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    Memorie familiari - 2


    Qui la prima parte.

    Mentre mio padre si era limitato alla ricostruzione dell’albero genealogico della mia famiglia sino agli inizi del ‘900, io avevo un ‘tesoro’ nelle mani. Sapevo tutto di tutti, senza sapere nulla. Si trattava, indiscutibilmente, della linea ‘maschile’, quella che determina il cognome che portiamo. Ero in una posizione stranissima: mentre per la linea maschile avevo fatto tutte le possibili ricerche d’archivio, la linea femminile della mia famiglia mi sfuggiva poichè essa variava e si spostava dal lato della Sicilia del sud, Pachino e Scicli, ma di quella linea sapevo quasi tutto. Sulla linea femminile di una possibile riscostruzione familiare le discussioni sono infinite. Mettiamola così: dovevo interrogare i viventi, ricordando i conosciuti, anzi: ‘le’ conosciute.

    Ricordo ancora, perfettamente, l’ultima volta che ho visto la zia, l’ultima sopravvissuta della famiglia di mio padre - del mio cognome - quando le ho fatto vedere la line diretta di ricostruzione. Era la sorella di mio nonno. E mi ricordo il suo totale disinteresse rispetto il passato che non conosceva - che faceva finta di non ricordare. Mi ricordo anche la sua resistenza di fronte le mie domande che toccavano i suoi fratelli, in particolare uno.
    Non sono una persona piacevole in generale nella discussione - attacco-, lo sono ancora di meno quando so cosa chiedo e vedo che non mi si risponde, non si risponde alle domande precise che faccio e le cui risposte so che l’interlocutore, l’interlocutrice, sa e che non mi vuole dire.
    Diciamo che la discussione con la mia bis-zia ha oscillato tra un’amabile rispetto per la sua anzianità e un’irritazione profonda, la sua e la mia.
    La cosa fondamentale che le sfuggiva era che suo fratello - mio nonno - prima di morire, io da solo davanti a lui, io che portavo il suo nome e il suo cognome, mi aveva già detto tutto. Ed io sapevo già tutto, salvo la sua versione, la versione della zia di mio padre, la mia bis-zia, che pretendeva di detenere tutti i segreti della famiglia, sottovalutando l’amore e la confidenza tra un nonno e suo nipote, che si chiamavano entrambi con lo stesso nome e cognome, presi, da soli, in una stanza, in una cucina, a parlare. Sottovalutando tutto, ed eludendo.
    Ora: io ho parlato con due bis-nonne, due bis-zie, due nonni e due nonne, oltre a tutte le nonne e a tutti i nonni, alle bis-zie dei miei cugini. E direi, semplicemente, che una certa abitudine a rapportarmi con le memorie degli anziani l’ho maturata. Abitudine, in questo caso, significa che di fronte le menzogne dei vecchi - ne dicono molte - sono abbastanza preparato nel decostuirle.
    Che cosa voleva nascondere la mia bis-zia?
    Voleva nascondere che suo fratello, dopo avere avuto una figlia con sua moglie, l’aveva lasciata.
    E che stava con ‘altre’. Mio nonno mi ha raccontato, senza che io glielo chiedessi, tutta questa storia. (comincio forse ora a capire perchè).
    Luigi ‘Gino’ Raimondi è stato uno dei più importanti giornalisti a Messina all’inizio degli anni venti. Redattore Capo (cioè ‘direttore’) de la ‘Sera’, ha scritto tra il ‘22 e il ‘24 tra gli articoli più feroci e chiari rispetto il fascismo montante. Amico di Colonna di Cesarò, è morto per una lesione all’aorta, patologia molto conosciuta tra i tipografi, essendo legata all’aspirazione continuativa del piombo che veniva fuso per ‘battere’ il menabò che serviva per stampare i giornali.

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    scritto da millepiani
    il 27.02.2007

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