• RSS Feed unificato Millepiani Blog 1.0, Milleplateaux e Millepiani Rizomatici 2.0

  • Ultimi posts Millepiani Blog 1.0

  • « Nuovo feed unificato di Millepiani 1.0 e Millepiani 2.0
    Home
    Millepiani 2.0 e feeds nei rizomi »


    Giovani Pesce, comandante partigiano ‘Visone’ - in memoriam


    il manifesto 28.7.07
    Giovanni Pesce, antifascista
    E’ morto ieri a Milano l’uomo dei Gap, un simbolo della ResistenzaE’ morto ieri al Policlinico di Milano Giovanni Pesce, comunista, partigiano, medaglia d’ora della Resistenza. Aveva 89 anni. Se ne va una figura mitica dell’antifascismo e della sinistra italiana. La camera ardente verrà aperta lunedì mattina alle 8 a Palazzo Marino, dove - alle 15 - si terranno i funerali.
    Pesce era nato a Visone d’Acqui, in provincia di Alessandria nel 1918. Era ancora un bambino quando la sua famiglia emigrò in Francia. Minatore a soli 13 anni nella miniera della Grand’Combe, la zona mineraria delle Cévennes, nel ’35 aderì al Partito comunista, diventando segretario della sezione giovanile. Un anno dopo, ascoltando a Parigi un discorso della «Pasionaria» Dolores Ibarruri, decise di andare a combattere in Spagna contro i militari di Franco e in difesa della Repubblica. Inquadrato, a soli diciotto anni nelle Brigata Garibaldi, fu ferito per tre volte: sul fronte di Saragozza, nella battaglia di Brunete e al passaggio dell’Ebro. Rientrato in Italia nel 1940, venne arrestato e inviato al confino a Ventotene. Liberato con la caduta del fascismo, nel settembre del 1943 fu tra gli organizzatori dei Gap (Gruppi di azione patriottica) a Torino, col nome di battaglia di «Visone»; dal maggio del 1944 sino alla Liberazione, comandò a Milano, la Gap «Rubini».
    Il suo coraggio e la sua spregiudicatezza durante la clandestinità sono testimoniati dalla motivazione con cui fu decorato con la medaglia d’oro al valor militare: «Ferito a una gamba in un’audace e rischiosa impresa contro la radio trasmittente di Torino fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti, riusciva miracolosamente a sfuggire alla cattura portando in salvo un compagno ferito… In pieno giorno nel cuore di Torino affrontava da solo due ufficiali tedeschi, ne uccideva altri due accorsi in aiuto dei primi e sopraffatto e caduto a terra fronteggiava un gruppo di nazifascisti, riuscendo a porsi in salvo». Dal 1951 al 1964 è stato consigliere comunale del Pci a Milano, dalla costituzione dell’Anpi ne è stato consigliere nazionale. Allo scioglimento del Pci, Pesce aderì a Rifondazione comunista, cui era ancora iscritto. Scrisse «Senza tregua, la guerra dei Gap», libro-simbolo sull’attualità dell’antifascismo per la generazione del ’68. Una delle sue azioni militari più importanti - quella contro la rappresaglia nazista in seguito allo sciopero degli operai della Caproni - costituisce la trama di una canzone scritta da Dario Fo che, ovviamente, si intitola «La Gap».

    il manifesto 29.7.07
    La lunga guerra del partigiano Visone
    Resistenza tradita Nella lenta evoluzione del Partito comunista vide il fallimento storico del ceto politico nato dalla lotta partigiana Linea d’azione Contro repubblichini e nazisti l’opzione militare era per Giovanni Pesce l’unica via d’uscita da attendismo e incertezze
    di Angelo d’Orsi

    Aveva quasi novant’anni, Giovanni Pesce, scomparso a Milano il 27 luglio: era nato il 22 febbraio 1918, in provincia di Alessandria, nell’Acquese, a Visone, località di cui egli avrebbe assunto il nome quando indossò i panni del comandante partigiano: panni che a lui si attagliavano forse meglio che a chiunque altri. Sì, perché «Visone» incarnò la linea dell’azione diretta, contro i repubblichini e i nazisti: insomma, l’opzione militare, come unica via d’uscita dall’attendismo, dalle incertezze, e, diciamolo, dalle chiacchiere della politica dei partiti che disegnavano organigrammi, che delineavano il futuro di quel Paese che intanto si trattava di liberare. E Pesce è stato davvero un liberatore, anzi, un libertador, in quanto, come Simon Bolivar, univa nel suo pensiero l’istanza della libertà dall’oppressione dei tedeschi e dei loro alleati succubi italiani, alla necessità di una vera liberazione sociale.
    Non poteva che essere comunista, e lo fu, tutto d’un pezzo, come qualcuno ebbe a dire spesso in passato, come qualcuno ha ripetuto ora nei commenti alla notizia del decesso. È stato un comandante partigiano italiano. Alle spalle, dietro la militanza nel Partito comunista, e prima della milizia partigiana, c’è la storia di un ragazzetto che emigra in Francia con la famiglia, cercando di aiutare a sbarcare il lunario facendo di tutto, dal guardiano di vacche al minatore. Si iscrisse perciò prima alla Gioventù comunista francese, divenendo segretario della Sezione della località dove viveva, nel Gard, sull’Oltralpe. Erano i mitici, terribili anni Trenta: e la Guerra di Spagna attirava tutti i cuori nobili a combattere dalla parte dei repubblicani. Anche il diciottenne piemontese (avrebbe raccontato egli stesso che decisivo fu aver assistito a Parigi a un comizio della Pasionaria Dolores Ibarruri) non seppe resistere a quell’appello. Ne ricavò ferite varie, e un’esperienza bellica (raccontata in Un garibaldino in Spagna, del 1955) che avrebbe messo a frutto negli anni seguenti nella guerra antifascista in Italia.
    Rimpatriato forzosamente nel 1940, dalla Francia di Vichy, fu incarcerato e condannato dal Tribunale Speciale, condanna che scontò a Torino, e quindi inviato al confino a Ventotene, dove ebbe modo di conoscere, fra gli altri, Pertini e Terracini. Ne uscì alla fine di agosto 1943, e fu di nuovo a Torino, con il preciso compito di organizzare i primi Gap. I Gruppi di Azione Partigiana - la risposta urbana, per così, dire alle bande di montagna: la guerra di movimento affficancata alla guerra di posizione, per dirla gramscianamente - avevano da allora trovato il loro capo: un uomo coraggioso, fino alla temerarietà, dotato di grandi doti di stratega e capace, anche, di sottrarsi alle pressioni dei partiti. Lo strano caso di un militare che non aveva mai fatto la naja (si raccontò nel libro Soldati senza uniforme, 1950), insomma; un militare che lottava per ideali politici, perdipiù progressisti. Questo fu da allora Giovanni Pesce, che divenne il nemico numero uno dei nazifascisti.Ferito, braccato, dovette lasciare Torino per Milano, dove ebbe il difficile incarico di riorganizzare la III Brigata Garibaldi «Rubini», dei Gap, duramente provata dalla repressione di tedeschi e repubblichini.
    In una delle azioni cadde prigioniera delle SS Onorina Brambilla, staffetta partigiana («Nori», per gli amici; «Sandra», il nome da combattimento), l’unica che aveva il privilegio di avvicinarlo per consegna di ordini del Cln e del Pci: Nori sarebbe divenuta la sua fedele compagna di vita nel dopoguerra. Il problema, allora, per la Resistenza, al di là delle questioni di strategia e di tattica militare, era far sentire agli operai delle grandi fabbriche - posti sotto ricatto dai nazifascisti, che li trasferivano a centinaia nei lager, con un clima di paura che si valeva di spie assoldate - che i partigiani erano con loro, erano dalla loro parte.
    Fu allora che nacque «Visone», e quel nome si ammantò di un’aura di leggenda, che incuteva paura ai nemici e massimo rispetto al variegato fronte antifascista. Svolse, nei mesi seguenti, un’intensissima opera di sabotaggio e di attacchi a convogli militari sulla linea sia ferroviaria, sia stradale, Torino-Milano, prima di essere di nuovo incaricato di una delle tante missioni impossibili: riorganizzare le forze gappiste milanesi, decimate e provate dalla fucilazione del comandante Luigi Campegi. Visone riuscì nell’intento e guidò la III Gap sino alla smobilitazione post 25 aprile.
    Ma «smobilitazione» era un concetto estraneo alla mentalità e agli ideali di Giovanni Pesce, e la medaglia d’oro al valor militare, ottenuta per la sua azione nella Resistenza, non fu per lui una sinecura. La battaglia continuava, e la sede era il Pci, per il quale fu a lungo consigliere comunale a Milano (dal 1951 al 1964), vivendo non senza ambasce e turbamenti la lunga e lenta trasformazione del partito che sarebbe poi proseguita a tappe accelerate nell’era post-togliattiana. La casa comunista gli stava ormai stretta, non perché comunista, ma perché, semmai, troppo poco comunista: era l’idea di Pietro Secchia della «Resistenza tradita» e del fallimento storico del ceto politico nato dalla lotta partigiana. Una specie di oasi non solo reducistica fu per lui in tal senso, l’Anpi di cui fu eletto consigliere nazionale sin dalla fondazione dell’Associazione, dopo che il Comando generale delle Brigate Garibaldi lo aveva proclamato «eroe nazionale».
    Proprio alla vigilia della «contestazione», nel 1967, diede alle stampe un libro intenso che costituì, a prescindere dall’autore, un testo di riferimento di molta parte del movimento sessanttottino, e anche delle frange che videro negli anni Settanta la soluzione politica nella ripresa della lotta armata. Senza tregua, si chiamava quel libro; e il titolo divenne una parola d’ordine per qualcuno dei teorici della nuova «lotta armata», a dispetto degli sforzi che l’autore, preoccupato della deriva terroristica, fu costretto a compiere, volti a distinguere l’azione dei Gap, da lui incarnati, nel biennio di ferro e fuoco del ’43-45, da quella delirante dei loro emuli trent’anni dopo.
    Certo, lui aveva insegnato che al terrore si risponde col terrore: ma il nemico era Hitler, il nemico era Mussolini, il nemico era il fascismo internazionale, da Madrid a Berlino, da Roma a Tokyo. Il terrore teorizzato e praticato dai «nuovi partigiani» era tutt’altra cosa, e Pesce-Visone ne era convinto: il che non toglie che le ultime evoluzioni di quello che era stato il suo partito lo lasciarono freddissimo. Sicché, post Bolognina, egli entrò in Rifondazione Comunista; era il 1991 e Pesce era ormai politicamente emarginato da tempo. La campagna che ogni tanto si fece perché una nomina a senatore desse pubblico, solenne riconoscimento ai suoi meriti, cadde nel vuoto; ed era ovvio.
    In fondo, Visone era diventato un compagno scomodo, una presenza ingombrante, a dispetto del silenzio e del riserbo di cui si circondava. Con lo stesso riserbo, ora si è spento, togliendo l’incomodo. Nell’Italia di oggi, tentata da impossibili quanto imposte «riconciliazioni», Visone era di troppo.

