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Riccardo Capecchi - chapeau »
Anatomia del male universitario
Non è facile, diciamolo, riflettere sull’Università, avendo di fronte, dopo un anno e più, un governo di sinistra su cui molte speranze si erano riposte per il rilancio della ricerca. Mentre non è facile, altrettanto ci sembra necessario, come gesto di verità, dire, dove è indispensabile, dire quello che si tace, dire quello che, altrove, non si vuole dire o vedere: lo statuto dell’università italiana supera, infatti, la forza degli schieramenti, per porsi come uno dei più inespugnabili luoghi di potere e luoghi di silenzio. Tanto incandescente è la materia da richiamare, tanto tocca, ancora una volta, la nostra città, la nostra amatissima Università di Messina, denudata della sua rappresentanza massima. Anche questa volta, in questo passaggio difficilissimo come quello relativo all’inchiesta della magistratura sui tests di medicina, l’Università di Messina non ha parola forte: il Rettore della nostra Università deve tacere perchè sospeso dalle sue funzioni per fatti gravissimi. Questo vuoto, quest’assenza è l’assenza di tutta una generazione e il frutto di un sistema.
Bisogna sapere che, dopo la laurea – che sia del vecchio ordinamento, del 3+2 o di qualsiasi altro ordine o governo- le intelligenze di qualsiasi facoltà sono sottoposte ad una selezione, quella del dottorato, che non ha nessun altro paragone in Europa. In nessun paese di mia conoscenza – sia il Regno Unito, la Francia, la Germania, il Belgio, la Spagna, la Russia, l’Olanda, o quello che si voglia – tollera una selezione di accesso al terzo livello di studi per concorso. In nessuno di questi paesi l’accesso al dottorato è regolato per concorso. Solo in Italia. E forse lo Zambia, non so. In nessun paese dell’Unione Europea l’accesso al dottorato è vincolato al superamento di un concorso; solo in Italia. È certamente regolato per concorso – ovunque - l’ottenimento di una borsa di dottorato: mai l’accesso al dottorato. Nel resto dei paesi europei, l’accesso al dottorato è regolato attraverso la valutazione del valore del progetto di ricerca per il dottorato, attraverso l’accettazione, da parte di un docente, del progetto di ricerca di dottorato da parte di un docente. Perchè in Italia, e solo in Italia, questo accesso è governato, deciso, determinato, a livello locale, attraverso le commissioni di dottorato, dalla classe accademica docente? Perchè il dottorato è il primo e decisivo imbuto attraverso cui filtrare una certa e necessaria disponibilità al governo degli studi e della ricerca. Certa perchè, quasi in nessun caso, i concorsi di dottorato sono concorsi liberi dai condizionamenti legati ai lavori di laurea; necessaria poichè in quasi nessun caso i posti disponibili localmente sono esposti all’irruzione di un qualsiasi laureato che venga dall’esterno, d’altrove; disponibilità poichè, al di là delle belle dichiarazioni d’intenti, nessun docente, localmente, nella propria università, è disponibile a riconoscere il valore del lavoro che un ricercatore – certo ormai non più uno studente – ha sviluppato altrove. La prova a contrario si ha infatti gettando l’occhio sulla percentuale dei ricercatori, vincitori di concorso, che ottengono la loro prima postazione definitiva, stabile in Università, fuori dalla loro sede di laurea. Dove ancora è possibile, da parte delle facoltà – da parte dei ’grandi padri’ delle facoltà – accettare qualche estraneo per quanto riguarda i dottorati – con tutto ciò che ne consegue-, più difficile, per non dire impossibile, è censire i vincitori di concorso di ricercatura fuori dalla loro sede originaria di laurea. Ed è qui che, finalmente, ci si sporge sul meccanismo fondamentale di accesso alla postazione stabile universitaria – la ricercatura - , dove ancora sia possibile, e se sia ancora possibile. Questo meccanismo vale, con le dovute differenze, anche per l’associatura e l’ordinariato: sfumatura su tre fasce dell’insegnamento che, anche questo, nel meccanismo di selezione, è aporia, infamia e morte dell’università italiana. Come si sa, la commissione di ogni concorso è ’eletta’ all’interno di una rosa che attiene a quella ’disciplina’. È una rosa che viene votata. Da chi? Dagli stessi docenti di quell’area disciplinare. Una commissione è composta da tre commissari. Un ordinario, un associato, un ricercatore: questo per un posto di ricercatura. Quei posti di ricercatura che le giovani studiose e i giovani studiosi cercano come la loro consacrazione intellettuale (ma forse, prima di tutto, economica, d’esistenza). Io la chiamerei così: la consacrazione sacrificale. Così come per la forma di selezione tipica del dottorato, la commissione è, in fondo, decisa dai loro ’professori’, che contattano, alla fine, i loro colleghi e ’decidono’ – nel senso ’elettorale’ – la commissione che deve consacrare il sacrificio che, a partire dalla tesi di laurea, passando per il dottorato, il post-dottorato biennale e l’assegno di ricerca, ha confermato l’affidabilità, innanzitutto accademica, del cavallo su cui scommettere. La linea sacrificale è ben chiara e la scommessa prevedibile: da un lato l’affidabilità, dall’altro gerontocratica – bisogna, in fondo, aspettare il turno. Come si dice in gergo – e come mi è stato detto: « Bisogna sacrificarsi per entrare in accademia».
La finirei così – si potrebbe continuare-, ponendo cinque domande e indicando una fuga salvifica.
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Per quale motivo, se in tutta Europa l’accesso al terzo ciclo di studi, al dottorato, è libero, nel mio paese ci si continua a incaponirsi nel rendere selettivo questo accesso?
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Per quale motivo, come negli USA, non obbligare chi si laurea in un’università a fare il dottorato in un’altra, lontano dai suoi maestri, dai suoi padri, dai suoi ’tutori’?
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Per quale motivo non rendere la commissione selettiva dell’accesso alla ricercatura solo ed esclusivamente composta da giovani ricercatori?
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Per quale motivo non coinvolgere in qualsiasi commissione valutativa esperti stranieri?
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Per quale motivo non sganciare dalla ’localizzazione’ tutti i concorsi, costituendo graduatorie nazionali – come in Francia – che diano le abilitazioni all’insegnamento universitario (come avveniva molti anni fa anche in Italia, anche se con commissioni locali) indipendentemente dai posti a disposizione?
Ogni qualvolta la messa in questione della forza, della qualità e della eccellenza di tutte le studentesse e gli studenti italiani vengono messe in discussione – innanzitutto quelle e quelli di Messina - , io credo, con forza, che la migliore risposta sia sempre quella di riportare ad una regola condivisa ed europea, ad una strategia efficace, ad una politica della qualità, ad un rigore della selezione. Io credo che, svellendo incrostazioni antiche, diffidenze annose, lontananze e vecchi vizi accademici, la migliore risposta sia l’harakiri della pratica concorsuale attuale della classe accademica italiana. Che, come è ovvio, non avverrà mai. In morte sua e nostra, dell’Università di Messina e di domani.
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