Memorie familiari - 1
Sono il nipote più vecchio, una sorta di occhio che ha vagato per anni nel cuore della famiglia, accumulando, incosapevole io e chi si esponeva al mio occhio, immagini e figure, parole e qualche fuga inutile, inconsapevole io dei paraggi della memoria della mia famiglia e loro, soprattuto, quasi tutti morti, di quello che stavano facendo.
Mi si rimprovera spesso, a bocca aperta e increeduli, di ricordare cose assurde, assolute ed inutili. Non me ne fregio, nè mi fa piacere, lo dico una volta per tutte: il gioco era avere un’esatta memoria fonica delle parole pronunciate. Averne una assoluta capacita ricostruttiva, ricordare esattamente quando, dove e come si siano dette ‘alcune’ cose non è la migliore maniera di vivere. Di vivere insieme agli altri, alle altre. La memoria impone fatica.
La prima volta che ho letto Natalia Ginzburg ho avuto un rigetto profondo della sua scrittura, che mi ha impedito di leggerla per circa quindici anni. Chi, per abitudine o condanna, ha cominciato a leggere da giovanissimo, da giovanissima, ha maturato questa sindrome di rifiuto assoluto per le scritture che parlano di lui stesso.
Non si può leggere niente e nessuno che scriva di quello che tu sei e che sai. È una certa, sana abitudine a rifiutare quello che conosci, amando quello che non conosci, che non sei. Non si può leggere niente e nessuno che scriva di quello che tu sei e che sai, salvo non sia tu.
La prima volta che ho capito che il ‘registro familiare’ fa ‘letteratura’, il primo sentimento è stato quello di odio e di rifiuto. Non solo, mi dicevo, io ne posso parlare nella ‘memoria’, ma ne posso parlare, davvero, con la memoria dei documenti.
In questo senso, sono uno dei più grandi specialisti dell’amore per gli archivi biografici (potrei citare decine di autori che ho letto, e potrei parlare, come mi hanno insegnato, anche di quelli che non conosco).
Avevo sperato, quando ero giovane - è una battuta che sa di sapore antico, ma io la colloco: quando avevo ventieunanno - avevo sperato, e mi ero speso perchè la mia parola fosse quella ‘familiare’. Direi che, tecnicamente, sono uno dei maggiori conoscitori italiani dei criteri di definizione araldica delle famiglie. Per quelli messinesi senza nessun dubbio.
Direi così, salvo smentite: sono uno degli ultimi ad avere consultato di persona gli archivi messinesi depositati all’Archivio di Stato che era in via XXIV Maggio. Mettiamola così: ho consultato i registi precedenti al terremoto, quelli originali, quelli sino al 1770.
Non solo quelli che attenevano alla mia famiglia, ma tutti (essendo i registri non legati a nessuna affermazione sociale e a nessuna esclusione sociale successiva, ma, allora, consultabili da chiunque, me compreso).
Nello stesso tempo, sono stato uno degli ultimi a consultare, direttamente, personalmente, gli archivi conservati negli scantinati del Comune di Messina. Ho aperto, a 21 anni (oggi ne ho 35), i grandi registri - riscritti a mano - che ricostruivano le linee di sviluppo delle famiglie messinesi. Io sono sceso, mentre voi facevate il vostro percorso politico, a rileggere, pagina dopo pagina, quegli archivi. Io li conosco, per com’erano organizzati quando voi pensavate al vostro presente.
Voi non c’eravate.
Per fare cosa? Per fare cosa ho fatto due cose che nessuno di coloro i quali vogliono rilanciare i 100 dal terremoto avevano fatto prima?
(per essere chiari: voi non sapete nè dove sono i registri che ricostruiscono quello che è successo dopo il 1908, nè sapete, tecnicamente, dove siano i registri, prima napoleonici e poi istituzionali, attraverso cui ricostruire anche solo la storia della vostra famiglia - voi non li avete mai visti, io sì).
Per fare cosa? La memoria si ama, come l’identità, prima di ogni anniversario. E si ama follelmente.
***
Voi potete fare tutti gli incontri possibili tra gli storici e l’amminastrazione. Voi potrete fare ancora tutti gli incontri possibili tra l’amministrazione e i ‘filosofi’.
Voi potrete fare tutto quello che non avete fatto prima, per mancanza, assenza, stanchezza, disinteresse, perchè la politica vive dei suoi tempi.
L’unica cosa che non potrete fare è quella di farmi dimenticare la prima volta che ho avuto fra le mani uno dei registri del governo napoleonico.
O quando, da solo, sono entrato nel ‘mio’ Teatro Vittorio Emanuele.
Infatti, in fondo, io non cercavo, e non ho mai cercato, da dove veniva la mia famiglia.
Io volevo, con tutte le mie forze, riuscire ad amare la città dove sono nato.
Senza di voi.
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