    l’Unità 28.7.07
    Addio Pesce, il fuoco della libertà
    di Wladimiro Settimelli

    «Visone», il partigiano con due pistole che liberò il Nord
    La Resistenza del più celebre gappista italiano
    L’infanzia in Francia con i minatori, poi il ritorno in Italia e il confino a Ventotene dove conobbe Pertini
    In Lombardia guidò la lotta antifascista
    Quando prese in spalla un compagno ferito sparando a 10 nazisti…

    Come per tutti i ragazzini, le grandi imprese, il coraggio, la determinazione, l’impugnare una pistola in pieno giorno e andare all’attacco, richiedevano sempre un uomo grande e grosso, un eroe alto e massaccio, senza paura e pronto a scattare al minimo pericolo. Invece, Giovanni Pesce, medaglia d’oro della Resistenza, comandante dei Gap - i gruppi patriottici che attaccavano i nazisti e i repubblichini tra la gente, per strada, sul tram o in treno - era piccolino, tranquillo, silenzioso. Insomma, non parlava mai più del necessario e quando lo faceva erano parole senza ostentazione, protervia o sciocche vanterie.
    Quando lo avevo visto la prima volta, da ragazzo appunto, ero quasi rimasto deluso. Poi, con il trascorrere degli anni, avevo capito e, in più di una occasione mi ero fermato a chiacchierare con lui a lungo, nella speranza di capirne fino in fondo la mente, il cuore, le scelte, la paura e la tragedia: quella di dovere sparare a qualcuno, per strada, senza battere ciglio.
    L’altra notte Giovanni Pesce, nome di battaglia «Visone», è morto a casa sua, a Milano, assistito dalla moglie Onorina, nome di battaglia «Sandra», la cara staffetta che, nel 1943, era l’unica a poterlo avvicinare per consegnare gli ultimi ordini del Comitato di Liberazione nazionale e della direzione del Pci. Già, perché il più famoso gappista d’Italia era comunista e veniva da una famiglia antifascista abituata al lavoro e alla sofferenza.
    La biografia di Giovanni ha dell’incredibile. Quando lui raccontava di quella sua vita complicata e diversa dal solito, potevi stare ore ad ascoltarlo. Era nato nel 1918 a Visone D’Acqui, in provincia di Alessandria. Il padre, presto, molto presto, era stato costretto ad andarsene da casa e ad emigrare in Francia con tutta la famiglia. I fascisti non davano tregua. Erano finiti in un paesetto con le miniere e Giovanni, nella piccola vineria aperta dal padre, trascorreva ore e ore con «musi neri». A volte, qualcuno finiva lo stipendio cercando di soffocare nel bere la miseria e la nostalgia. Ecco, Pesce ascoltava sempre quei minatori e da loro imparava e capiva. Poi, anche lui, a quattordici anni, era finito giù nelle gallerie per quattro soldi.
    Il giorno che l’Italia fascista aveva attaccato la Francia ormai messa alle corde dai nazisti, lo avevano trasferito in un campo di prigionia. Poi il rientro, da solo, a Visone. Una spiata lo aveva fatto finire in carcere e poi al confino di Ventotene, dove aveva conosciuto Pertini, Terracini e tanti, tanti altri compagni.
    Nel 1943, con il crollo del fascismo, «Visone» era tornato di nuovo a casa. Poi, il partito lo aveva mobilitato per fondare i Gap a Torino. Ma il lavoro più duro e difficile lo avrebbe, più tardi, affrontato a Milano. Era stato inviato in Lombardia per occuparsi delle grandi fabbriche perché fascisti e nazisti terrorizzavano gli operai. Centinaia di loro venivano, tra l’altro, trasferiti nei campi di sterminio. E guai a protestare o scioperare. C’erano, tra gli addetti alle macchine di alcune grandi industrie, capi e capetti che facevano la spia. O personaggi che, per una manciata di soldi e qualche chilo di sale (che Italia terribile e piena di odio e di terrore in quel ’43, ’44 e ’45) erano disposti a vendere davvero chiunque.
    C’era bisogna, dunque, di una azione forte che facesse sentire agli operai che la Resistenza pensava a loro e alla loro protezione. Giovanni Pesce, dal nulla, aveva imparato a sparare. Non solo: portava sempre addosso due pistole, non una sola. Ed era diventato uno che non sbagliava mai un colpo. Viveva isolato in un microscopico appartamento e usciva soltanto per l’attacco improvviso e per incontrare altri due o tre compagni dei Gap. Ma quando entrava in azione era sempre solo: non si fidava di nessuno.
    In uno dei tanti incontri, gli avevo chiesto: «Ma non avevi paura?», e lui: «Eccome». Poi aveva ancora spiegato: «Una volta ho detto ai compagni che quel comandante dei repubblichini addetto agli arresti nelle fabbriche, non era arrivato in ufficio. Invece c’era. Ma io ero stato colto dal tremito e dal panico e non avevo fatto nulla. La volta successiva, dopo alcune esitazioni, ero partito deciso ad assolvere all’incarico. Ero entrato nel bar dove il comandante stava facendo colazione. Mi ero avvicinato e avevo spianato la pistola. Per un attimo ci eravamo guardati negli occhi. Un attimo che non finiva più. Avevo letto in quello sguardo la sua paura, il suo terrore. Poi avevo visto che stava mettendo la mano alla pistola. Allora ho fatto fuoco tre o quattro volte. Subito dopo ero uscito e saltato sulla mia bicicletta. Dovevo giustiziare quel comandante. Sapevo dei nostri compagni e di tanti innocenti, torturati, impiccati, fucilati».
    Quante volte hai sparato avevo chiesto a Giovanni. E lui aveva risposto: «Molte, molte volte. Non le ho mai contate». Poi ancora aveva aggiunto: «Sai che nel dopoguerra, su un tram a Milano, ho incrociato gli occhi con la moglie e figli di un famoso spione che avevo liquidato. Ci siamo sfiorati e ognuno è andato per conto proprio. Credimi è stata dura. Ammazzare, anche se in guerra e nella battaglia più grande per la libertà, non è facile. Ogni volta mi si stringeva il cuore».
    Nella motivazione della medaglia d’oro, si ricorda che «Visone» era stato, insieme a un compagno dei Gap gravemente ferito, inseguito dai nazisti. Lui aveva preso sulle spalle quel ferito e, sparando come un pazzo, si era dileguato. Pochi giorni dopo, con altri, aveva assaltato «Radio Torino» ed era riuscito a distruggere parte degli impianti, nonostante la presenza di una decina di nazisti e un gruppetto di repubblichini. Imprese incredibili e straordinarie.
    Nel 1945, a Milano, nei giorni della Liberazione, era stato affrontato da un gruppo di ragazzini con il fazzoletto rosso al collo che avevano gridato: «Comodo aspettare che i partigiani ti liberino. Comunque, puoi uscire dalla cantina dove ti eri rintanato come un topo». Lui non aveva risposto, ma aveva sorriso appena, appena per poi girare oltre l’angolo.
    Caro «Visone», la tua parte per tutti e per la nostra Italia, l’hai fatta. Un abbraccio.

    l’Unità 28.7.07
    La commozione del capo dello Stato: «Esempio di libertà»
    Napolitano: ci lascia passione e coraggio. Cordoglio anche dalle altre cariche dello Stato
    di Luigina Venturelli

