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    Grande, infinita, paziente attenzione: millepiani.net, politica e filosofia


    Caro Emì,

    non ti contesto naturalmente il diritto di modificare a tuo piacimento e nelle forme che tu ritieni più opportune il “luogo” di scrittura che tu ti sei dato in questi anni e che hai pensato di condividere con alcuni dei tuoi amici. Dico semplicemente che, modificando come hai detto e nelle forme che hai pensato, il progetto di metamorfosi di “Millepiani.net”, tu vieni meno allo statuto di una “politica” e, insieme, di una forma di “scrittura”, dichiarato da te sin dall’inizio e a cui hai lavorato così intensamente. Ripeto, non te lo contesto. Ma allora chiamiamo le cose per nome: se Mario ti ha sempre chiamato “padre” di Millepiani è perché ha forse sempre ritenuto cruciale, e decisiva, la tua “sovranità” sul luogo politico creato. Al contrario, io ho sempre pensato che, chiunque decidesse di parteciparvi – non importa “come” –, il “campo” fosse comunque stato sgombrato, per intelligenza tua, e una volta per tutte, da ogni “testa” sovrana. È questo che io, dell’orizzonte teorico, delle possibilità di scritture di Millepiani, ho sempre condiviso. A mio modo, per come ho voluto, potuto, e saputo fare. “Bene o male” sono categorie che in questo spazio, a mio avviso, avrebbero dovuto trovare solo un posto relativo.
    Ma tant’è, libero tu di ritornare sui tuoi passi e di trasformare, con un mix di “decisione” e “tecnica”, quel campo acefalizzato in un altro luogo sul quale tu solo abbia diritto di decisione.
    Liberi noi, però di contestarti, e radicalmente, se non questo passo, l’intera diagnosi su cui esso si poggia.

    Il punto su cui si concentra la tua rabbia “senza sgomento” è la mancanza di condivisione.
    La cosa che io però temo, a questo punto, è di non trovarmi più d’accordo sulla tua idea idea di condivisione di scritture. Nessuno, francamente, che abbia letto Millepiani in questi anni, può dire che siano mancati interventi altri rispetto ai tuoi (Renzo, Mario ed io stesso qualcosa abbiamo pur scritto…), ma, anche fossero mancati persino questi interventi, come si potrebbe dire che sia mancata “condivisione”? Come dire che non è stata “condivisione” dell’orizzonte di Millepiani quella nata non solo al suo “interno” ma anche ai suoi margini, quella che è andata sfociando in altre scritture, o, semplicemente, nella nostra oralità quotidiana, nei pensieri, negli appunti, nei diari, che di quel luogo si sono nutriti? Non si può negare queste condivisioni, almeno quelle “pubbliche” – fosse anche solo il “nostro” pubblico - col dire che esse non corrispondono a ciò che noi avevamo pensato come “condivisione”.

    Mi sembra che tu, nella tua diagnosi sulla “condivisione” sovrapponga troppe cose. Innanzitutto, ciò che tu hai desiderato, cinque e più anni fa, fosse “Millepiani” – dunque l’apertura di un campo di possibilità tutt’altro che esauribile – con ciò che “tu” hai pensato di condividere attraverso l’apertura del “campo”, attraverso la storia dei tuoi, dei nostri interventi. Con la storia quotidiana, reale e concreta, di questo luogo, che tutto a me pare, peraltro, tranne che inerte. Millepiani è stato per me diverse cose, in momenti diversi. E’ stato sempre un “orizzonte di possibilità” di scritture, ma anche – e tu mi comprendi – un grande archivio in fieri: un archivio che nel suo costruirsi decideva le modalità della propria organizzazione e l’orizzonte del suo futuro. Comprendi bene quanto per me sia stato importante l’allargamento di questo “campo” attraverso le nuove modalità di lavoro: ho avuto modo di spiegartelo, e, del resto, sai bene come io pensi – senza conoscerne le possibilità di attuazione – questa “cosa”.
    Per inciso, ma anche per essere più chiari: io credo che tu sovrapponga, identificandoli, il tuo gesto di apertura del “campo” di scrittura – e dell’orizzonte delle sue possibilità “politiche”– con i tuoi interventi. Se è così, non avrai difficoltà a capire che si tratti di una diagnosi inaccettabile filosoficamente. Ma ancora di più, questa sovrapposizione appare politicamente, democraticamente scorretta. Su ciò che noi apriamo si esercita una sovranità col cui carattere di “impossibile” la nostra decisione deve fare i conti e sulla quale essa non ha ad ogni modo alcuna presa.
    E’ il campo stesso a trasformarsi, a perdere di senso, ogni volta che la sovranità torna a riapparire come “volto”.
    Che tu decida di usare le tue capacità tecniche per tornare ad esercitare una sovranità monadica sul luogo che tu hai pensato “aperto” è: scorretto filosoficamente, inutile politicamente. Infantilmente violento per le amicizie, ma nonostante tutto incontestabile sul piano della “possibilità”.

    Come ti ricorderai, abbiamo discusso a lungo, due mesi fa, del progetto del “nuovo Millepiani”: ti ho dato consigli, abbiamo cercato soluzioni, alternative: negli stessi giorni – il 27 gennaio – ho scritto gli appunti che riporto sotto. Non li ho pubblicati, per scelta, preferendo rimandare la discussione a quando avrei preso anch’io un po’ la mano con la nuova tecnica. Come puoi vedere, sono entrato diverse volte nel “betamillepiani”, creando nuovi nodi e postando delle cose, sia tue che mie. Lavorandoci, comunque, in attesa di riprendere la discussione.

