Libero Bovio e il mistero del processo
a Libero Corso Bovio,
a chi pensa la procedura penale mentre la pratica
Non c’è mai mistero in un suicidio, ma il corpo morto e la scelta, anche di un attimo. Il mistero, al contrario, più che nelle scelte individuali, alberga, si nasconde e risiede come tarlo nei gesti pubblici, nei ruoli, nelle procedure conosciute. Di tutti i riti e le pratiche che l’occidente ha costruito, il mistero della procedura penale è quello più imperforabile ed enigmatico. Esso infatti affonda le radici nel gesto del ‘giudizio’.
In un certo senso, la procedura penale è il mistero del rapporto tra dio e gli uomini.
Proprio perchè, nel giudizio, nelle regole attraverso cui gli uomini decidono di giudicare i loro simili, si mostra, meglio che altrove, la legge e la violazione, la responsabilità come la colpa, la sanzione come l’espiazione, la pena ed il ritorno, la salvezza.
Questo perchè, nella procedura penale, lo sforzo di separazione, di allontanamento dai fondamenti teologici che la innervano storicamente è più lacerante e necessario che in ogni altro segmento del diritto occidentale.
Il mistero risiede più dal lato di chi giudica che dal lato del giudicato.
In quello che Satta ha chiamato ‘Il mistero del processo’, tutta la cultura filosofica occidentale si specchia. Essa è indissociabilmente legata al gesto del giudizio, dei suoi attori, delle sue regole. ‘Giustizia è fatta’ è la frase che marca, a fuoco e per sempre, il carico che pesa sulla procedura penale, proprio quando giustizia potrebbe non essere. Qual è la giustizia che la procedura penale potrebbe applicare ad un suicidio?
Il gesto del suicidio è infatti irrilevante penalmente. Non è perseguibile. Esso costituisce l’aporia intrinseca della procedura penale, che non può arrivare a normare, sino in fondo, l’esistenza: è il vero stato di eccezione permanente che abita il diritto. Tutti gli sforzi di ricostruzione del ‘contesto in cui è maturato’ il gesto di togliersi la vita, il suicidio, sono vocati al nulla. Poichè sono vocati a naufragare di fronte l’immagine di chiunque si punti la pistola alla bocca, e prema il grilletto: sospensione della giustizia, della sua macchina umana. Silenzio.
Sono vocati ad arrestarsi in quel flebile ma decisivo limite che separa il diritto dalla filosofia.
Il ’mistero del processo’ prende la sua forma di fronte l’improcessabile suicidio, in cui nè l’accusa, nè la difesa hanno diritto di parola - perchè, appunto, mancano - in cui la messa in forma della procedura penale trova il il suo limite e la sua fine, in cui il giudizio non può che essere sospeso, per sempre, in cui il giudice tace di fronte il nulla: una morte.
E poichè, a differenza del diritto, la filosofia si occupa non della norma, nè della sua violazione, ma dello stato di eccezione permanente che attiene all’esistenza, spetta alla filosofia ‘normare’ il nulla in cui il diritto sprofonda di fronte il ‘penalmente non perseguibile’ dell’esistenza. Cioè: attiene alla filosofia occuparsi del gesto del suicidio come aporia insuperabile della procedura penale. La filosofia tiene infatti insieme, per vocazione, i due poli insuperabili di questa aporia: da un lato l’interruzione dell’esistenza, e, dall’altro, il suo senso. La filosofia tiene insieme questi due poli perchè il padre della filosofia, Socrate, proprio di fronte ‘il mistero del processo’ - il giudizio a cui era sottoposto e la condanna a cui, precisamente, la procedura penale di allora lo aveva esposto, - sceglie, infine, di suicidarsi, bevendo la cicuta, e portando a giudizio, di fronte nessuna corte, se non quella della memoria, precisamente la ‘procedura penale’ e tutto il diritto.
Solo per rispetto della legge. Perchè, per essere chiari, Socrate si è ucciso per rispetto della legge. Ha cioè applicato, volontariamente, la pena comminatagli.
In questo senso, il ’mistero del processo’, adesso meglio declinato, si sporge sul ‘mistero del suicidio’. Dove i due si toccano, a nessuno spetta il ‘giudizio’, che è categoria innanzitutto profondamente filosofica, prima che giuridica.
Dove i due si toccano, l’eccezione permanente che attiene all’esistenza irrompe nella procedura penale. E non trova più nessun ‘difensore’. Ma solo l’interrogazione.
La difesa del ‘male’, come il giudizio del ‘male’, teologicamente inteso, non sono per niente estranei al ruolo del difensore o del giudice all’interno della procedura penale.
Il loro statuto è abitato da questi fantasmi.
Questi fantasmi sono, in grande parte, gli stessi di quelli filosofici.
Li si può incontrare nei righi che i più grandi penalisti hanno dedicato a loro stessi, alla loro professione, al loro ‘contesto’, al loro ‘tormento’: sono i fantasmi del giudizio.
La procedura penale, come la filosofia rigorosamente intesa, ‘tocca il male’.
Tenere questo abisso sempre davanti gli occhi è terribile ed impossibile.
Terribile, dunque: ancor più necessario. Con sguardo fermo, anche di fronte la morte.
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