    Bertinotti: un grande vecchio della nostra Repubblica

    La commozione non è di circostanza, il dolore è profondo, come succede quando ad andarsene è un uomo che con la sua esistenza ha incarnato gli ideali e le aspirazioni d’intere generazioni di cittadini democratici. La politica italiana piange la scomparsa del comandante Visone. Con toni unanimi, che parlano di libertà, impegno, passione civile.
    «Ho appreso con commozione la triste notizia della scomparsa di Giovanni Pesce, tenace assertore dei principi di libertà, di pace, di eguaglianza e di democrazia sanciti dalla Costituzione» ha scritto in una lettera all’Anpi il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricordando «i momenti di incontro, in cui ho potuto apprezzare e stimare la passione, il coraggio e gli ideali di cui ha dato testimonianza».
    Commosso anche il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, che ha saputo del lutto mentre presiedeva i lavori di Montecitorio: «Il dolore per la morte di questo grande vecchio della repubblica italiana si accompagna all’orgoglio di essergli stato amico. Comunista per tutta la vita, ha accompagnato in questo dopoguerra giovani di più generazioni all’antifascismo e all’impegno civile e politico. Il Paese gli deve molto e non lo dimenticherà». Poi, un minuto di silenzio e gli applausi bipartisan.
    Sugli stesssi toni il presidente del Senato, Franco Marini: «Un esempio altissimo di valore umano e civile nella nostra ricostruzione democratica. Della sua storia personale il partigiano Visone ha lasciato memoria attraverso i suoi scritti, offrendo a noi e alle generazioni future una testimonianza preziosa».
    Tutto il centrosinistra ha espresso il suo cordoglio. Il sindaco di Roma, Walter Veltroni, lo ricorda: «Con la sua scomparsa il Paese intero perde un importante protagonista della sua storia ma soprattutto un grande uomo», al ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero: «Un uomo che non aveva mai smesso di ricordarci che la coscienza civile di un Paese si misura nella sua capacità di combattere la discriminazione, il razzismo e il rifiuto della diversità».
    Ma il lutto ha colpito soprattutto la sua città, Milano, che per dirgli addio ha messo a disposizione la sede del Comune: «Oggi è un giorno di tristezza - ha afferma il sindaco, Letizia Moratti - piangiamo la scomparsa di una figura molto importante per la storia della nostra Repubblica e molto significativa per le nostre vite. Milano gli deve molto e lo avrà sempre nel cuore. Per questo desideriamo offrire Palazzo Marino per l’ultimo saluto che gli vorranno dare i milanesi e tutti gli italiani».

    Corriere della Sera 28.7.07
    Nato nel 1918, fu a capo della Resistenza a Torino e Milano
    Giovanni Pesce, il partigiano dei Gap
    di Antonio Carioti

    Il suo nome di battaglia, nella Resistenza, era «Visone». Niente a che vedere con l’animale dalla splendida pelliccia: veniva semplicemente dal paese in provincia di Alessandria, Visone d’Acqui, dove Giovanni Pesce, scomparso ieri a Milano, era nato nel 1918. Come «Visone», diresse la guerriglia urbana contro i tedeschi e i fascisti a Torino e a Milano, tra il 1943 e il 1945, guadagnandosi la medaglia d’oro al valor militare.
    La vita di Pesce non era mai stata facile. Trasferitosi in Francia con la famiglia quando era bambino, aveva cominciato a lavorare a 11 anni e aveva intrapreso da ragazzo una militanza comunista durata tutta la vita, su cui insistono i molti messaggi di cordoglio degli esponenti della sinistra radicale, a cominciare da Fausto Bertinotti: «Il dolore per la morte di questo grande vecchio della Repubblica italiana — ha detto il presidente della Camera — si accompagna all’orgoglio di essergli stato amico». A sua volta il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha espresso la sua «commozione ». Per la sinistra riformista, il sindaco di Roma Walter Veltroni ha parlato di «importante e prezioso esempio di dedizione personale». E nel centrodestra il sindaco di Milano Letizia Moratti, nell’offrire Palazzo Marino per la camera ardente, ha definito Pesce «un uomo che ha dedicato tutta la sua esistenza all’impegno per la libertà».
    Appena diciottenne, nel 1936, Pesce era partito volontario per la guerra di Spagna, dove era stato ferito tre volte e aveva ottenuto il grado di tenente nelle Brigate internazionali. Rimpatriato in Italia nel 1940, era finito in carcere e al confino, da dove era stato liberato nell’agosto 1943. Subito dopo, con l’8 settembre e l’occupazione tedesca, cominciò la fase più esaltante e più dura del suo impegno, come dirigente dei Gap (Gruppi d’azione patriottica): le formazioni create dal Pci per il sabotaggio e la guerriglia nelle città. Si trattava dell’aspetto più spietato e rischioso della lotta di Liberazione, sulle cui modalità ancor oggi restano vive le polemiche: attentati, rappresaglie, spionaggio, torture, tradimenti erano il pane quotidiano di quei partigiani, sottoposti a tensioni che solo un enorme sangue freddo poteva permettere di sopportare.
    Pesce in un primo tempo operò a Torino. Poi, braccato dal nemico, si trasferì nel giugno 1944 a Milano, per riorganizzare i Gap pressoché annientati dalla polizia fascista. «Visone» riuscì a rilanciare la guerriglia, ma dovette in autunno passare a Rho, dopo essere sfuggito per un pelo a una trappola tesagli dai tedeschi. Solo a fine dicembre tornò a Milano, dove nel frattempo i Gap avevano subito colpi molto duri, e condusse la lotta nella metropoli lombarda fino alla Liberazione.
    Sulla sua esperienza resistenziale Pesce scrisse un libro famoso, Senza tregua. La guerra dei Gap (Feltrinelli), che involontariamente fornì una qualche ispirazione anche all’estremismo di sinistra propenso alla lotta armata. Di recente, nel 2005, Franco Giannantoni e Ibio Paolucci gli hanno dedicato un volume pubblicato dalle Edizioni Arterigere-EsseZeta di Varese: Giovanni Pesce «Visone», un comunista che ha fatto l’Italia.

    Repubblica 28.7.07
    Milano, aveva 89 anni. Medaglia d’oro al valor militare
    È scomparso Giovanni Pesce uno dei padri della Resistenza

    MILANO - Se n´è andato uno degli ultimi grandi vecchi della Resistenza: Giovanni Pesce, Medaglia d´oro al valor militare, nome di battaglia «Visone», è morto ieri mattina in una stanza del Policlinico di Milano, dov´era stato ricoverato qualche giorno fa per un´emorragia cerebrale causata da una banale caduta in casa. Aveva 89 anni. L´impegno politico di Pesce comincia nel ‘35 in Francia, dove la famiglia emigra per trovare lavoro, quando decide di iscriversi al partito comunista. L´anno dopo è in Spagna, volontario delle Brigate internazionali che combattono contro le truppe del generale Franco e a fianco del governo del fronte popolare. Nel ‘40 il rientro in Italia, dove viene arrestato e confinato a Ventotene; liberato nel ‘43, comincia l´attività di Resistenza con i Gap, prima a Torino e poi a Milano. Dopo lo scioglimento del Pci, Pesce aderisce a Rifondazione comunista. «Tenace assertore dei principi di libertà, pace, eguaglianza, democrazia», scrive in un messaggio all´Anpi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il presidente della Camera Fausto Bertinotti (lunedì sarà a Milano per i funerali) esprime «dolore che si accompagna all´orgoglio di essergli stato amico». E il sindaco di Milano Letizia Moratti: «Piangiamo la scomparsa di una figura importante per la storia della nostra Repubblica e significativa per le nostre vite; Milano lo avrà sempre nel cuore come grande e valoroso maestro di libertà». Lunedì la camera ardente a Palazzo Marino, «per l´ultimo saluto - dice il sindaco - che gli vorranno dare i milanesi e tutti gli italiani».

    Senza tregua, La guerra dei GAP di Giovanni Pesce, Universale Economica Feltrinelli, pp.308, e.8,5
    “Chi furono i gappisti? Potremmo dire che furono ’commandos’. Ma questo termine non è esatto. Essi furono qualcosa di più e di diverso da semplici ’commandos’. Furono gruppi di patrioti che non diedero mai ’tregua’ al nemico: lo colpirono sempre, in ogni circostanza, di giorno e di notte, nelle strade delle città e nel cuore dei suoi fortilizi”. Così Giovanni Pesce apre la sua rievocazione della lotta urbana contro il regime nazi-fascista.
    Il libro, diventato ormai un classico della memorialistica partigiana, nonché uno dei rari documenti sul ruolo svolto dai Gruppi di Azione Patriottica (i GAP) nella Resistenza, “Senza tregua” (pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1967) si presenta oggi come insostituibile antidoto contro quella perdita della memoria storica che si profila come uno dei guasti della coscienza civile contemporanea. Il volume, che ha gli scatti e il ritmo della scrittura narrativa, restituisce i dettagli più drammatici della guerriglia urbana, il fitto calendario delle azioni isolate, la tensione degli agguati, la lotta contro il nemico armato e, al contempo, quella contro spie, delatori, reggicoda del franante regime fascista. Uno stile scarno, senza retorica; un racconto senza compiacimenti. Per una riflessione sulla violenza e sulla Storia. Per una Storia liberata dalla violenza.

