo con la sinistra, con i suoi partiti, con i sindacati. Quando andavi a parlare nelle assemblee ti ascoltavano e a volte applaudivano. Questo movimento invece non ha alcun interesse per la politica, che da tempo ha perso ai loro occhi credibilità come portatrice di cambiamenti. E’ un movimento di situazione, auto-centrato che vuole comunicare all’esterno l’immagine della scuola come comunità. E’ come se manifestassero insieme magistrati e utenti della giustizia. Nel ‘68 questo non sarebbe stato possibile”. Direi di no, i primi con cui ci scontrammo all’epoca furono proprio i professori.”Appunto. Qui invece un insegnante può diventare protagonista o leader ascoltato per il semplice fatto di far parte dello stesso mondo e di soffrire dello stesso male, la progressiva perdita di riconoscimento, di gratificazioni. E’ dunque un movimento totalmente nuovo, il primo post novecentesco, il primo senza più clivage fra destra e sinistra”.
    In effetti i giovani di destra ne fanno parte a pieno titolo sia pure con un certo disagio, ma questo accadde anche nel ‘68 anche se il fenomeno durò poche settimane, e già l’i affiorano sui muri scritte del genere “fuori i fasci dai licei”. “Sarebbe terribile se si tornasse indietro, agli anni del settarismo e della violenza, due comportamenti estranei a questo movimento che per rappresentarsi come comunità solidale ha sospeso l’appartenenza politica. Per questo ho ascoltato con inquietudine le parole del presidente del Consiglio. E’ convinto che dietro le occupazioni, le proteste ci sia la solita regia occulta della sinistra e ha fatto la faccia da duro per ridurre a più miti consigli l’opposizione. Senza vedere che l’opposizione a più miti consigli ci si è già ridotta da sola e che il movimento nasce sull’assenza di un’opposizione. E non è affatto detto che nel futuro porti consensi alla sinistra. Si pensi alla protesta contro il Cpe, il Contratto di prima occupazione, che partì dalla Sorbona e si propagò a licei e università di tutta la Francia. Mise in grave difficoltà l’allora presidente Chirac ma non si trasformò in consenso per Ségolène Royal tanto è vero che poi ha vinto Nicolas Sarkozy. Questo movimento non è contro il governo, meno che mai contro Silvio Berlusconi”. Insomma un movimento senza simboli né inani invisibili. ” Vuole scherzare, qui per contare bisogna svestirsi, lasciare vessilli e bandiere a casa, chi si veste è assimilato a ceto politico e quindi non credibile”.
    Forzando un po’, questa storia delle lezioni all’aperto allude più all’agorà, all’università rinascimentale, al College de France dove si va per ascoltare voci sapienti, per pura sete di cultura e sembrerebbe dar ragione a chi vorrebbe sopprimere il valore legale del titolo di studio. “C’è anche questo aspetto, ma perché prevalga ci vorrebbe un altro contesto. Oggi la mobilità verticale è bloccata e l’orizzonte porta solo lavori precari. E’ normale che restino aggrappati a un’idea di scuola pubblica, repubblicana”. Eppure fatico a vedere in questo esile ma ferreo ministro un campione della restaurazione: alcune sue proposte sembrano di buon senso e condivise dalla maggioranza degli italiani, sondaggi alla mano. “Purtroppo è il segnale che conta e quello che ha dato Gelmini è percepito negativamente da una comunità che cerca anzitutto riconoscimento e non si piega a essere rimodellata dall’alto”. Che farebbe? “Sospenderei ogni misura, ogni decreto diciamo per due, tre anni, tanto il governo resta in carica per cinque. Convocherei una sorta di stati generali della scuola, sul modello francese. E dopo questo dibattito nazionale, metterei il Parlamento e l’opinione pubblica di fronte alle scelte che si impongono. Nell’interesse generale. Fossi un intellettuale, proporrei una cosa così”. Ma lei li conosce, avrà letto le dichiarazioni di Fuksas, persino di Arbasino: invece di cercare di capire, proiettano se stessi. “E’ la degenerazione della sinistra che non ha più gli strumenti per capire né l’umiltà per ascoltare. Se potessi nel mio piccolo, mi travestirei, ano drei tra loro e starei ore e ore ad ascoltarli”.

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    scritto da millepiani
    il 5.11.2008

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