    E ora questo tuo post.

    D’altra parte, quando ti ho chiesto di spiegarmi come fare per tornare a postare nuovamente in modo autonomo su “millepiani” – e che importa che te l’abbia chiesto dopo mesi o anni o decenni? – tu mi ha risposto che me lo avevi già spiegato.
    Tu scherzavi, forse: io no.
    Ad ogni modo: non ho insistito, considerando il nuovo “millepiani” il nuovo orizzonte di scrittura.

    Ho scritto, a proposito nel “nuovoMillepiani” il 17 gennaio di quest’anno, meno di due mesi fa. Te lo riporto integralmente. Avrei voluto aggiungere qualcosa, naturalmente – è allo stato di bozza. Lo posto così: senza aggiungere né togliere nulla.

    «Il tentativo di Emilio mi sembra ovviamente in linea con tutto il percorso ‘costituente’ di Millepiani, e con il suo stesso percorso filosofico.
    In realtà, - mi dica lui se sbaglio - quello che ancora una volta tenta il “padre” di Millepiani è un nuovo sondaggio sulla possibilità di ’sacrificio senza sacrificio’ della testa ‘sovrana/autoriale’: l’ASSURDO batailliano degli anni ‘30 potrebbe però essere in qualche modo riapprossimato grazie ad una tecnica informatica del 2007. La questione, per così dire, è tutta qui. Qui, dove ‘pratica di sovranità’ e ‘pratica di scrittura’ si fronteggiano, si sovrappongono, persino nelle nostre amicizie, fin quasi a risultare coincidenti. Fino a fare, anzi, cortocircuito.
    Naturalmente, qui, il ‘segreto’ è bandito, e anche l’anonimato passa in secondo piano. Il tentativo, batailliano, è un corpoacorpo con una tecnica che si è fatta pratica di saperi, quindi pratica di sovranità, pratica politica per eccellenza. Di una politica ontologicamente democratica. La ‘rete’, ce lo diciamo da quindici anni, è il banco di prova di una politica futura e anche di una nuova razionalità ‘democratica’. I grandi filosofi hanno uno sguardo tale da riuscire a vedere avanti, nel buio di un futuro nascosto dietro l’ombra della loro morte: Foucault muore a metà anni ’80 e noi siamo alle prese, nel nocciolo sfuggente delle nostre creature, con i primi vagiti di un secolo deleuziano. Certamente, la parola d’ordine è ‘rizoma’. Insieme, una pratica e un nuova prima mitografia di una politica a venire. Il banco c’è, occorre provare, sondare…
    Saranno naturalmente queste nuove pratiche a darci in mano nuove cassette degli attrezzi, nuovi strumenti di scrittura ‘politica’, anche partigiana: è un processo scontato fino a un certo punto. Se continuiamo a tenere presente il binomio statuto autoriale/pratica d’archivio abbiamo una pista, ma si tratta pur sempre di una pista già tentata in varie forme. Per fare un esempio, una ‘forma nuova’, la più semplice e immediata, potrebbe ad esempio essere quella di definire degli spazi di intervento che distruggano la ‘forma commento’ per gli ‘esterni’ ma che istituiscano nuovi protocolli: note a margine e spazi d’archivio liberi.
    Occorrerebbe approssimarsi il più possibile, intanto, Emilio credo ne sia ben consapevole, a un dispositivo grafico e di scrittura che consenta una manipolazione informatica che incroci le possibilità di PersonalBrain e di un GoogleEarth. Occorre agganciare una mimesi spaziale alla rete che dia insieme la rappresentazione del luogo e la pratica del luogo stesso».

    Mi ci riconosco ancora, in queste parole, frutto peraltro delle nostre conversazioni.
    Tuttavia, non ero così certo di interpretare il tuo progetto – anche filosofico – e i tuoi desideri, quando ho scritto queste parole. La tua coazione a ripetere le sovrapposizioni di cui parlo, una qualche ragione ai miei dubbi, purtroppo, la danno.
    Allora, mi spiace, ma io il tuo progetto non lo capisco più.
    Non si può negare ciò che esiste solo perché non avviene nei termini in cui noi lo pensiamo, o l’abbiamo immaginato. Il nostro mondo, tutti gli altri, non sono dentro la nostra testa, e neanche nei nostri sogni: sono lì e sono, come tu mi hai insegnato, irriducibili a noi e ai nostri progetti. Viaggiare nel labirinto della nostra testa-mondo è un esercizio eccellente, ma, come sai, il “possibile” si apre solo dopo “Die Blendung”.
    Non si può essere filosofi senza passare da Spinoza, lo sai meglio di me.

    L’“orizzonte comune” non va costruito con atti violenti: occorre prestare attenzione alle forme, talvolta per noi incomprensibili, con cui esso avviene, con cui si squaderna, “tra noi” e “attraverso noi”. Se qualcosa non “funziona”, non “corrisponde” al luogo, al presente che abbiamo pensato, per come lo abbiamo pensato, il gesto più grande, quello più difficile è l’interrogazione.
    Certo, ci si può anche stancare: ma non si dia ad una pratica, un nome che non le attiene.
    Grande, infinita, paziente attenzione: è ciò che unisce, questa attenzione, la politica alla filosofia.

    Con grande forza, ma senza alcuna violenza.

    Gianfranco

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    scritto da gianfranco
    il 14.03.2007

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