    Liberazione 28.7.07
    «Abbiamo scelto di vivere liberi…»
    di Giovanni Pesce

    Da viale Romagna si raggiunge Piazzale Loreto lungo un rettilineo fino in via Porpora e si svolta a sinistra. Dappertutto cordoni di repubblichini: militi dietro militi, sempre più fitti, sempre più lugubri. In Piazzale Loreto urla folla sconvolta e sbigottita. Si respira ancora l’odore acre della polvere da sparo. I corpi massacrati sono quasi irriconoscibili. I briganti neri, pallidi, nervosi, torturano il fucile mitragliatore ancora caldo, parlano ad alta voce, eccitatissimi per aver sparato l’intero caricatore.
    Sbarbatelli feroci, vicino a delinquenti della vecchia guardia avvezzi al sangue ed ai massacri, ostentano un atteggiamento di sfida volgendo le spalle alle vittime, il ceffo alla folla. Ad un tratto irrompe un plotone di repubblichini, facendosi largo a spinte e a colpi di calcio di fucile e andando a schierarsi vicino ai caduti.
    “Via via, circolate”, urlano. Spontaneamente il popolo è accorso verso i suoi morti. Ora la folla, ricacciata, viene premuta fra i cordoni dei tedeschi e dei fascisti. Urla di donne, fischi, imprecazioni. “La pagheranno!”.
    I repubblichini, impauriti, puntano i mitra sulla folla. Dall’angolo della piazza scorgo lo schieramento fascista accanto ai nostri morti. Potrei sparare agevolmente se i fascisti aprissero il fuoco. In quel momento, fendendo la calca, si fa largo una donna: avanza tranquilla, tenendo alto un mazzo di fiori; raggiunge le prime file, vicino al cordone dei repubblichini, come se non vedesse le facce livide e sbigottite degli assassini; percorre adagio gli ultimi passi.
    Scorgo da lontano quella scena incredibile, un volto mite incorniciato da capelli bianchi, un mazzo di fiori che sfila davanti alle canne agitate dei fucili mitragliatori. I fascisti rimangono annichiliti da quella sfida inerme, dall’improvviso silenzio della folla. La donna si china, depone i fiori, poi si lascia inghiottire dalla folla. Comincia cosi un corteo muto, nato come da un improvviso accordo senza parole.
    Altre donne giungono con altri fiori passando davanti ai militi per deporli vicino ai caduti. Chi ha le mani vuote si ferma un attimo vicino alle salme martoriate. Per ogni mazzo di fiori ci sono cento persone che sostano riverenti.
    Si odono distintamente i rumori attutiti dei passi e si colgono i timbri alti delle voci. Accanto a me uno bisbiglia: “Vede quello li sulla sinistra? Tentava di scappare. Appena era sceso dal camion si era diretto di corsa verso una via laterale. Credevamo che ce l’avrebbe fatta. Era già lontano. L’hanno riportato indietro che zoppicava, ferito ad una gamba. L’hanno spinto accanto agli altri, già schierati, in attesa.”
    L’ultimo volto che vedo, abbandonando la piazza, è quello di un repubblichino, che ride istericamente. Quel riso indica l’infinita distanza che ci separa. Siamo gente di un pianeta diverso. Anche noi combattiamo una dura lotta, in cui si dà e si riceve la morte. Ma ne sentiamo tutto l’umano dolore, l’angosciosa necessità. In noi non è, non ci può essere nulla di simile a quello sguardo, a quella irrisione di fronte alla morte.
    Loro ridono. Hanno appena ucciso 15 uomini e si sentono allegri. Contro quel riso osceno noi combattiamo. Esso taglia nettamente il mondo: da un lato la barbarie, dall’altro la civiltà. I cordoni di repubblichini sono sempre fitti. Ad ogni passaggio, ad ogni posto di blocco, mi imbatto nella loro insolenza, nella loro spavalda vigliaccheria: mitra ostentati, bombe a mano al cinturone, facce feroci, lugubri camicie nere.
    Ancora una volta, come in Spagna di fronte alla spietata ferocia degli ufficialetti nazisti, si rivelano i due mondi in antitesi, i due modi opposti di concepire la vita.
    Noi abbiamo scelto di vivere liberi, gli altri di uccidere, di opprimere, costringendoci a nostra volta ad accettare la guerra, a sparare e ad uccidere. Siamo costretti a combattere senza uniforme, a nasconderci, a colpire di sorpresa. Preferiremmo combattere con le nostre bandiere spiegate, felici di conoscere il vero nome del compagno che sta al nostro fianco. La scelta non dipende da noi, ma dal nemico che espone i corpi degli uccisi e definisce l’assassinio “un esempio.”
    La belva ormai incalzata da ogni parte, si difende col terrore.
    Mi rifugio in casa. Mi raggiunge nel pomeriggio una staffetta. I repubblichini hanno sparato in aria per allontanare la folla che sfilava davanti ai caduti. Il giorno successivo alla Vanzetti, alla Graziosi, alle Trafilerie, alla Motomeccanica, alla O.M. ecc., gli operai abbandonano il lavoro in segno di protesta; alla Pirelli le maestranze si riuniscono in silenzio. Ora tocca a noi.
    Nella medesima notte prepariamo otto bombe ad alto potenziale. Il tecnico, abituato ad un lavoro di precisione, esprime le sue preoccupazioni, ma si piega alle necessità. Il giorno dopo, all’alba, io, Narva e Sandra ci troviamo nella chiesa di via Copernico per la consegna dell’esplosivo. Il parroco si accinge a celebrare la prima messa, avanzando silenziosamente dalla sacrestia. Nella chiesa, deserta, regna un silenzio profondo, una pace incredibile. Arriva il tecnico con le borse. Il prete assiste alle consegne, immobile fra i chierichetti. Comprende? Non so.
    Usciamo. Accompagno le ragazze all’appuntamento con Conti e Giuseppe, per l’ultimo scambio delle borse.
    “Vi proteggerò le spalle, ” dico, ” calma e sangue freddo. Non ci sarà nessuna sorpresa.”
    I due gappisti con la calma e la sicurezza di professionisti, depositano le bombe, si eclissano in una viuzza scambiandosi un rapido cenno di saluto. Una, due, tre esplosioni scuotono l’aria, infrangono i vetri. Il ritrovo ufficiali del comando tedesco è devastato come un campo di battaglia. Abbiamo disposto le cariche in modo che gli esplosivi deflagrassero prima sulle finestre e successivamente all’uscita del circolo.
    Il giorno dopo il Feldmaresciallo Kesserling invita le forze dipendenti ad agire con maggiore energia nei confronti dei sabotatori da impiccarsi sulle pubbliche piazze; il comandante della piazza di Milano anticipa il coprifuoco alle 22. Il nemico si rende conto che l’arma del terrore gli si ritorce contro. Dobbiamo insistete. Azzini e Bosetti attaccano il comando repubblichino nella sede dove convergono i lavoratori italiani da inviare in Germania. Il mattino del 14 agosto un alto ufficiale tedesco e due subalterni mentre discutono in un ufficio del Palazzo di Giustizia vengono uccisi con una “sipe” lanciata da una finestra.
    Nei corridoi, tedeschi e fascisti fuggono in preda al panico. Il coprifuoco non ci ferma: il 16 agosto ancora Azzini e Bosetti giustiziano uno squadrista, ufficiale della milizia e delatore di partigiani e, due giorni dopo un’altra squadra abbatte un ufficiale delle SS a Porta Volta.
    “La pagheranno!” era la parola d’ordine del popolo e la nostra.
    Brano tratto da “Senza tregua. La guerra dei Gap” (Feltrinelli, prima edizione 1967)

    Liberazione 28.7.07
    Il lavoro in miniera, le ferite franchiste, il confino, i Gap, la Liberazione e quell’orgoglio mai domo d’essere un comunista
    Giovanni Pesce, il compagno antifascista che non ha mai chiesto nulla per sé
    di Maria R. Calderoni

