Pavarottiamo 2- Pavarotti e Breslin: le confessioni di un agente pentito
7 settembre 2007, Francesco Semprini, “La Stampa”
Egocentrico, infantile, pigro, taccagno, grasso, infedele e vanitoso. Luciano Pavarotti era tutto questo e molto di più secondo Herbert Breslin, l’ex agente del tenore che ne ha messo a nudo gli aspetti meno conosciuti in «The King and I». Il libro pubblicato nel 2004 e scritto a quattro mani con la giornalista Anne Midgette, è «una raccolta senza censure dei racconti su Pavarotti», anche se per buona parte della critica altro non è che un compendio di veleni messi in giro dall’ex agente dopo la rottura, non certo amichevole, del loro rapporto.
Nonostante l’apprezzamento per il suo talento e l’iniziale infatuazione professionale per il maestro, l’immagine che viene tratteggiata nel libro ritrae un Pavarotti cinico e difficile: «L’atteggiamento da despota quando era seduto sul suo trono dietro le quinte dei teatri - racconta Breslin - i capelli evidentemente tinti di quel nero innaturale, lo schiocco delle dite per farsi portare la consueta minestrina prima dell’esibizione», questo era il tenore che non tutti conoscevano.
Ma sono soprattutto i peccati di gola il tema ricorrente del libro: «Non era solo una persona a cui piaceva mangiare - afferma l’ex agente - adorava odorare i cibi, toccarli, prepararli, pensare al momento in cui li avrebbe degustati. Quando entrava in una stanza la prima cosa che chiedeva era: "Che cos’è che profuma così tanto?"» Breslin racconta di tutte le volte che era costretto ad assistere a scene desolanti come quando armato di cucchiaio il tenore mangiava caviale sino alla nausea.
Pavarotti non era solo un ingordo con l’ossessione del cibo, secondo il suo ex agente, ma anche una persona con cattivo gusto: «La casa di Modena assomigliava a un mercatino della Queens Boulevard, riempita in maniera disordinata di ciondoli e souvenir di scarso valore». Una volta durante una sosta al Ceasars Palace di Las Vegas si innamorò letteralmente dell’arredamento della suite, tanto da chiedere al suo agente di acquistare, mobili, tende e copriletto e spedire tutto a Modena. Assomigliava a un grande grumo di sangue», fu il commento di Breslin.
Anche i rapporti umani descrivono un Pavarotti despota, incurante del rispetto ed egoista: «Le sue amanti diventavano lavapiatti, lavandaie e cuoche, erano lì solo per servirlo. Viaggiava in prima classe mentre la sua donna era costretta in classe economica, ed era nota la sua presunzione nel sapere tutto non solo di musica ma anche di dentisti, farmacologia e prostata».
La relazione professionale iniziata nel 1967, era basata sulla reciproca stima professionale e umana sino a quando nell’agente è maturata la consapevolezza che «lavorare per un artista (come lui) era come scontare l’ergastolo ad Alcatraz». «Gli ho fatto conoscere il successo e nonostante questo è rimasto un ingrato egoista».
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2 – IL RACCONTO INCENSURATO DELL’ASCESA DI BIG LUCIANO ALLA FAMA - PER
CHIAMARE I SUOI COLLABORATORI USAVA L’APPELLATIVO «STUPIDO» DEFINIVA LA
SUA ATTUALE MOGLIE NICOLETTA «LA FAVORITA NEL MIO HAREM»
Paolo Mastrolilli per La Stampa (articolo del 5 agosto 2004)
Quando finisce un amore, o un’amicizia, è sempre penoso raccogliere i cocci. Lo dimostra l’autobiografia di Herbert Breslin, l’agente di Luciano Pavarotti per 36 anni, che uscirà ad ottobre facendo a pezzi il mondo dell’opera.
Il libro, scritto con il critico del New York Times Anne Midgette, si intitola «The King and I: The Uncensored Tale of Luciano Pavarotti’s Rise to Fame by His Manager, Friend and Sometime Adversary», ossia «Il re ed io: il racconto incensurato dell’ascesa di Luciano Pavarotti alla fama, scritto dal suo manager, amico e a volte avversario». Il Washington Post
ha ottenuto una copia di contrabbando, e le anticipazioni non deludono le aspettative di una rissa letteraria.
Breslin descrive il grande tenore come un ragazzino petulante, che pretendeva di essere accompagnato dal dentista anche quando lo studio medico stava ad una strada da casa sua. Temeva il cibo cinese, e quindi durante una visita nel «Regno di mezzo» si portò dietro un intero ristorante per sfamarlo. Per chiamare i suoi collaboratori usava l’appellativo confidenziale «stupido», e definiva Nicoletta Mantovani, sua attuale moglie e madre della figlia Alice, «la favorita nel mio harem».
Secondo l’agente, «Pavarotti deve aver guadagnato e perso più di 2.500 chili nell’arco della nostra collaborazione», cioè dal 1967 fino a due anni fa. Era così attento al decoro, che nello sfortunato debutto sullo scherno con la commedia «Yes, Giorgio», «non voleva fare nulla che permettesse alla gente di ridere di lui. Visto che era il protagonista di uno spettacolo comico, questo divenne subito un problema piuttosto serio».
Secondo Breslin, quando nel 1967 aveva conosciuto Pavarotti, il tenore era già un cantante eccezionale. Però non sapeva stare sul palco, era sconosciuto fuori dal mondo dell’opera, ed era così ingenuo da non riuscirsi a muovere nel feroce business della musica. Lui, l’agente, si era assunto volentieri il compito di «guidarlo», facendo salire i suoi compensi da 5.000 dollari a sera fino ad un milione, ad esempio per i famosi concerti dei «Tre tenori». Lo aveva reso popolare oltre i confini abituali dell’opera, portandolo dai concerti al Madison Square Garden fino agli spettacoli televisivi come «The Tonight Show», e agli spot
pubblicitari per l’American Express. Soldi e fama come non si erano mai visti prima in questo mondo.
Breslin ha «guidato» anche Placido Domingo, le soprano Elisabeth Schwarzkopf e Joan Sutherland, Marilyn Horne, Itzhak Perlman, Leonard Slatkin, Georg Solti, e non è tenero con nessuno. Domingo, per esempio, «si sogna di essere Pavarotti: non ha mai avuto una voce come lui». La Schwarzkopf fuori dal palco sembra «una donna delle pulizie», mentre la Sutherland era «narcotizzante, se dovevi parlare con lei».
Il suo bersaglio preferito, però, resta Pavarotti, anche se Breslin ha definito il suo libro «la storia di una ragazzo molto bello, semplice, amorevole, che è diventato una superstar molto determinata, aggressiva e in qualche modo infelice». Eppure Luciano, almeno per ora, non ha reagito con cause o attacchi violenti. Anzi, ha concesso un’intervista esclusiva alla Midgette che conclude il libro, nella quale si spertica in elogi e dichiarazioni di affetto per l’ex agente.
Forse lo ha fatto perché é davvero grato a Breslin. Oppure perché l’agente, pur dando massimo sfogo alla sua presunzione, ha ammesso la verità artistica delle cose: «Nessuno conosce la musica classica meglio me. Volete la prova? Ho guidato la carriera di Pavarotti, la più grande nella musica classica …
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