    A 13 anni è solo un “muso nero”, un piccolo minatore italiano che scende 150 metri sotto terra per portare a casa miseri 100 franchi al mese, il sudato, prezioso denaro indispensabile ai suoi genitori per sopravvivere. La sua è infatti una famiglia di poveri emigrati: il padre Riccardo, scalpellino, di idee socialiste, “pizzicato” più volte dalla polizia fascista, nel ’24 aveva deciso di lasciare il paese natio, Visone, 2mila anime in provincia di Acqui, per cercare lavoro in Francia, alla Grand’ Combe, la zona delle miniere di carbone nelle Cevennes.
    Arrivato in terra francese piccolissimo, lui parla solo quella lingua, lo chiamano Jeanu; e da “muso nero” lavora per quasi cinque anni, ragazzo con la lanterna da minatore e la tessera della ” Jeunesse comuniste ” in tasca. A 18 è già a combattere in Spagna nelle Brigate Internazionali. E da lì comincia la sua leggenda. La leggenda di Giovanni Pesce, classe 1918, garibaldino di Spagna, alla testa dei Gap in Italia, medaglia d’oro al valor militare nella lotta di Resistenza, eroe nazionale. Un comunista che ha fatto l’Italia, che è anche il titolo dell’ultimo libro-intervista uscito nel gennaio 2005 (Franco Giannantoni-Ibio Paolucci, “Giovanni Pesce, “Visone”. Un comunista che ha fatto l’Italia”, edizioni Arterigere di Varese).
    In Spagna il ragazzino diventa soldato; dall’Ufficio Ricezione Volontari, dove già sono al loro posto Longo, Di Vittorio, Leo Valiani, Andrè Marty, passa direttamente al centro di addestramento militare di Albacete, Catalogna rossa, la città dove, il 3 novembre di quell’anno, ricordava sempre lui, «sorse il battaglione “Garibaldi”». Il suo incontro con la Spagna è una passione che durerà tutta la vita. Sarà per lui una grande lezione di coraggio, dedizione, umiltà. Imparò a combattere e a riflettere, ad essere audace ma anche prudente, duro e pietoso. Di tutto questo doveva far tesoro qualche anno dopo, durante la guerra di liberazione in Italia.
    A Boadilla del Monte, una cittadina nei pressi di Madrid, ha il suo battesimo del fuoco, «con il fucile seguii i compagni in avanti, mentre i fascisti erano fuggiti. La battaglia si concluse con sette-otto caduti dalla nostra parte. Erano i primi morti che vedevo. Quello spettacolo mi fece un’impressione tremenda». La guerra non è bella, nemmeno se la fai dietro le bandiere delle Brigate internazionali. Il combattente-ragazzino si trova nel ferro e nel fuoco della battaglia di Guadalajara, marzo 1937, dieci giorni e dieci notti di sanguinosi attacchi, «nell’acqua e nel freddo, il terreno era ridotto a un pantano»; i fascisti sono battuti. Giovanni ha i piedi congelati, deve essere ricoverato in ospedale. Ma è ancora nei ranghi subito dopo, in luglio, a Brunete, e poi in agosto a Saragozza, dove viene ferito gravemente; e poi sull’Ebro, quel terribile combattimento durato un mese, che doveva concludersi con la sconfitta dei repubblicani. In Spagna ha vinto Franco, le Brigate internazionali devono andarsene, «lungo la “Diagonal” di Barcellona l’ultima sfilata prima della partenza».
    E’ ferito anche questa volta, ma ciò che più fa male è quella sconfitta, addio Madrid, il ragazzino torna a casa; ma lascia subito anche la Grand’Combe, rientra in Italia, presso parenti che l’aiutano a trovare lavoro. Qui però quasi subito la polizia lo trova: ex combattente in Spagna, lo processano e lo spediscono in carcere ad Alessandria e poi a Ventotene. Cinque anni di confino.
    Una popolazione confinaria di settecento persone, «la metà era comunista - racconta - Per un gruppo di loro era stato previsto un pedinamento continuo. Erano giudicati i più pericolosi e, quando camminavano, erano seguiti come un’ombra dalla milizia. Si trattava dei comunisti Umberto Terracini, Pietro Secchia, Mauro Scoccimarro; dei “giellisti” Ernesto Rossi, Riccardo Bauer, Francesco Fancello, Vincenzo Calace, Nello Traquandi, Dino Roberto».
    Il racconto del suo soggiorno al confino - la sua “università” - è fitto di aneddoti e popolato di umili sconosciuti compagni e anche di figure primo piano, lì Jeanu conosce anche Camilla Ravera, Arturo Colombi, Di Vittorio, Alberganti, Pertini, «e c’era persino una piccola orchestrina comunista, formata da tre mandolini e due chitarre, accompagnati dal violino di un eccellente Umberto Terracini».
    Uscirà libero con il 25 luglio 1943, il regime è caduto, il re firma il tragico armistizio. Per il ragazzo della Spagna inizia un altro cammino.
    «Con le cinquanta lire che ebbi dal partito, una volta giunto a Gaeta, feci il biglietto per Torino». Lì, preso in consegna dal compagno “Giuseppe” «che teneva i collegamenti con Pietro Secchia», Giovanni Pesce ha il rischioso incarico di organizzare i Gap (Gruppi di azione patriottica), nel capoluogo piemontese. Pietro Secchia lo nomina comandante. «Ci vollero le stragi, le torture di via Asti, di Villa Triste ed i partigiani impiccati al gancio da macellaio, perchè anche noi imparassimo ad odiare e a non avere scrupoli nel colpire un nemico crudele», scrive Arturo Colombi nel ricordare la nascita di queste formazioni partigiane clandestine. E del giovanissimo Pesce, appena giunto nei ranghi invisibii, dice: «Quando lo incontrai per la prima volta dopo ll suo nuovo incarico, mi chiese se si potevano avere delle mitragliette». Nome di battaglia “Ivaldi”. Oscuro e crudele il “lavoro” del gappista. Nel suo libro - un libro drammatico, intenso, veloce come un film (e infatti un film ne è stato tratto) - Giovanni Pesce racconta il momento terribile della prima azione, quando l’ordine del Comando arriva. E l’ordine è: uccidere un fascista. «”Marco non sta bene”, mi dice la donna porgendomi un pezzo di sapone. E’ la parola d’ordine. Ora so chi è». Il fascista da uccidere ha un nome e un volto. «Devo giustiziare un maresciallo della milizia, Aldo Mores», responsabile della deportazione di oltre settanta patrioti. Il garibaldino coraggioso vacilla. «Questa è un battaglia solitaria, penso. Tu, solo con la tua coscienza e le tue pene». Ma deve accettare questo compito spietato, cui non era abituato, «in Spagna e in montagna il nemico si affrontava in combattimento: faccia a faccia».
    Racconta: «L’assassino di tanti miei compagni è lì. Faccio un passo, mi appoggio allo stipite della porta, fingo di raccattare qualcosa. Non ce la faccio - penso - non ce la faccio. E’ proprio paura. Mi trovo all’aperto, sollevato e furibondo. Adesso dovrò mentire. “Il maresciallo non c’era”, dico ad Antonio, “torneremo domani”». E “domani” lo ucciderà, il fascista che deve morire. «Lo vedo. Sparo con tutte e due le pistole. Mentre l’uomo si piega, esco rapidamente, intasco le armi e inforco la bicicletta».
    Saranno tante le azioni firmate dal comandante “Ivaldi” e dai suoi gappisti, i fascisti rispondono con arresti e fucilazioni, sulla testa di Pesce pende l’ottava taglia per chi lo avesse “catturato vivo o morto”; e lì intorno, per esempio a Barge, si è scatenato l’inferno, «truppe scelte di Salò e forze d’assalto tedesche avevano rastrellato tutta la zona per fare piazza pulita dei “ribelli”». Ilio Barontini gli insegna come si fabbricano le bombe; e le bombe fatte in casa dei ragazzi di Pesce lasceranno parecchi segni nei sabotaggi, negli assalti alle caserme, nei colpi inferti alla macchina da guerra del nemico. Già, «non si può far saltare una stazione radio restando seduti davanti a una finestra aperta, a fantasticare».
    Viene il momento di cambiare aria, la polizia fascista è sulle tracce di “Ivaldi”; allora il Comando lo manda d’autorità a Milano e gli cambia nome, ora si chiamerà “Visone”, come il suo paese d’origine. Nemmeno a Milano si può far saltare una stazione radio restando seduti davanti a una finestra. Per esempio di fu la “battaglia dei binari”, in zona Greco-Pirelli, 24 giugno 1944. «Lungo i binari che transitano da Greco, sotto il ponte grigio del cavalcavia, sono sfilate a migliaia lunghe colonne di carri merci, una parte notevole del dramma dell’8 settembre è stata recitata davanti alla palazzina grigia della stazione di Greco. Dai vagoni bestiame, sprangati e sigillati, si sono levate, di giorno e di notte, invocazioni d’aiuto e sono stati lanciati biglietti disperati». Sono i convogli maledetti che portano ai campi di sterminio. “Visone” e i suoi, in una notte senza luna, strisciando tra le sentinelle tedesche in armi, fanno scivolare le loro bombe fatte in casa dentro i “forni” delle locomotive, una due tre cinque cariche. I binari saltano, i convogli nazisti si fermano, la rabbiosa rappresaglia tedesca colpisce anche gli innocenti; ma la 3a Gap di “Visone” non dà tregua, con le armi in pugno fino all’ultimo, fino al 25 aprile. «E’ il grande giorno. Confuso in questa folla amica, è come se uscissi da un incubo. Mi accorgo che le case sono belle case, che le strade sono ampie e che sopra di me c’è il cielo». La guerra è finita e lui ha 27 anni. Verranno i suoi giorni normali, tanti giorni e tanti anni di un impegno diverso, ma sempre generoso, disinteressato, semplice, leale. Giovanni Pesce, eroe nazionale, stratega della guerriglia, per tutta la vita è stato “uno di noi”, uno che non ha mai ostentato, mai preteso, mai chiesto nulla per sè.
    Nel ’45, finito tutto, tornato a casa, il comandante della 3ª Gap pensa di aver esaurito il suo compito. Pensa addirittura che forse è giunto il momento di tornare alla Grand’ Combe, in miniera. Ma è Nori che lo trattiene. Nori - «la più bella delle mie staffette», come scrive lui - che ha appena sposato appunto nel ’45. L’amore della sua vita, Jeanu lo racconta con parole schive e tenere. Nori la incontra appena giunto a Milano sotto il suo nuovo nome di battaglia, “Visone”, lei si chiama Onorina Brambilla ma tra i Gap è “Sandra”; e «a prima vista rimasi come folgorato». Pochi mesi dopo quel primo incontro, “Sandra”, vittima del delatore “Arconati”, uno che fa il doppiogioco, viene arrestata, imprigionata presso il Comando SS di Monza, dove sarà a lungo interrogata e anche torturata. Incontrata e perduta, lui e gli altri compagni la cercheranno per giorni e giorni; ma “Sandra” la rivedrà, fortunatamente sana e salva, solo dopo il 25 Aprile, ai primi di maggio. Lei è un’esile ragazza di 21 anni, si sposano subito, il 14 luglio 1945, «il giorno della presa della Bastiglia, con uno dei primi riti civili, in un edificio accanto a Palazzo Marino che era stato devastato dai bombardamenti. Eravamo in ginocchio, senza una lira, senza casa». Ma il pranzo fu un successo, «cucinato dalla mamma di Sandra, alla Casa del Popolo nella sezione Venezia del Pci». Un tetto però lo ebbero, «in via Macedonio Melloni, 76, la “base” delle nostre azioni militari!».
    Nel 1946 Pesce diventa presidente dell’Anpi di Milano; nel 1947 - in una piazza Duomo inondata di sole e traboccante di partigiani - riceve la medaglia d’Oro al Valor Militare dalle mani di Umberto Terracini; nel ’48 è responsabile della Commissione Vigilanza a Botteghe Oscure; per oltre dieci anni è consigliere comunale a Milano.
    E venne la Bolognina, la morte del Pci. «La mia reazione - racconta - fu di indignazione, di preoccupazione, di amarezza, anche se era chiaro da tempo che si stava andando in quella direzione. Non riuscivo a comprendere per quale ragione si dovesse cambiare quel nome carico di storia, di battaglie, di sacrifici. Votai contro». Sceglie subito di stare con noi, “Visone”, con Rifondazione. E con noi è sempre stato, fino all’ultimo. Indomito, sicuro, fedele agli ideali della sua vita, semplice come la sua fede: perchè - amava dire, citando i versi di Eluard - «ci sono parole che fanno vivere. Una di queste è la parola comunista».
    Come possiamo ringraziarti, “Visone”?.

    Liberazione 28.7.07
    “Beato quel popolo che non ha bisogno d’eroi”, ci ha ammonito Bertold Brecht
    di Franco Giordano

    “Beato quel popolo che non ha bisogno d’eroi”, ci ha ammonito Bertold Brecht. E io qui non voglio scrivere per onorare l’eroe Giovanni Pesce, ma l’uomo, il comunista, il combattente antifascista per la libertà e per la democrazia spentosi ieri. Perché, come le parole di Brecht, la storia della resistenza e le tragedie del Novecento dovrebbero averci insegnato una volta per tutte che non esiste gesta più eroica che esser semplicemente donne e uomini.
    Per la generazione di Giovanni Pesce diventar donne e uomini è stato un obbligo precoce. E diventare eroi è stata, forse, quasi una condanna. Sì, una condanna. Pagata al prezzo di famiglie, amici, fratelli di lotta e di ideali persi in troppi e troppo presto. Il prezzo di un orrore rimasto indelebilmente fotografato sul fondo delle pupille. Che è poi il prezzo della libertà di cui godiamo quotidianamente il frutto, talora inconsapevoli, spesso immemori.
    Negli occhi, nelle parole, nella memoria e nella tempra di Giovanni Pesce era inscritto il fondamento vivo della nostra Repubblica. E ora che si sono spenti non si può non provare uno smarrimento profondo per l’ineluttabile venir meno di quella memoria diretta, del ricordo vissuto di quelle donne e uomini che come lui sono stati fondatori della nostra repubblica. Ragazzi cui sono state sottratte troppo presto tutte le illusioni, tramutate in libertà da riconquistarsi al prezzo della vita e della morte. Giovani costretti a darsi alla macchia poco più che adolescenti e a diventar più maturi e responsabili di quanto si possa pensare di chiedere a qualunque giovane.
    Giovanni Pesce ci ha raccontato nelle pagine scarne dei sui libri (”Senza tregua”, “Un garibaldino in Spagna”) l’inevitabile e inarrivabile crudezza di quelle esperienze, della guerra, della resistenza gappista. Dall’adolescenza in Francia, alla gioventù di volontario in Spagna, alla resistenza in Italia, Pesce ci ha narrato senza compiacimento alcuno l’avventura di una riconquista che si chiamava libertà, la ferma consapevolezza di ogni prezzo pagato e fatto pagare a difesa della democrazia, la lucida coscienza antifascista in cui una generazione ha trovato il fondamento del proprio essere comunista, che ha fatto di quell’impegno politico uno strumento di lotta per il presente e una speranza per il futuro. Quella speranza per cui Pesce ha scelto anche Rifondazione comunista.
    Le sue pagine ci restano. La sua voce invece si è spenta. E con essa la sua narrazione in prima persona: la passione e l’avventura di un giovane comunista costretto a farsi uomo e eroe semplicemente per incarnare i suoi ideali di libertà. Perché questo era Giovanni Pesce: semplicemente un uomo, e un comunista. Di quegli uomini che hanno attraversato la storia facendosene carico.
    Ricordo, poco più di un anno fa, che ci incontrammo a un Comitato politico di Rifondazione. Mi ha sempre colpito come fosse lui, anziano dall’aura eroica, a farsi largo per venire ad abbracciare noi più giovani. E ricordo come in quell’occasione mi confidò che la cosa che lo rendeva più felice era andare a parlare nelle scuole e trovare tanto ascolto e attento da parte dei giovani per la storia raccontata da protagonista diretto, quale lui era stato. “Questa è la mia missione di vita”, mi confidò. Era una delle ultime volte che ci vedemmo.
    Con Giovanni Pesce si è spenta ieri un’altra voce vissuta e viva della lotta antifascista, un’altra memoria si è secolarizzata in storia. Ci rendiamo tristemente conto che quel che per decenni ci è stato raccontato dalle voci, dalle lacrime, dalle piaghe dei protagonisti, va disponendosi immobile negli archivi, nelle biblioteche e nelle cineteche.
    E a noi, comunisti di Rifondazione, non può darsi altra missione che far proprie quelle memorie di uomo, di comunista, tramandateci da Giovanni Pesce. E non per farci vestali di un’epica eroica scolpita nel marmo, ma per tener viva quella dolorosa necessità d’esser semplicemente donne e uomini liberi. Consapevoli che quel secolo insieme di straordinarie speranze di massa e di gigantesche tragedie che è il Novecento ci ha insegnato per sempre che “non c’è futuro senza memoria”.

    Liberazione 28.7.07
    L’antifascismo al centro del conflitto sociale e culturale, sempre di classe, in cui stiamo
    Cosa ci ha insegnato e ci lascia Visone
    di Luigi Pestalozza

    Non parlo del vuoto che ci lascia la morte di Giovanni Pesce. Parlo del pieno che ci, mi ha dato, a cominciare dagli anni della Resistenza. Anzi dell’antifascismo di cui la Resistenza era culminante momento armato, come in maniera precisa ci insegnò. Per quanto mi riguarda, a Milano, dove ero partigiano, quando il già conosciuto, ammirato Visone, arrivò nel maggio del 1944 da Torino dove con la sua già compagna - sempre da ricordare -, Nori, aveva compiuto azioni straordinarie per l’idea che puntualmente stava nel loro coraggio. Appunto l’antifascismo, non la semplicemente patriottica lotta armata. Ma, certo, la sua lezione non era impreparata, non avendo noi, i partigiani mai pensato che la Resistenza fosse soltanto lotta armata contro l’occupante tedesco, nazista, e il fascismo italiano al suo servizio. Meno che mai, si pensava, guerra civile. Al contrario, lotta antifascista direi mondiale come proprio Visione precisamente faceva capire. Di lui, Visone, si seppe subito quello che già allora teneva a mettere avanti di sé antifascista, non per esibirsi, ma appunto per l’idea vera della Resistenza: che era stato in Spagna, dentro la guerra antifranchista, con le Brigate Internazionali. Già allora gli italiani in Spagna, con lui, erano l’antifascismo della borghesia democratica, gobettiana, dei fratelli Rosselli e del movimento dei lavoratori di Gramsci, dei comunisti, esploso negli anni Venti in Italia e continuato fino alla Resistenza, fino a Visone: per combattere il fascismo con la lotta armata, come in Spagna, per cambiare la società e lo Stato, la storia, il senso sociale, culturale, civile, umano. Per andare oltre il capitalismo, oltre lo stato di cose presenti, per un altro mondo non solo italiano.
    Questo il Pesce della Resistenza. Ogni sua azione armata, sempre al di là dell’immaginazione, non era coraggio, eroismo: era l’idea - per dirla con l’August Strindberg che nel 1903 aveva appena letto Marx - che “è più forte della cosa”. Appunto Pesce in Spagna, che continua col Visone, il Pesce del e nel vero antifascismo della Resistenza italiana, internazionale e trasversale alle vere nazioni, contro ogni nazionalismo fino al fascismo. Esemplare Visone grazie alla sua eccezionale guerra partigiana, da giusta medaglia d’oro dopo la Liberazione, di come la lotta armata - le azioni della guerra partigiana - sia stata lotta contro il fascismo, nazismo compreso, ma in particolare italiano, fino alla Repubblica di Salò, della repressione antiumana, di classe, capitalista, borghese-liberale.
    Non solo lui, certo: ma lui Visone a Milano definitivamente portò, questo verità senza perplessità, che la Liberazione non sarebbe stata semplicemente la vittoria, ma l’emancipazione storica antifascista dalla divisione del mondo, degli uomini e delle donne anche italiani, indominanti e dominati, in ammessi e non ammessi. Ovvero quell’antifascismo, entrato poi nella Costituzione repubblicana che ancora oggi è centrale in quest’Italia re-invasa dalla cultura, dai comportamenti, del regime precedente la Liberazione. Per cui Pesce, fino all’ultimo è stato comunista.
    Così siamo diventati amici dopo la Liberazione, all’Anpi di Milano dove lui era Segretario e io lavoravo con Alfonso Gatto al “Settimanale dei partigiani”. Amici fino a domani. Giovanni infatti continua. Ma su una cosa si è fondata in particolare la mia amicizia per lui. Sempre la Spagna. Sul come, con mirata coscienza storica, critica, del nostro tempo, portò avanti fino ad oggi il suo impegno di costruttore della memoria antifascista mai semplicemente documentata, ma sempre documentando in maniera meticolosa - libri, convegni, mostre, incontri, filmati -, in avanti appunto portando il parallelo antifascista e di cambiamento diciamo gramsciano e gobettiano/rosselliano insieme della guerra antifascista di Spagna e di quella antifascista d’Italia. Ossia interrelazioni di fondo, di rottura e rifondazione storica, del nostro tempo. Ossia per me, sempre, un insegnamento.
    Per lo stato di cose presente da cambiare, il Pesce, il Visone da continuare: che non lascia un vuoto, che lascia un pieno tanto educativo di che cosa è stata veramente la Resistenza, di che cosa è stato l’antifascismo, da impegnarci qui, ora, domani, a metterlo al centro del conflitto sociale e culturale, sempre di classe, in cui stiamo.

    Liberazione 28.7.07
    I ricordi delle compagne e dei compagni

    Un abbraccio fortissimo a Nori. I valori che ci ha insegnato in vita il comandante
    Pesce rimarrano sempre vivi dentro di noi. La sua lezione di antifascismo e la sua vita sono un esempio per tutti. E in particolar modo per le giovani generazioni. Non lo dimenticheremo mai.
    Griselda e Franco Giordano

    La segreteria nazionale del partito della Rifondazione comunista ricorda e onora il compagno Giovanni Pesce “Visone” comandante partigiano, Medaglia d’Oro della Resistenza. A Nori Brambilla, compagna partigiana e moglie amatissima, l’abbraccio e la consolazione di tutti noi.
    Ci lascia un compagno cui dobbiamo tanto. Il ruolo di combattente, “senza tregua”, prima in Spagna e poi in Italia per la liberazione dal nazi-fascismo, il suo impegno nella costruzione della storia della Repubblica nel Pci, la sua tenacia nelle lotte per l’uguaglianza e la libertà, la coerenza e la determinazione della militanza comunista sono il tanto che ci resta, adesso, a lenire l’immenso dolore per la sua scomparsa.
    Onore e grazie a te, “Visone”. Non sarai dimenticato

    Addio compagno mio. Insieme abbiamo fatto un cammino lungo, a volte duro, ma sempre abbiamo guardato avanti. Le tue azioni rimangono fra le pagine belle del nostro Novecento.
    Alessandro Curzi

    In questo momento di dolore ricordo con grande tenerezza la forza e la determinazione di Giovanni e mi stringo a sua moglie Nori, a sua figlia Tiziana e a suo nipote Davide
    Paolo Ferrero

    Il ricordo di Giovanni Pesce figura esemplare di comunista, antifascista e democratico rimarrà per sempre nei nostri cuori. Rivolgo un forte abbraccio a Nori Brambilla sua carissima compagna di lotta e di vita.
    Patrizia Sentinelli

    La morte di Giovanni Pesce è un grande lutto per me e per l’intero gruppo di Rifondazione al Senato. Esprimo commosso il profondo cordoglio per la scomparsa dell’ex partigiano, Medaglia d’Oro al Valor Militare. Il partigiano “Visone”, questo era il suo nome di battaglia, resterà nei miti e nella leggenda per il suo coraggio, la sua lucidità e la coerenza di tutta una vita trascorsa nella battaglia contro i soprusi e l’ingiustizia sociale. Ci restano i suoi libri e ci resterà sempre il suo esempio
    Giovanni Russo Spena

    Il presidente Guido Cappelloni a nome del Collegio Nazionale di Garanzia saluta il comandante Giovanni Pesce

    Nessuno conosce il prezzo della libertà meglio di chi vi ha dedicato la sua gioventù. Una conquista preziosa per noi e per le future generazioni
    Grazie Giovanni
    Vittorio Agnoletto

    Il Gruppo parlamentare del Prc-Se al Parlamento europeo, ricorda la figura di
    Giovanni Pesce comandante partigiano e Medaglia d’Oro alla Resistenza, per il ruolo che ha significato alla democrazia, alla Repubblica ed al pensiero comunista

    Si è spento ieri il compagno Giovanni Pesce Comandante partigiano e Medaglia d’Oro della Resistenza. Resterà nella nostra memoria il ricordo di un uomo libero, che ha creduto e combattuto per la giustizia e l’uguaglianza. E’ anche grazie a lui che possiamo dirci oggi liberamente antifascisti, che possiamo liberamente continuare a lottare ogni giorno.
    Per questo lo ricorderemo sempre con grande affetto e profonda riconoscenza. Commossi ci uniamo al dolore della sua compagna Nori Brambilla e a quello di tutti coloro che gli furono vicini. Ti salutiamo a pugno chiuso comandante Visone!
    I e le Giovani Comunisti/e

    I compagni e le compagne della Federazione di Torino sono vicini a Nori e salutano con la tristezza nel cuore il compagno Giovanni Pesce “Visone”

    Oggi il Partito della Rifondazione Comunista piange la scomparsa del compagno
    Giovanni Pesce Comandante Partigiano, Medaglia d’Oro alla Resistenza. Esempio di una vita spesa nella difesa della giustizia sociale, del lavoro, della libertà e dell’antifascismo. Ha rappresentato in tanti momenti importanti della vita politica e civile la continuità della lotta partigiana con i movimenti sociali che hanno segnato la storia della nostra città e del nostro paese. Tra i fondatori del Partito della Rifondazione Comunista era dirigente nazionale del partito e componente il Comitato Politico Nazionale. Il Partito della Rifondazione Comunista mentre si stringe nelle condoglianze alla compagna Nori Brambilla Pesce e ai famigliari, è fiducioso che le istituzioni milanesi rendano pubblici onori all’ultima medaglia d’oro al valor partigiano della città di Milano
    La segreteria della federazione Prc di Milano

    Inge Feltrinelli, Carlo Feltrinelli, la Casa Editrice e la Fondazione “Giangiacomo Feltrinelli” ricordano con profondo affetto e grande emozione Giovanni Pesce Medaglia d’Oro al Valore Partigiano, la sua statura morale e politica, la sua memoria “senza tregua”.

    I/le compagni/e dell’Area della Conoscenza esprimono il loro cordoglio per la scomparsa del compagno Giovanni Pesce

    La sua Medaglia d’Oro rifulgerà all’infinito
    Il Paese intero perde un grande uomo
    Non aveva mai smesso di impegnarsi
    Ci inchiniamo tutti oggi dinanzi a lui. Grande è la commozione.
    Sfilano in questo momento nella mente i ricordi della sua vita intensa e gloriosa. Corre in Spagna giovanissimo per difendere con le armi la democrazia repubblicana contro il fascismo. E poi ininterrottamente un’esistenza dedicata alla causa della libertà. Le sue memorie lasciatemi nei suoi numerosi scritti parlano meglio di qualsiasi altro discorso al nostro popolo, ai giovani. Costruttore e dirigente dei Gap, comandante di un gruppo di combattenti eroici prima a Torino e successivmente a Milano, diviene punto di riferimento per quanti, giovani soprattutto, si ribellano contro le ingiustizie dei potenti e dei forti. Dopo la Liberazione è in prima fila per la ricostruzione civile e democratica dell’Italia. Consigliere comunale, esponente stimato e riconosciuto della Resistenza che impersonifica dinanzi a tutti con altissima dedizione. Resterà a lungo nella nostra memoria. La sua Medagia d’Oro rifulgerà all’infinito. Ci inchiniamo tutti oggi dinanzi a Giovanni Pesce, compagno e combattente, figura esemplare di antifascista, di democratico, di comunista. Un abbraccio affettuosissimo a Nori, la sua carissima compagna di lotta e di vita.
    Armando Cossutta

    Un esempio per i giovani
    La notizia della morte di Giovanni Pesce mi commuove e mi addolora. Con la sua scomparsa il Paese intero perde un importante protagonista della sua storia ma soprattutto un grande uomo. Esponendosi sempre fin da giovanissimo, in prima in persona, Giovanni Pesce ha dedicato l’intera esistenza, dalla guerra di Spagna alla Resistenza, all’affermazione di quei principi di eguaglianza e giustizia che hanno consentito all’Italia di crescere nella pace e nella democrazia. La sua vita e il suo impegno civile rappresentano, soprattutto per le nuove generazioni, un importante e prezioso esempio di dedizione personale alla causa della libertà, che deve essere salvaguardato e serbato nella memoria collettiva.
    Walter Veltroni

    Contro tutte le dittature
    Adesso che “compagno” sembra una parola fuori moda, adesso che chi lotta per una società più giusta è accusato di essere un “conservatore”, adesso che non sei più tra noi, Giuliano Pisapia ricorda con l’affetto più profondo e la stima più immensa l’amico Giovanni Pesce, il “compagno” Giovanni Pesce, che da ragazzo si è battuto contro tutte le dittature; che da adulto ha proseguito il suo impegno per una società libera, giusta e democratica; che, in tutta la sua vita, è stato coerente con le sue idee e i suoi, nostri, princìpi e valori. Luminoso rimarrà per tutti noi il ricordo di un ragazzo, un adulto, un uomo eccezionale. La sua memoria rimarrà nella storia passata, presente e futura. Grazie Giovanni, grazie per i tuoi insegnamenti, grazie per la tua coerenza, grazie per la tua amicizia, grazie di tutto.
    Giuliano Pisapia

    Sempre in prima fila
    Giovanni Pesce è morto oggi, alle 12.30, a Milano, per le conseguenze di un ictus che lo aveva colpito la settimana scorsa. Giovanni era stato quasi sul punto di riprendersi, dimostrando di avere ancora la pelle dura del combattente, come fu nella guerra di Spagna, nella Resistenza, nei Gap di Torino e Milano. Questa volta, però, di fronte all’ultima battaglia, dinanzi a un nemico molto più forte dei repubblichini che era riuscito a sconfiggere, il “comandante Visone” si è dovuto arrendere. Giovanni Pesce aveva 89 anni, ma la mente e il cuore ancora forti. Non aveva mai smesso di impegnarsi, era stato sempre in prima fila nel dibattito di Rifondazione Comunista, nella lotta politica per la difesa della memoria e dei valori della Resistenza, la vicenda che lo aveva formato come uomo e come comunista. Autore di diversi libri -”Soldati senza uniforme” (1950), “Un garibaldino in Spagna” (1955) e “Senza tregua - La guerra dei Gap” (1967) - Giovanni è stato uno dei più fedeli interpreti della grande stagione della liberazione dal nazifascismo, e ne impersonava i valori più alti e profondi e l’impegno per continuarne l’opera, nell’aspirazione a una più compiuta democrazia, all’eguaglianza e alla giustizia sociale. Le compagne e i compagni dell’area politica e della redazione di “Essere Comunisti” si stringono intorno al dolore di sua moglie, Nori Brambilla Pesce, staffetta partigiana. E lo salutano col pugno chiuso e le lacrime agli occhi. Ciao Giovanni. Nel nostro lavoro politico quotidiano sentiremo sempre la tua assenza, e seguiremo la tua strada e il tuo insegnamento. Giovanni Pesce, la sua vita per la libertà, per il comunismo.
    Le compagne e i compagni dell’area politica e della redazione di Essere Comunisti

    Lo ricorderemo sempre
    Con immensa tristezza il Comitato Nazionale Anpi, a nome di tutti gli associati, si unisce al dolore dei famigliari e dei compagni per la scomparsa del Comandate Partigiano Giovanni Pesce “Visone”, Medaglia d’Oro al Valor Militare. Garibaldiino nella guerra civile in Spagna ed eroe della Lotta di Liberazione a Torino e a Milano, lo ricorderemo sempre per le doti innate di combattente determinato e coraggioso, per l’inestinguibile passione civile nel testimoniare gli ideali di libertà e di democrazia della Resistenza, per le sue straordinarie qualità di umanità e simpatia.
    Comitato nazionale Anpi

    Il nostro profondo dolore
    Il Comitato Provinciale dell’Anpi di Milano, cui Il comandante Visone era iscritto, esprime profondo dolore e commozione per la perdita del suo vicepresidente provinciale. Tutti gli iscritti provinciali di Milano sono vicini alla famiglia sentendosi profondamente partecipi del lutto che li ha toccati.
    Anpi Milano

    Il suo impegno antifascista
    Il presidente e i soci del Centro culturale “Concetto Marchesi” e della cooperativa “Aurora” annunciano costernati la scomparsa di Giovanni Pesce, partigiano Medaglia d’Oro della Resistenza e tra i soci fondatori del Centro culturale “Concetto Marchesi” e della Cooperativa editrice “Aurora”. Giovanissimo, costretto dal regime fascista all’emigrazione in Francia con la famiglia, lavora in miniera alle Grand Combe. A 18 anni accorre, con le Brigate Garibaldi, a difendere la giovane Repubblica spagnola aggredita dal regime fascista. Tornato in Patria entra nella Resistenza al comando dei Gap che operano a Milano e a Torino. A liberazione avvenuta viene insignito della Medaglia d’Oro della Resistenza. Da comunista partecipa alle vicende del secolo da poco conclusosi con la stessa fermezza e convinzione negli ideali che lo hanno accompagnato per tutta la vita. E’ tra i fondatori del Partito della Rifondazione Comunista, membro del suo comitato politico nazionale, la sua figura e il suo costante impegno antifascista e internazionalista restano un fulgido esempio per le generazioni a venire e memoria perenne per tutti noi che con lui abbiamo lavorato e lottato per lunghi anni. Alla cara Nori, a Tiziana e a Davide il nostro abbraccio affettuoso.
    Centro Culturale “Concetto Marchesi” Milano

    Ciao, compagno
    Siamo da poco stati in Spagna, per un altro viaggio nella Storia, nella Memoria. Un viaggio che è stato voluto, fortemente, ancora una volta da Giovanni Pesce, “garibaldino” di Spagna, partigiano, instancabile compagno. Abbiamo inaugurato, a Madrid, come Associazione Aicvas, di cui Pesce è presidente, la targa di commemorazione dei 4.500 volontari antifascisti italiani che accorsero in Spagna, nel 1936. Il viaggio l’avevamo organizzato da tempo con una delegazione che partiva dall’Italia, in collaborazione con la Camera del Lavoro di Milano, per inaugurare questa splendida targa, realizzata dai compagni artisti di Carrara, su “ordinazione” del Comandante. Siamo stati a Madrid, senza la sua presenza. E, naturalmente, rispetto a tanti altri “Viaggi della Memoria”, questo è stato particolarmente toccante. Eravamo già in apprensione per la sua salute, ma, al ritorno, sono riuscita a presentargli la relazione e la documentazione della cerimonia, svoltasi alla presenza delle autorità di Madrid e delle associazioni spagnole che si dedicano alla Memoria. Non ci sono parole per esprimere la mia profonda gratitudine per tutto quello che ho appreso, nel corso dei molti meravigliosi anni che ho avuto la fortuna di passare in amicizia con lui e con Nori. Ho avuto la fortuna di condividere con loro passione politica, impegno civile e il grande onore della loro conoscenza, fonte inesauribile di esperienze e positività. Le sue ultime parole sono rimaste legate ai ricordi della Guerra civile di Spagna e di questo periodo dal quale è nato il suo grande impegno e i suoi ultimi pensieri sono stati rivolti ai giovani. Dalle sue parole, che ho avuto l’onore di leggere a Fuencarral, all’inaugurazione della targa; «E’ importante proseguire con l’attività di memoria e divulgazione dei valori di libertà, che attraverso il racconto delle nostre esperienze e testimonianze rappresentano la Storia, ma si mantengono vivi per l’energia e la passione dei giovani». Un caldo abbraccio, non potremo mai dimenticare i tuoi racconti e la tua voce, Un saluto, con una parola che non finiremo mai di dire che a te piaceva tanto: ciao, compagno.
    Ketty Carraffa Milano

    Un grande combattente
    E’ morto il compagno “Visone”, un grande combattente antifascista. Ci mancherà e ci mancheranno le sue battaglie per i diritti democratici che ha sempre condotto lungo tutta la sua lunga e straordinaria esistenza, dalla Resistenza in Spagna e poi in Italia fino ai nostri giorni. Abbiamo conosciuto Giovanni Pesce come militante comunista e poi nelle fila del Prc, sempre lucido e fermo nella rigorosa difesa dei principi a fondamento della Costituzione repubblicana, contro ogni revisionismo storico e contro qualsiasi cedimento ad abbassare la guardia di fronte al risorgere dei veleni del fascismo comunque mascherato. Così come nel riaffermare l’aspirazione verso una società più giusta, una società socialista. A Nori Brambilla, suacompagna di vita e di lotta un grande abbraccio da tutti e tutte noi.
    Gigi Malabarba, Salvatore Cannavò, Franco Turigliatto
    a nome dell’Associazione Sinistra Critica

    Per problemi di spazio, non abbiamo potuto pubblicare oggi tutti i ricordi arrivati. Ci scusiamo con i nostri lettori. Nei prossimi giorni, pubblicheremo messaggi e ricordi del Comandante Giovanni Pesce.

    Condividi: These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
    • Digg
    • del.icio.us
    • Technorati
    • Furl
    Tags interni a Millepiani 1.0: , ,

    Technorati Tags: , , , ,

    scritto da millepiani
    il 3.08.2007

    Commenti chiusi.